Gli studi internazionali

Siamo diventati amici degli oggetti

Siamo diventati amici degli oggetti
20 Febbraio 2018 ore 09:30

Alexa, mi suoni musica pop su Spotify? Alexa, aggiungi i biscotti alla lista della spesa? Alexa, mi leggi un audiolibro? Domande di questo tipo ne abbiamo fatte tutti. Se non fosse che Alexa non è una fidanzata ma l’assistente virtuale creato da Amazon, in grado preparare elenchi di cose da fare, impostare sveglie, trovare ristoranti, leggere audiolibri, riprodurre podcast, controllare calendari. E tanto altro. Uno degli apparecchi interattivi più amati di questo periodo, Alexa, contende a Roomba (il robot domestico intelligente che pulisce casa da solo) e a Siri (l’assistente vocale che permette di parlare con il proprio Iphone) il primato di intelligenza domestica artificiale.

 

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L’affetto per gli oggetti. Dal telefono all’auto, dallo stereo alla caffettiera: sono sempre di più gli apparecchi che possono essere comandati a distanza: oggetti che parlano, rispondendo alle nostre domande ed eseguendo le nostre volontà. Il passo successivo è, per logica, quello di considerarli diversi da tanti altri oggetti, fino al punto di farne una specie antropomorfa, alla quale potersi affezionare.

Senza arrivare ai casi estremi in cui l’attaccamento agli oggetti sfocia in una vera e propria malattia (la cosiddetta “oggettofilia”, della quale sono esemplari le storie di ragazzi che si legano emozionalmente e sessualmente alle loro auto), l’interazione e l’affetto per i propri oggetti è un fenomeno più diffuso di quanto si creda, e non riguarda solo gli adulti. Se, però, qualche anno fa vedere un bambino parlare con una pentola avrebbe fatto sorridere; oggi, circondati da apparecchi “senzienti”, provoca allarme, tanto che numerosi sono gli studi nati per capire cosa si nasconda dietro la tendenza ad antropomorfizzare gli oggetti, affezionandosi ad essi.

 

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La paura di relazioni vere. Secondo Nicholas Epley, docente di Scienze comportamentali a Chicago, è nell’esclusione sociale e nella solitudine la causa di approfondite “relazioni” con le cose. Meglio legarsi all’iPhone o all’assistente vocale di Amazon piuttosto che relazionarsi con persone in carne ed ossa, rischiando di restarne delusi. Un risultato confermato anche da Olson, Mourey e Yoon, ricercatori del Journal of Consumer Research, una rivista di marketing accademico, che hanno svolto degli esperimenti per studiare come e perché arriviamo a trattare gli oggetti come persone. Anche secondo loro parlare con oggetti intelligenti aiuta a dimenticare di non avere amici, compensando la mancanza di interazioni umane con un “rapporto interattivo” con gli oggetti. Rapporti che possono però arrivare al limite del patologico quando si inizia a pensare che il robot Roomba sorrida mentre pulisce la camera da letto, o che Siri abbia una voce triste quando le si chiede di impostare la sveglia dieci minuti in avanti.

 

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Gli oggetti antropomorfi. La questione degli oggetti antropomorfi non è una novità: sono anni che i brand presentano prodotti affiancando loro nomi, immagini e fattezze umane, lasciando ai consumatori via libera nel declinare questi input a piacimento. La novità è arrivata, però, con gli oggetti “intelligenti” che tramite comandi vocali esaudiscono le nostre richieste. A questo punto, il passo dal parlare con la macchinetta del caffè al considerarla inconsciamente “un’amica” potrebbe essere più breve del previsto.

Forse, se i prodotti antropomorfi hanno portato su un altro livello il rapporto utente-oggetto, all’interazione vanno posti i dovuti limiti. Se con Siri si inizia a parlare un po’ troppo potrebbe essere arrivato il momento di uscire e incontrare un amico. A meno che non si sogni un futuro con una fidanzata virtuale come quella del film Her.

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