Inglese addio

Low Polygon, geometrie musicali (adesso si sono dati all’italiano)

Low Polygon, geometrie musicali (adesso si sono dati all’italiano)
09 Dicembre 2019 ore 09:07

Il 6 dicembre è una data che i Low Polygon cerchieranno sicuramente sul calendario: è quella della release di Serraglio Live Session (potete ascoltarlo QUI), primo lavoro in lingua italiana della band, a un anno di distanza dall’anglofono ep di esordio Ab. Il disco è stato invece presentato con un release party al Circolino della Malpensata sabato 7 dicembre. I Low Polygon (tutte le loro canzoni potete ascoltarle QUI) sono un quartetto la cui line up ha una “filologia” davvero particolare (tre di loro, a partire dal cantante e bassista Giorgio Corna, hanno una formazione prevalentemente percussionistica). Un background che molto ha inciso sull’approccio martellante e geometrico che caratterizza i lavori ad oggi pubblicati dalla band. Nata due anni fa come una sorta di power trio live, la band si è poi gradualmente evoluta in un progetto che spende molte energie creative lavorando sul design del suono e sulla costruzione di sequenze sintetiche, in continua ricerca e sperimentazione sonora. Ci parlano del loro progetto, a partire dal passaggio all’italiano che caratterizza questa release.

 

 

Come mai questo cambiamento?

Giorgio Corna (cantante e bassista): «Portiamo live Ab da più di un anno e in molti ci chiedevano perché cantassimo in inglese. L’inglese ci è sempre sembrato perfetto, è una lingua tagliente e con cadenze che si prestavano molto bene alla nostra ricerca quasi geometrica. Ci siamo resi conto, però, delle difficoltà del percorrere la strada dell’inglese: da non inglesi escono tutte le difficoltà del caso e avremmo dovuto innanzitutto puntare all’estero, cosa che non possiamo permetterci di fare tra chi studia e chi lavora. Abbiamo fatto un ragionamento su noi stessi e sul nostro progetto e abbiamo deciso di metterci alla prova e reinventarci».

Un compromesso con la realtà quindi.

Giorgio: «Inizialmente è partito così, poi ci si è aperto un mondo».

In che senso?

Giorgio: «Nel senso che io avevo già scritto in italiano, come sfida personale, e avevo già individuato alcuni riferimenti, su tutti Battiato per la sua sensibilità nella scelta delle parole e per la sua capacità di spingersi sempre in un modo o nell’altro al di fuori di quella sorta di safe zone linguistica costruendo e dando voce a concetti e esperienze che hanno una forza comunicativa impressionante, e applicare questa ricerca ai brani di Low Polygon mi ha permesso di sperimentare davvero tanto».

Parlaci allora di questi testi, più nel dettaglio.

Giorgio: «È difficile spiegare queste cose! Ci provo dai, allora, prendo in esempio EST. parco – tramonto; l’idea era chiamarlo utilizzando una forma tipica delle intestazioni di sceneggiatura, in cui la canzone è la sceneggiatura vera e propria, in un certo senso, ed è una canzone che parla di un rapporto attraverso il modo in cui due persone si scattano una fotografia, ho utilizzato molti termini tecnici di quel mondo, perché contengono una musicalità meno utilizzata da esplorare a livello fonetico. Oppure c’è Ipertesto, versione italiana di Into Circles, un brano di Ab: è stata una delle più difficili da fare perché le cadenze erano tipicamente anglofone e quindi ho lavorato attorno ad alcune parole chiave universali, come link, routine, click. È un ragionamento su quella che è la routine “fisica” di internet, al netto dei contenuti del web, un continuo salto di mondo in mondo tramite un clic sui link ipertestuali appunto».

 

 

Sei stato bravo! L’ep contiene quattro pezzi precedentemente pubblicati già in inglese. Cosa rappresenta per voi?

Davide Cestari (batteria e pad): «Parlo un po’ io così Giorgio si riposa. Questo disco è una fissazione di un work in progress, nel senso che l’idea è testimoniare questo passaggio tra Ab e le release inedite in italiano. Quando il Serraglio ci ha dato l’opportunità di realizzare una live session, abbiamo deciso di ripubblicare in italiano pezzi che erano già usciti in inglese».

Come si sono svolti i lavori di questo disco?

Omar Abou El Khir (percussioni e sintetizzatori): «Al Serraglio abbiamo registrato parecchi pezzi tra questi ne abbiamo scelti quattro. Giorgio li ha mixati, il master è stato eseguito da Francesco Dini al 1901 studio».

La vostra prima volta in italiano?

Omar: «Clamorosa, mezz’ora prima del concerto Giorgio ci ha detto che avrebbe cantato in italiano. Eravamo allo Sbirrando».

Marco Teli (chitarra e cori): «Si, da pazzi».

E come è andata?

Marco: «Strano, nello specifico chiaramente non molto bene, nel senso che i pezzi ci suonavano strani, cambiavano tutte le cadenze e tutti gli attacchi. È stato un battesimo di fuoco, necessario per capire se questi testi ce li sentivamo davvero. Dopo quella volta ci siamo convinti e abbiamo proseguito su questa strada».

Come nasce, dal cervello alla release, un pezzo dei Low Polygon?

Davide: «Ci sono sostanzialmente due approcci che si fondono e completano: uno più da sala prove, in cui arriva la struttura e si lavora su quella fino allo sfinimento, oppure un approccio più elettronico, da computer, in cui magari Giorgio arriva con un’idea e da lì si costruiscono struttura e idee aggiuntive».

Giorgio: «Diamo poi molto spazio al sound design, per come è strutturato il nostro live siamo in grado di avere momenti più acustici e suonati e momenti dove lavoriamo su effetti e ambient».

 

 

Quanto contano le idee? Quali sono i criteri di composizione a cui state più attenti?

Giorgio: «Le idee sono chiaramente la prima cosa, quella da cui si parte. Noi poi siamo un gruppo con una line up particolare, nel senso che siamo in tre a avere una formazione da batteristi, questo ci ha portato a insistere molto su quella componente. Dedichiamo una grande attenzione alla parte ritmica, a giochi di incastro e scambio di parti tra gli strumenti. È in questo senso che insistiamo sulla dimensione geometrica che sta già nel nostro nome. A livello di frequenze il gioco di incastri resta: per esempio capita che processo tramite effetti il suono di basso e vado a occupare la zona delle medio-alte, mentre le basse le copre Omar con un synth e Marco che si occupa dell’ambiente con riverberi molto presenti di chitarra. Insomma, ci piacciono molto giochini di questo tipo».

I pezzi sono stati pensati in inglese e digeriti dal vostro pubblico in quella lingua. Credete che le versioni italiane dialoghino con le strumentali in maniera altrettanto efficace?

Giorgio: «Di sicuro non è stato facile, è cambiato proprio il gioco e il modo di cantare. La nostra decisione l’abbiamo fatta nel corso del tempo sia dal punto di vista personale di band, sia ascoltando e guardando il pubblico di conosciuti, qui a Bergamo, ma soprattutto di sconosciuti: recentemente abbiamo suonato a Firenze e molti, che non hanno mai sentito i pezzi in inglese, hanno apprezzato molto quello che ci hanno descritto come “una musicalità non italiana su testi in italiano” per noi è stata una piccola soddisfazione e segnale che siamo sulla strada giusta rispetto a ciò che vogliamo fare».

Al di là della musicalità, che differenze avete notato nell’eseguire i vostri pezzi in italiano anziché in inglese?

Giorgio: «È stata una botta in faccia, come quando dopo le prime esperienze dietro alla batteria mi sono trovato a cantare: ho avuto l’impressione di essere improvvisamente attivo nella conversazione con il pubblico, cantare nella mia lingua madre a persone che mi comprendono immediatamente ha sostanzialmente accorciato ogni forma di mediazione. L’inglese inevitabilmente faceva da schermo. Diciamo che prima mi sentivo dietro una maschera, ora è un approccio meno mediato: con i suoi vantaggi e svantaggi».

Quanto è importante studiare e tenersi aggiornati?

Marco: «È molto importante ma credo sia fondamentale riuscire a farlo mantenendo un certo distacco. Va bene capire come sta andando il movimento culturale, ma il rischio di farsi influenzare troppo è da tenere sempre in considerazione».

Giorgio: «Se suoni nel presente rimani nel passato: se ti basi troppo su quello non ne vieni fuori, la musica non può fare altra musica, bisogna stare molto attenti se si vuole mantenere una certa identità personale prima che collettiva».

Davide: «Credo che la domanda giusta da porsi relativamente all’esperienza artistica di altri sia “cosa può innescare?”. È molto più interessante cercare di capire i percorsi che hanno portato gli artisti a fare quello che hanno fatto».

Omar: «E dalle sensazioni che evocano: prendi James Brown, per me è uno dei più grandi della storia proprio per l’energia che trasmetteva quando stava su un palco. Noi non faremo mai qualcosa di simile a James Brown, ma quell’energia almeno io ce l’ho ben presente quando suono».

 

 

Dove vi collocate?

Giorgio: «Non so, è difficile: per quello che abbiamo fatto è ancora troppo presto! Sappiamo dove vorremmo collocarci e ci impegneremo per quello».

Rapporto con Bergamo? Come la vedete?

Giorgio: «Da buoni dalminesi, ci sentiamo più nella provincia di Bergamo. Più ci si allontana da Bergamo più ci sembra che la gente che suona è incazzata. Noi siamo abbastanza incazzati».

Marco: «Credo sia colpa della Tenaris».

Giorgio: «Poco ma sicuro».

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