quei poveri diavoli in costume

Pensieri segreti di una commessa Un po' di pietà per gli animatori

Pensieri segreti di una commessa Un po' di pietà per gli animatori
Tendenze 20 Ottobre 2017 ore 09:45

Che bello quando andate al centro commerciale e nella galleria trovate quegli stand di animazione per bambini, vero? Fanno colore e allegria, vi fanno sentire in una piazza. Soprattutto, vi sollevano dal compito di intrattenere i vostri figli, giusto?

Prima di fare la commessa sono passata anche da lì. Sono partita dalla gavetta. Quando vedo quei poveri diavoli travestiti da Peppa Pig, vengo investita dai ricordi come se fosse un tir. Niente nostalgia, sarò sincera. L’animatore tipo passa i suoi fine settimana chiuso dentro a un ipermercato (e fin qui, tutto regolare), vestito come Tonio Cartonio e pettinato come la fatina dei colori. Generalmente basta fare l’animatore una volta per decidere che il genere umano va estinto. Purtroppo però tocca fare lo sporco lavoro addirittura per qualche anno prima di trovare un altro impiego più qualificato, tipo la commessa (vi prego, leggete con ironia o da qualche parte un animatore morirà).

 

 

Il cliente medio della domenica quando vede una postazione dove può scaricare i bambini lo fa con solerzia. Vede un truccabimbi e uno che gonfia palloncini e subito pensa gaiamente: «Che bello! Che bravi questi ragazzi! Come sono contenti di stare con i bambini! Che passione nel loro lavoro!»: sì, con tutti questi punti esclamativi. Il genitore medio è davvero convinto che chi svolge questa attività la domenica sia uno che ha una vocazione, un essere semplice che ha voglia di stare con i bambini e basti questo per riempire di gioia le sue giornate. Genitori, vi voglio rivelare che il sorriso che vedete è una paresi, l’euforia è l’effetto di qualche psicofarmaco e i colori che stanno usando sulla faccia di vostro figlio sono a base di arsenico. «Ma come, i bambini sono la cosa più bella del mondo», penserà a questo punto il genitore retorico.

 

 

Lasciate che vi spieghi il mio astio. La famigliola arriva. Il padre vorrebbe essere a casa a guardare la partita, ma pare che lei abbia urgenza di comprare un paio di ballerine. E così sono sopraggiunti in loco e si sono trascinati dietro anche i due pargoli. Lei, euforica, quando vede il ragazzo vestito da clown che sta torcendo palloncini, esclama: «Uh, guarda che c’è il circo!» . Il “circo” (cit. da improprio paragone tra una persona e una tensostruttura circolare di plastica) si dà il caso che abbia una laurea, parli quattro lingue correntemente e abbia collaborato con il Cern di Ginevra. E niente, viene pagato 50 euro lordi la giornata. La signora quindi infila i suoi due pargoli davanti a tutti gli altri, infischiandosene della coda che c’era, degli altri genitori, della laurea e del fatto che magari ai suoi bambini nemmeno andava di stare lì. Ma per una legge universalmente nota alle commesse e agli animatori, la domenica ai genitori è proibito di esercitare qualsiasi attività educativa nei confronti della prole. Caso mai possono rimproverare te di non farlo, ignorando il fatto che il tuo potere educativo, se sei vestito come Eta Beta è pari a zero.

 

 

Lei sbraita alla tua collega truccambimbi: «Dai Desdemona, fatti fare un bel trucco da farfallina!» e la scaraventa sullo sgabello di peso. Se chiami tua figlia Desdemona, come minimo devi immaginare che a quattro anni sia già satanista, o almeno che non voglia saperne niente di farsi fare delle farfalle in faccia. La figlia infatti inizia a urlare come una banshee e cerca di cavare gli occhi alla ragazza col pennello, che per inciso è diplomata all’Accademia delle Belle Arti con master in restauro di mosaici e si ritrova a dipingere mocciosi. La madre però è convinta che la figlia voglia proprio proprio essere truccata da farfallina e insiste nel tenerla inchiodata sulla sedia. Anche la truccabimbi allora prova a trovare una soluzione e cerca di calmarla. Ma la piccola e dolce Desdemona riesce a ribaltare tutto il tavolo con i colori e a fare fuggire la metà dei genitori attorno a lei. E quasi ci sta simpatica. Alla fine il padre, che nel frattempo si era appartato con il suo iphone per seguire le partite, è costretto a prelevare di peso la sua cucciola e imbavagliarla. La madre allora ci riprova con il primogenito. Si accomoda il pargolo: «Piergiorgiocaro, vero che vuoi essere truccato da pirata?».

Genitori, farò una breve digressione sul concetto del nomen omen. Quando registrate i vostri figli all’anagrafe, sappiate che quel nome è per sempre; come un diamante, sì, ma incastonato in fronte. Piergiorgiocaro quindi, scuoterà timidamente la testa e arrossirà.