Poi la sostituisce con la fidanzata

La verità è che siamo tutti matti Quel rapporto tra madre e figlio

La verità è che siamo tutti matti Quel rapporto tra madre e figlio
05 Dicembre 2019 ore 09:07

Vi sottoporrò una mia personale riflessione antropologica. Non so se ne hanno già parlato a Superquark o su National Geographic, ma certamente meriterebbe un approfondimento perché è davvero un fenomeno comportamentale unico in natura. Il rapporto tra madre umana e figlio maschio. Tralasciamo il retrogusto altomedievale che fa esultare la famiglia per il legittimo erede del feudo. Per fortuna è quasi del tutto sparita l’usanza di mandare in convento le figlie femmine in eccedenza. Cosa scatta nella testa di una donna quando partorisce un maschietto? Saranno gli ormoni? Non si vede subito, è un processo piuttosto lento che inizia a diventare evidente soltanto verso gli undici-dodici anni del cucciolo.  Perché all’età di dodici anni le bambine sanno organizzare la loro vita scolastica, sociale e domestica quasi in autonomia e i loro coetanei XY invece non hanno nemmeno idea di dove siano messi i calzini nell’armadio? «Ma i maschi hanno uno sviluppo più lento, ci arrivano dopo!». Va bene, attendiamo. Attendiamo quanto? Riscontro lo stesso deficit sui calzini anche in molti dei trentenni che frequento, ma forse sono io che ho troppa fretta di vederli crescere.

 

 

Torniamo a parlare delle madri, che certamente soccorrono il loro cucciolo in ritardo sul mondo femminile preparandogli tutto il necessario sulla scrivania ogni mattina. Lo fate anche con le femmine, ma poi smettete a un certo punto. Anche se nella stessa casa convivono fratelli e sorelle il risultato non cambia. È vero che le femmine crescendo pretendono di scegliersi le cose da sole e di non avere sempre la madre tra i piedi. Per i maschi ciò non accade; sarà il complesso di Edipo? Fatto sta che forse, e dico forse, sarebbe bene a un certo punto incoraggiare anche i maschietti, che invece ancora a quindici anni vi chiedono dove sono le mutande pulite (e che perciò quando non siete in casa non le trovano, con le conseguenze che immaginiamo). Il ritardo maschile c’è sempre, e si cronicizza irreparabilmente verso i venticinque anni, quando i pargoli sono in teoria pronti a lasciare il nido. Dico in teoria, perché so che per una madre italiana non è mai il momento in cui il suo pulcino deve lasciare il nido, specialmente se è «un» pulcino.

Il problema è spesso «quella là», la nuora. L’arpia che le ha sottratto il suo piccolo così bisognoso di cure. La strega che con un sortilegio allontanerà il suo principino da lei non facendoglielo più vedere. Ma come, non avevi pensato, madre, che prima o poi il tuo figliolo avrebbe spiccato il volo? Nemmeno la possibilità di un nipotino futuro sana questa ferita profonda nell’animo della madre. Vorrei spiegare a tutte le suocere inacidite per partito preso che spesso sono proprio le compagne dei vostri figli che dicono loro: «Hai chiamato tua mamma?», «Sei andato a trovarla?», «Come sta tua mamma?». E sapete, spesso lo fanno anche se voi siete antipatiche con loro e le odiate, perché in fondo lo capiscono che costa poco farlo ed è una cosa importante per voi. Il vostro bambino se ne dimentica quasi sempre. Perché? Ah, potrebbe essere sempre il ritardo sullo sviluppo o l’inabilità al multitasking che gli impedisce di chiamare la mamma e poi anche la compagna per dirle che sta tornando a cena. Sono azioni impegnative da farsi. La risposta (cinica, e non certo applicabile a tutti, ma a tanti) che io mi sono data nel tempo è che sostituiscono una colf con un’altra. Chiamano più spesso e volentieri la colf che attualmente soddisfa i loro bisogni primari. Quindi a un certo punto la mamma viene superata dalla fidanzata, che ha anche l’optional sessuale.

 

 

Perché con le vostre figlie non succede questo allora? Anche a loro garantite gli stessi bisogni primari, no? Non ho una risposta certa a questa domanda sociologica, ma credo stia tutto nella qualità del rapporto che si instaura. Si tratta di rapporto assistenziale versus rapporto di piacere. Andate a fare shopping con le vostre figlie e scambiate due parole (tanto per dire la più comune) e ai vostri figli invece servite la cena e stirate le magliette. E pretendete anche di essere le migliori a farlo cercando di demonizzare la martire che si è immolata decidendo di vivere con vostro figlio. Tra le mie conoscenze maschili, poi, la percentuale di impavidi eroi che lasciano la casa materna per andare a vivere da soli è davvero risicata. Tutti soli, malinconici, senza nessuno che dica loro in quale sportello sono gli asciugamani da bidet, denutriti e in pericolo. Non si esce di casa senza una fidanzata! Il che, purtroppo, avvalora la mia tesi della colf.

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