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Marlon ci porta nella Città Oceano

Marlon ci porta nella Città Oceano
21 Novembre 2019 ore 09:15

Le pareti della stanza dove Marlon vive, dorme e crea sono ricoperte di disegni: alcuni li realizza la sua fidanzata, Martina, che vive con lui e altri due coinquilini in quella casa ai margini della periferia di Bergamo; altri li hanno fatti alcuni degli artisti che vanno e vengono da quella casa. È la base di Peaceland, del collettivo, di quella che con un certo gusto del macabro potremmo chiamare la “Marlon Family” (ma solo perché si ritrovano a casa di Marlon e perché l’assonanza con una ben più celebre “family” era servita sul piatto d’argento). Ma non pensate a hippies dalle idee omicide: qui, in questa casa, per la quale Marlon si scusa a più riprese definendola disordinata (non lo è, è solo un po’ vissuta), si fa cultura. L’ultimo prodotto di questo incredibile ottovolante bergamasco è il disco di Marlon (ma dentro ci sono molti degli artisti di Peaceland). Si chiama Città Oceano (e potete ascoltarvelo QUI) ed è un indimenticabile chill-trip in un mondo fatto di hip hop, ferraglie metropolitane e luci al neon. Il disco è stato presentato all’Ink Club con un party la scorsa domenica 10 novembre e ora è disponibile su tutte le piattaforme.

 

 

Marlon, il 2019 per te è stato l’anno di esordio come rapper nel mondo dell’hip hop. Ma non è sempre stato così.

«Vero, nel 2010 ho cominciato a muovermi dentro alla french house, alla disco house, e in generale alla Nu-Disco. Quando ho iniziato stava cominciando a emergere una sottocultura legata a questi generi, con base su Soundcloud. Si tratta sempre di produzioni basate sui campionamenti. Il passaggio all’hip hop è una cosa che mi sono trovato a sperimentare solo da qualche anno».

Come ci sei arrivato?

«I primi passi verso questo mondo li ho fatti dopo aver scoperto Nujabes, un artista giapponese che prima di morire, quindi fino al 2010, spingeva una sorta di lo-fi hip hop antelitteram. Ascolti che mi hanno coinvolto fin da subito e che hanno influenzato molto anche la produzione di questo album. Mentre facevo queste scoperte avevo amici che erano presi bene per alcuni album hip hop italiani, come Turbe Giovanili di Fabri Fibra e i primi lavori di Bassi Maestro. Una sera ero all’Edoné e un mio amico che ai tempi era mega in fissa mi disse di ascoltare quei lavori e mi ci sono perso dentro per un bel periodo. Pensai che mi sarebbe piaciuto fare un disco così, al contempo crudo e introspettivo, a tratti malinconico ma pieno di vita».

E hai iniziato a scrivere testi.

«Non esattamente, nel senso che io già ai tempi del liceo mi ero messo a scrivere alcune poesie, roba abbastanza cupa, esistenzialista. Avevo iniziato a scrivere come fanno molti ragazzi durante un periodo un po’ buio. Avevo poi partecipato a un concorso a tempo perso, e in realtà mi era stato riconosciuto che quelle poesie erano qualcosa di abbastanza buono. Fino a quel momento non avevo mai considerato l’ipotesi di far passare dei messaggi attraverso la scrittura. Questi ultimi due dischi nascono dal recupero e dalla sintesi di queste esperienze. Mi ero più volte detto: “Va bene, mettiamo da parte queste esperienze, quando sarà il momento di farne tesoro succederà in maniera naturale”. E infatti così è stato, fin dal primo pezzo pubblicato con il progetto che poi ha portato a Città Oceano».

Come hai strutturato la realizzazione del disco?

«La prima metà abbondante di questo album l’ho prodotta e registrata lungo il corso dell’anno, mentre il resto dei pezzi sono stati scritti nelle settimane precedenti all’uscita. Mi ero dato una deadline in cui l’album sarebbe comunque uscito, e in quelle ultime settimane prima del giorno stabilito ho trovato gli stimoli e l’energia necessari a concludere il lavoro. Mi ha ricordato quando andavo a scuola».

Cioè?

«Non ho mai avuto un metodo di studio, do il massimo quando ho la strizza al culo, in cui è o tutto o niente. Credo che questa cosa mi sia rimasta anche nei progetti musicali».

Durante il release party dell’album hai citato due nomi pesanti, apparentemente estranei al tuo mondo, tra le tue ispirazioni.

«Battisti per il cuore, Battiato per la metafisica».

Che intendi quando dici «Battiato per la metafisica»?

«Ho guardato a lui, a quel suo incredibile modo di creare questi regni di significati sottili che si rivelano quando meno te l’aspetti, a quel tipo di ricerca di scrittura, alla sua capacità di parlare per simboli. Qualcosa di non totalmente leggibile, non totalmente al chiaro di luce».

Cosa è la città oceano?

«Una città che esiste e al contempo non esiste».

In che senso?

«Si può spiegare in tanti modi: la realtà fuori e la realtà dentro, il mondo reale e il mondo interpretato. Insomma, prendi Bergamo: c’è questa città che tutti vediamo e quella che sta dentro di te, che ti dà un feedback fondendosi con le tue sensazioni, le tue riflessioni, le tue esperienze, i tuoi ricordi, il tuo rapporto con il tempo. Come l’oceano, io sono nato in Perù ma sono arrivato in Italia quando ero ancora molto piccolo: per me l’oceano è un qualcosa vicino al quale sono nato ma che non ho mai vissuto, qualcosa che fa parte di me e dei miei ricordi ma che al contempo è soprattutto un enorme mistero».

Un legame con il Perù che emerge in uno dei capitoli del disco, quello di Alma e soprattutto Pendejo, due tracce dell’album. Che rapporto hai con il Perù?

«È una spinta al mistero e alla conoscenza. È strano perché per i compaesani lì spesso sono un gringo, uno straniero anche se parliamo la stessa lingua. Visitare il Perù a 17 anni mi ha fatto capire quanto davvero sia importante interrogarsi sulle proprie radici. Ho scritto in spagnolo innanzitutto per un gusto personale, per sperimentare, perché cambiando lingua cambia tutto il gioco, e un po’ per stabilire un legame con quella parte della mia storia».

 

 

In un brano dici «mamma, cresco e torno». Quando torni?

«Da mia mamma appena posso, quando trovo il tempo torno da lei, che è un po’ come tornare all’inizio della vita, a rifare il conto di quello che è successo nel corso del tempo. Secondo me è tutto un rituale: cresco, torno, mi distruggo, vado, ricresco e torno di nuovo. Un continuo avanti e indietro, un ciclo naturale. Con i miei genitori siamo riusciti, con tempo e sacrifici, ad avere un rapporto buono, più sincero. Cosa che mi ha molto aiutato nello sviluppo della sfera sentimentale, nella comprensione della mia emotività. Tutto questo mi ha aiutato molto a dare una certa trasparenza anche ai miei stessi lavori artistici».

I tuoi lavori escono per Peaceland (Facebook e Instagram), la tua etichetta, la cui sede è proprio qui in casa tua.

«Si è vero, Peaceland è un’etichetta ma soprattutto un collettivo, non si tratta solo di collaborazioni artistiche: si tratta di un gigantesco backstage 24/7 mentre sul “palco” scorrono i lavori degli artisti che frequentano questo posto. Il concetto è voler fare un’isola tranquilla in cui nessuno si deve sentire forzato a fare nulla in particolare, tutti devono essere più liberi possibile, condividendo influenze artistiche e momenti produttivi con gli altri. In concreto, Peaceland è nata nel 2015 come etichetta indipendente. L’avevo fondata insieme a Kevin, amico e compagno di liceo. L’idea mi era venuta perché facevo le prime produzioni jazz-hop e ho pensato che sarebbe stato bello autorilasciarmi il materiale. Poi volevo creare qualcosa che potesse unire le persone. Da quel giorno si sono aggiunti tanti artisti, si è creato un circuito, si è fatto un giro stimolante di persone. Adesso che da un anno e mezzo vivo in città è diventato più facile concentrarsi sul territorio e cercare di proporre cose interessanti».

Di Bergamo che dici?

«Qui, essendo tutto molto ridimensionato, tutto diventa più reale. Se voglio rappresentare questa città posso farlo, ed essendo un luogo così familiare il messaggio passa di più, vedo un grande potenziale in Bergamo, tanta gente che fa cose interessanti, anche se magari non lo dice ad alta voce».

Il tuo primo pezzo si chiamava Morte(lo potete ascoltare QUI). Ci pensi?

«È sempre presente in quello che faccio, penso che non avrei nemmeno iniziato se non fosse stato in qualche modo per quello. Fare musica per me è un po’ come lasciare ogni volta un testamento. Non è nulla di così macabro o strano, penso solo sia un concetto con il quale è fondamentale continuare a rapportarsi, sul quale è bene interrogarsi in continuazione, chiedendosi fino a che punto si sia riusciti a comprenderlo: cosa è rispetto a noi? Cosa è rispetto alla vita? In questo senso la morte è sempre presente per me, come punto di domanda da decifrare».

Come componi?

«Il mio metodo molto spesso si basa sul campionamento, credo che campionare sia un momento importante, vuol dire fare una scelta, fare un gesto da artigiano, come prendere un blocco da cui partire a costruire, che sia la tua voce, la canzone di un film, che sia il collegamento a un concetto o una serie di associazioni di idee. Dopo aver scelto il campione lo si porta su un sequencer e da lì si inizia a imbastire il pezzo. Mi affido molto alle immagini che il campione genera nella mia testa. Da lì poi partono le scelte: si può giocare sulla sorpresa e sulla destabilizzazione, oppure si può scegliere di stare più tranquilli. Però non succede mai che io dica: “Oggi voglio fare questo”, è tutto abbastanza spontaneo».

Chi è il tuo ascoltatore ideale?

«Il mio ascoltatore è uno che medita sul cambiamento, perché ascoltando le mie tracce penso che una cosa che passi è una certa volontà di destabilizzare. Non non mi piacerebbe mai viziarlo o accompagnarlo: punto sempre molto sul cambiamento: cambiano le tematiche, le tonalità, cambia la persona che canta, addirittura non è nemmeno più la canzone di prima. E l’ascoltatore è destabilizzato».

Come mai un album? Che feedback ti aspetti?

«Credo che un album, soprattutto oggi, sia una presa di posizione forte. Mi aspetto di costruire una buona nicchia sul passaparola, capisco che potrebbe non essere immediato da digerire».

Mi fai vedere le stanze dove lavori?

«Vieni».

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