Per conoscerli meglio

Signore e signori, ecco a voi gli Iside Saranno la vostra band preferita

Signore e signori, ecco a voi gli Iside Saranno la vostra band preferita
16 Novembre 2019 ore 04:00

Gli Iside: la vostra nuova boy band preferita. Da tenere d’occhio. Innanzitutto se vi piace la musica; in secondo luogo se vi interessa sapere chi, anche solo per un banale check a numeri e ascolti, si sta prepotentemente candidando per fare il fatidico salto dal mondo della musica emergente a quello della musica emersa. Sperando che i ragazzi non siano scaramantici, i dati per ora parlano chiaro: il primo singolo pubblicato con l’etichetta di edizioni Peermusic (Paradiso, potete ascoltarlo QUI) ha totalizzato oltre cinquantamila ascolti in un mese dalla pubblicazione. Mercoledì 13 novembre è uscito il secondo capitolo ufficiale di questa band in realtà piuttosto nota già da almeno un anno nel sottobosco bergamasco. Si intitola Disobbedisco (e potete sentirlo QUI), un brano da ascoltare «a volume altissimo e senza farsi domande», come si poteva leggere in uno dei post di lancio nei giorni precedenti all’uscita.

 

 

Gli Iside sono composti dal cantante, frontman e chitarrista Dario Pasqualini, dal chitarrista Daniele Capoferri e da Giorgio Pesenti e Dario Riboli: questi ultimi nella formazione tipo sarebbero rispettivamente percussionista e bassista, ma in realtà gestiscono una quantità di sintetizzatori, sequencer, loop e pad tale da rendere puramente formale ogni ulteriore specificazione del loro ruolo. I brani degli Iside sono autoprodotti, anche in seguito all’accordo con Peermusic: la produzione è affidata a Giorgio Pesenti, mentre il missaggio avviene nelle secrete stanze di Dario Riboli. Abbiamo parlato a lungo con Dario Pasqualini, che oltre a cantare e suonare alcune delle parti di chitarra è anche l’autore dei testi e primo ideatore delle bozze armoniche da cui vengono poi sviluppati i brani.

 

[Dario Pasqualini, frontman e chitarrista degli Iside]

 

Partiamo dal nuovo singolo. Anzi, parlacene.

«È un pezzo un po’ più nervoso e arrabbiato rispetto al primo, ha un minutaggio al di sotto dello standard discografico attuale, non arriva nemmeno a due minuti. Però tra i pezzi che abbiamo scritto è quello in cui dico più parole».

Disobbedisci?

«Il pezzo sì, io non per forza. La canzone è impostata, da un punto di vista lirico, su una serie di aut aut. La disobbedienza non è da collocarsi in qualche ambito particolare, è più un tentativo di evocare una sensazione di micro ribellione e al contempo di desolazione e frustrazione. Ma non ce l’ho con nessuno. Diciamo che l’obiettivo è che il prodotto artistico abbia una vita indipendentemente da me e da noi. Per noi e per come lavoriamo, poi, è importante che il testo dialoghi con la strumentale. Non vogliamo che siano due cose diverse. Quindi tutto nasce di conseguenza».

C’è molta sperimentazione in quello che fate. Ma non sembra mai una sperimentazione da torre d’avorio. Per voi che importanza ha il rapporto con chi vi ascolta?

«Più che pensare ai nostri ascoltatori “in carne e ossa” diciamo che se c’è un criterio nel decidere in quale direzione muoversi per sperimentare è osservare come lo fanno gli artisti che attirano noi, in primo luogo, in veste di ascoltatori. Se le produzioni di altri artisti ci attirano cerchiamo di capire perché su di noi abbiano funzionato e rielaboriamo la lezione per produrre a nostra volta, o almeno così si cerca di fare».

Voi credete nell’estro “romantico”, nell’ispirazione casuale?

«Poco o nulla. Almeno per me, funziona che le idee vengono solo quando ascolto tante cose per tanto tempo e riesco a interiorizzare certe “lezioni”, in modo che possano fruttare. C’è una discreta possibilità che analizzando tutte le mie linee vocali salti fuori che sono dei puzzle di cose che ho ascoltato e che non sapevo di aver metabolizzato».

Come nasce un brano degli Iside?

«Tendenzialmente scarabocchiando voce e chitarra o piano e voce: se un’idea mi pare buona provo a strutturarla e a fare un canovaccio, poi lo propongo agli altri. Gli altri iniziano a lavorare sulla base di quella che sostanzialmente è una bozza chitarra e voce in un inglese finto o in una specie di lingua che ricordi vagamente l’inglese. A quel punto con gli altri discutiamo la struttura strumentale, scegliamo i suoni, costruiamo il beat. Poi scrivo il testo italiano, registriamo le voci e per ultima cosa passiamo le tracce a Dario (Riboli, ndr) che si occupa del missaggio. Produzione e missaggio fanno tipo l’ottanta per cento del brano, per capirci».

Sperimentazione sì, ma ballabile.

«Credo che questa cosa sia nata spontaneamente dopo un po’ di live. Non è ragionato, è inconsapevole, ma lo si nota ai concerti: il momento in cui le persone realmente iniziano a entrare in rapporto con te nei live è quando il pezzo spinge di più. La ballad e i brani più intimi in generale diventano molto importanti da un certo livello in poi, quando il rapporto con l’artista si è già costruito. Anche a me capita di annoiarmi ai concerti, anche di artisti che mi piacciono, lo capisco».

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Come è andata con Peermusic?

«Storia romantica: avevano sentito alcuni nostri pezzi e si sono incuriositi. Allora ci hanno chiesto di passare a trovarli nella loro sede di Milano. Era un nome che già conoscevamo, anche perché molte delle cose italiane che ci piacciono sono gestite da loro. Siamo andati pensando di stabilire semplicemente un contatto e invece ci hanno subito proposto un accordo per curare le edizioni. Non abbiamo mai cercato nessuno, mai mandato una mail, è stata un’operazione vera e propria di scouting partita da loro».

Cosa è cambiato?

«A un livello tangibile, i numeri, che penso che non avremmo mai potuto raggiungere pubblicando da soli. Per noi è una soddisfazione enorme e uno stimolo incredibile sapere che finché siamo con loro ogni volta che faremo un pezzo ci sarà qualcuno che lo ascolterà. Poi è bello perché noi dobbiamo solo pensare a fare i pezzi e del resto se ne occupano loro».

La vostra musica si mette in un solco molto internazionale, ma in lingua italiana. La musica in italiano può essere esportata? Vi piacerebbe?

«Perché no? Alla fine nell’era digitale è più facile oltrepassare i confini, e lo dico perché penso a tutta la musica straniera, non necessariamente in inglese o spagnolo, che comunque riusciamo ad apprezzare. In generale penso sia importante che in Italia ci si stia un po’ liberando dal peso di una tradizione recente fatta in gran parte di cantautorato e di focalizzazione quasi ossessiva sul testo. Al di là dei gusti, prendi un artista come Mahmood: è al centro delle scene in Italia pur essendo un artista che è in tutto e per tutto internazionale. È un segnale importante. Per quanto riguarda noi, all’estero penso sia un passaggio ancora molto lontano, ma se capitasse non diremmo di no».

Nella vostra musica ci sono molti elementi che arrivano dalla trap. Negli ultimi quattro o cinque anni è stato uno dei generi dominanti in tutto il mondo. Ma quale futuro vedi per la trap?

«Posso azzardare una risposta solo guardando a quello che fanno gli altri. Penso agli ultimi lavori di artisti come Toro y Moi e Frank Ocean, in cui la trap si sente soprattutto nell’approccio ritmico, mentre da un punto di vista armonico e vocale si sta proseguendo lungo una direzione che recupera parti più cantate e armoniche, e non più solo il rap, autotunato o meno che sia, che ha caratterizzato molta della trap più recente. In questo senso, credo che in molti si siano resi conto della fertilità della trap anche da un punto di vista della sua capacità di contaminare e che quella sia la direzione da seguire».

Immagina, tra vent’anni, una serata revival anni 2010: cosa metteranno?

«I primi che mi vengono in mente sono Flume, Kanye West e Kendrick Lamar».

Come se la cava Bergamo?

«Ci sta un sacco, anche se Bergamo è al trentacinquesimo posto delle città in cui abbiamo più ascoltatori. Dietro Catania».

Del video di Paradiso che ci dici?

«Fatto noi alla festa della Roncola: per caso avevamo una videocamera e ci siamo detti “facciamo un video grottesco di noi qua”. E alla fine è rimasto».

L’importante è…?

«Non affezionarsi troppo alle cose fatte. Prendi Paradiso: non è che non ci piaccia più, però non rifarei, e non rifaremmo, mai più un pezzo del genere. Cioè, voglio dire, l’abbiamo già fatto: da lì si parte e si deve arrivare da qualche altra parte».

Fattibile vivere di musica?

«Magari! Anche solo sopravvivere».

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