Bar nei supermarket

Pensieri segreti di una commessa Mai uno che dica solo «un caffè»

Pensieri segreti di una commessa Mai uno che dica solo «un caffè»
18 Novembre 2017 ore 03:30

Finalmente la pausa caffè! Nei turni lunghi, di otto ore (o anche più, ma ssshhh perché pare sia illegale) lascio per un attimo il bailamme del negozio per concedermi un momento di pace. Esco in tutta fretta per recarmi al bar di fronte e mi appoggio al bancone in attesa di ordinare. Mentre sto lì, per deformazione mentale dovuta agli anni di osservazione sociologica, inizio a guardare gli altri avventori del bar.

«Ma è tiepido!». Arriva il primo, un uomo in giacca e cravatta che probabilmente è un manager o un rappresentante di enciclopedie nel decennio sbagliato. Un caffè, ordina. Il barista glielo serve subito, sembra una cosa facile. L’uomo però, invece di bere il suo caffè come tutti i mortali e poi andarsene, appoggia le labbra e quasi sputa tutto sul bancone. Inizia a fare delle facce come se avesse bevuto dalla tazza del water, si contorce e si pulisce la bocca con schifo indicibile, inizia a cercare acqua e poi estrae un chewing gum. Cosa ci sarà mai dentro quella tazzina? Il cameriere gli ha servito sciacquatura di piatti? C’è del cianuro? Il caffè ha fatto la muffa? C’era del catarro galleggiante ? Il barista ed io siamo in ansia e abbiamo già composto il 112, quando finalmente lui riacquista l’uso della parola ed esclama stizzito: «Ma è tiepido!». Il barista attonito ritira la tazzina e ne fa subito un altro alzando la temperatura della sua macchinetta al massimo e gli serve un caffè da cui si alza la stessa quantità di vapore delle solfatare di Pozzuoli. Lui lo trangugia provocandosi sicuramente un’ulcera e poi se ne va, con ancora un po’ di schifo sulla bocca per quell’affronto.

 

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«Che tipo di caffè avete?». Arriva subito dopo un altro uomo che si appoggia e inizia a scrutare dietro al bancone, vicino alla macchina del caffè. Osserva tutto e strabuzza gli occhi, come per individuare qualche imperfezione. Il barista inizia a preoccuparsi, sarà mica un’ispezione sanitaria? Così prova a chiedere: «Posso esserle d’aiuto?». «Mi stavo chiedendo che tipo di caffè avete». Che tipo di caffè. Ecco un’altra fisima degli ultimi anni, cari i miei esperti latifondisti del Brasile. A meno che voi siate in una torrefazione in un giorno di degustazione, non avete il diritto di chiedere caffè diversi dal Kimbo, sappiatelo. Comunque, il barista è sapientemente preparato: «Abbiamo cento per cento arabica, miscela robusta-arabica o miscela italiana». Il sofistico sembra spiazzato, ci pensa su un po’. Poi dice: «Quindi non avete il caffè Kopi Luwak della Tanzania?». «No». «E neanche il caffè Meletti miscela intensa?». «No…». «E il caffè verde?». «No, ma se aspetti un attimo posso impegnarmi e versare dello Svelto in una tazzina». Alla fine di tutto questo sfoggio di nomi, beve un caffè d’orzo. Che se ti intendi di caffè è un po’ come ordinare gli spaghetti a Berlino.

«Un accenno di caffè». Intanto è arrivata una signora che aspetta il suo turno. Ha la faccia compita, i pantaloni con la riga perfetta e sicuramente il sedere stretto. «Un accenno di caffè, per favore». Un accenno. Qui siamo su l l’ermetico. Cosa vorrà dire? Forse deve fingere di servirle del caffè? Servirlo, farlo annusare e poi ritirarlo prima che lei lo beva? Berlo e poi parlare a distanza ravvicinata con lei per sputacchiarle addosso? Nebulizzare caffè nell’aria affinché l’aroma avvolga la signora? Mentre mi interrogo su questa poesia da bar, il barista serve un caffè molto ristretto. Fine della filosofia.

 

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E poi arriva lei. Nel frattempo è arrivata una signora sulla quarantina, forse alla ricerca di attenzioni, che si siede sullo sgabello e inizia: «Mi fa un caffè decaffeinato tiepido, macchiato con latte caldo parzialmente scremato però nella tazzina fredda e zucchero di canna?». Praticamente non è un caffè, è una prova di abilità. Il barista allora fa il deca, mentre si raffredda un po’ apre appositamente il latte parzialmente scremato che nessun altro a parte la signora chiederà mai più per correggere qualcosa, raffredda la tazzina sotto l’acqua e assembla poi tutto sul bancone, con la bustina di zucchero grezzo. Io lo ammiro e lo stimo, ma non è finita qui. Quando l’intruglio è pronto la signora, lusingata ma non ancora appagata, versa il suo zucchero di canna, afferra il cucchiaino e: «Ma non è che ha un cucchiaino più lungo?». Se il barista fossi io a questo punto della giornata darei alla signora un bel tarel da polenta, sperando che sia abbastanza lungo da allontanarla dal bancone e dalla mia esistenza. Ma la pausa caffè è ancora lunga.

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