Soprattutto di musica rock

Il ritorno in grande stile del vinile

Il ritorno in grande stile del vinile
22 Marzo 2017 ore 10:15

Prima le audiocassette, poi i CD e la rivoluzione MP3 con iPod fino a 160 GB (anche 10mila canzoni sullo stesso supporto di 10×5 centimetri), fino ad arrivare all’era della musica online: Youtube, Spotify, iTunes, e chi più ne ha più ne metta. Ma più la musica diventa liquida e compressa, più si sente la mancanza dello scricchiolio della puntina sui solchi del vinile. E il 33 giri non è più solo un ricordo dei nostalgici, né tantomeno un prodotto da collezione e da mercatino dell’usato.

I numeri del ritorno sul mercato. Tanti artisti in ogni parte del mondo, di ogni età e genere, dai Verdena ai Litfiba, dai Foxygen agli ACDC, hanno ricominciato a pubblicare in vinile e persino a ristampare vecchi album in nuove edizioni 33 giri. I negozi di dischi, che siano le grandi catene come MediaWorld o negozietti piccoli, pulciosi, affascinanti e retrò, dedicano ai vinili ampi spazi separati dal resto della mercanzia. Certo, non potranno mai tornare ai livelli di una volta, ma oggi rappresentano il 5 per cento del mercato discografico italiano e il 10 per cento di quello americano, con 12 milioni di dischi venduti ogni anno solo negli States. Nel novembre 2015 il vinile ha registrato in Italia un aumento di vendita del 74 per cento. Insomma, prodotto di nicchia sì, ma fino a un certo punto.

 

 

Soprattutto la musica rock. Un po’ conta il sempre più frequente fenomeno di “ritorno al passato”, come del resto avviene anche in altri settori (si pensi al boom delle polaroid, alle sempre più frequenti serate-revival delle decadi passate, ma anche, volendo, al rilancio sul mercato del Nokia 3310). Ma il punto è un altro: innanzitutto il 68 per cento dei dischi in vinile venduti è di musica rock (nel senso più ampio del termine, comprendendo i vari movimenti punk, prog, new wave, post e tutti gli altri), non a caso il genere tendenzialmente più legato al concetto di album come opera d’arte integrale e indivisibile, piuttosto che come “raccolta di canzoni”. Sempre ragionando per tendenza, della musica commerciale non si può dire lo stesso.

La musica commerciale ha vita facile nel mercato online proprio perché ogni canzone è indipendente. Non è raro trovare artisti pop/commerciali con una serie di singoli all’attivo ma nessun album, oppure con album che altro non sono che periodiche raccolte di singoli. Si badi, non si tratta di trovare un “migliore” e un “peggiore”, sono semplicemente modi diversi di approcciarsi al mercato, che spiegano il perché di un dominio così marcato del rock nel mercato del vinile. I migliori dischi di musica rock sono pensati per essere ascoltati dall’inizio alla fine, ogni brano ha un valore aggiunto se ascoltato nel contesto del disco intero. Lo stesso principio dell’opera insomma: ve la immaginate Nessun Dorma cantata a caso all’inizio della Turandot? Bella, certo, ma nell’opera, come nel rock, contano tantissimo anche il “dove” e il “quando”.

 

 

Le sfumature del vinile. Un altro fattore è che spesso il valore musicale della musica commerciale, specie quella pensata per essere ballata, è dato proprio da quella compressione che permette di ovattare i suoni al punto giusto per renderli più “potenti” e precisi, sacrificando l’ampiezza, le sfumature e anche, perché no, le imprecisioni tanto care al rock. Il vinile restituisce agli ascoltatori di musica rock tutte quelle sfumature che la musica liquida aveva tolto. Il ritorno al vinile è anche dunque una questione di essenzialità del binomio rock-vinile: il vinile era nato con il rock (o meglio, con il jazz e con il blues, a modo loro antenati del rock) e il rock si diceva fosse morto proprio quando anche il vinile lo sembrava. Coincidenze? Forse. Ma il rock e il vinile sono due meravigliose fenici. E stanno tornando, più forti di prima.

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