Tra tulle e sbuffi

Pensieri segreti di una commessa Vestite da sposa per la Comunione

Pensieri segreti di una commessa Vestite da sposa per la Comunione
Tendenze 04 Maggio 2018 ore 05:15

Aprile e maggio, si sa, sono mesi di comunioni e cresime. Cerimonie a cui tutti siamo stati sottoposti forzatamente e che sono rese sopportabili soltanto dalla promessa dei regali o della torta o dalla possibilità di perdere un giorno di scuola. Al di là del dubbio coinvolgimento spirituale, è invece noto a tutti che il coinvolgimento della famiglia nell’organizzazione della giornata è massimo. Regina delle danze è ovviamente la madre che gestisce ogni dettaglio un po’ come se fosse un secondo matrimonio. Tutti gli altri parenti sono costretti a obbedire. Oggi seguiremo da vicino una di queste mamme alle prese con un momento profondamente significativo per la fede del proprio pargolo: la scelta del vestito.

Il “gran giorno”. La situazione è molto diversa a seconda che il bambino sia maschio o femmina. Se la figlia è femmina, la festa viene vissuta dalla madre come un’anticipazione delle nozze. La bambina viene preparata alla comunione dai sei mesi precedenti, facendole sfogliare cataloghi di vestiti per bambini che sembrano l’agghiacciante album matrimoniale di due hobbit. Niente più libri di favole, soltanto riviste di acconciature. È molto probabile che la bimba di otto anni si sia quindi abituata a sentir parlare della giornata come “del suo giorno speciale” o “del gran giorno”.

 

 

Un vestitino kitch. Quando madre e figlia arrivano in negozio quindi condividono lo stesso stato d’animo da evento eccezionale che esaspera la commessa, che invece di clienti da giorni speciali ne ha già dovuti servire una trentina (e per inciso, è diventata satanista). Camminano anche allo stesso modo, tutte impettite come se stessero reggendo una monetina con i glutei. Dicono sempre la stessa cosa: «Vorrei un vestito per mia figlia elegante ma comodo, fine ma che si noti, per l’occasione ma che poi possa usare anche altre volte e soprattutto semplice». Semplice. Quando qualcuno vi chiede una cosa semplice, preparatevi a uno sfacelo di pretese. La commessa comunque ha un suo repertorio di vestitini da proporre alle madri, che sono tutto sommato accettabili. Se avessi otto anni e fossi in possesso delle mie piene facoltà mentali (cioè se mia madre non mi convincesse velatamente che sto per sposarmi con mio cugino solo perché è vestito con un frac) vorrei un vestito carino che mi consentisse di andare sull’altalena alla fine del pranzo. Le prime prove non entusiasmano mai la madre, nonostante le bimbe invece conservino un innato gusto estetico che impedisce loro di assomigliare a Maria Goretti e apprezzino quindi gli abiti a fiorellini o a pois.

Purtroppo però la genitrice vira ben presto sul kitch. Cominciano sempre col volere la gonna con più balze, e ben presto le pretese si susseguono a cascata: il vestito più bianco, le maniche più a sbuffo, il colletto più ampio, il pizzo più pizzo. Tutto ciò in cinquantasei comodi cambi d’abito, poiché le madri non hanno mai chiaro cosa vogliono (hanno solo dentro di sé l’emozione del “di più”), ma procedono per tentativi ed errori, molti errori. Dettaglio dopo dettaglio, la bambina è diventata maggiorenne e ha assunto l’espressione allegra di un bulldog, tuttavia: «Ecco ci siamo, è il vestito giusto!», trilla la madre con gli occhi lucidi. La commessa e la bambina si guardano, ed è un’occhiata compassionevole. Il vestito risultante dai vari dettagli è una specie di tutù bianco con spalline a sbuffo, applique di fiori rosa sul petto e coroncina di perle e pizzo. Tocco di classe, il tulle da fissare sulla testa. Sarebbe perfetto per il lago dei cigni, ma questo la commessa non lo dice, tanto più che di solito i vestiti brutti costano un sacco di soldi e lei è stanca di assistere alla rovina delle nuove generazioni e allo sgretolamento delle conquiste femministe.

 

 

Come il paggio di Cenerentola. Già, se invece il festeggiato è maschio, la musica cambia completamente. La madre arriva in negozio con il figlio trascinandolo per un braccio come nemmeno nei peggiori giorni di scuola. Lui non vuole vestirsi bene per il giorno della comunione; aveva già proposto il completo da calcio dell’Atalanta ma tutte le donne di casa l’hanno guardato male. Il pargolo ha così appreso una lezione importantissima per la sua vita da adulto: non dire mai a una donna come vorresti vestirti tu, ma lascia che ti vesta lei. È più facile.

Così ora assiste impotente alle scelte della madre che nel frattempo è al telefono con la cognata per sapere di che colore sono le scarpe della cuginetta con cui faranno il pranzo. Scarpette gialline? Camicia giallina. Pizzo rosa? Colletto della giacca rosa. La scelta dell’abito per il figlio maschio è molto più rapida, basta solo che sia intonato a quello di una qualsiasi bambina presente nel suo stesso ristorante. Camicia, pantaloni eleganti, giacca e delle scarpe scomodissime con cui assolutamente non potrà giocare a calcio nonostante gli abbiano appena regalato il pallone di cuoio dei mondiali. Non provano mai più di tre vestiti prima di decidere. Il bambino assomiglia al paggio di Cenerentola, ma verrà lasciato in pace fino al giorno della comunione. Niente aspettative, solo qualche foto imbarazzante con sfondi vellutati in stile cassa da morto e sfocature ai margini degni di un dagherrotipo. Sistemati i bambini, è il momento degli adulti.

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