Com'è nato e dove è arrivato

Sulle tracce di Liberato

Sulle tracce di Liberato
Tendenze 11 Maggio 2018 ore 06:00
Foto in apertura di Glauco Canalis

 

«Non c’è nulla da fare, è uno dei segreti che mi porterò probabilmente nella tomba. Però, se ci rifletti bene e guardi i credit dei video, capisci che ci sono davvero molte persone che lavorano assieme a me. Ti sembra possibile che Liberato venga sul set? Abbiamo una persona che quando giriamo si occupa dell’anonimato, ovvero controllare che nessuno faccia fotografie o video quando appare il bomber di Liberato». Niente, neppure Francesco Lettieri, napoletano classe 1985 “radicato” a Roma e regista (di gran talento) degli acclamati video delle canzoni (finora sei) del misterioso artista partenopeo senza volto Liberato ha saputo/voluto, in una recente intervista al mensile XL, dare qualche indizio in più sulla reale identità del cantante che, dal 9 maggio 2017, ha creato attorno a sé e alla sua musica un hype che ha pochi precedenti in Italia. Un picco di curiosità e attenzione che, negli ultimi giorni, ha raggiunto l’apice. La sera di mercoledì 9 maggio 2018 infatti, esattamente un anno dopo la pubblicazione su YouTube di 9 Maggio, suo debutto, Liberato terrà un concerto gratuito alla Rotonda Diaz, centro nevralgico del cosiddetto “lungomare liberato” di Napoli (così soprannominato dal sindaco Luigi De Magistris dopo la pedonalizzazione l’area). L’annuncio è stato dato dallo stesso cantante sui suoi canali social con un semplicissimo avviso che ha raggiunto numeri di condivisioni e interazioni pazzesche. Il passaparola ha poi fatto il resto. E per capire il “fenomeno Liberato”, forse, è utile partire dalla fine.

 

 

Il concerto. Non è la prima volta che Liberato si esibisce. Poco più di un anno fa, al noto festival “MiAmi” di Milano, gli organizzatori annunciarono il cantante napoletano nella lineup. Allora era ancora un fenomeno “di nicchia”, molto apprezzato però da chi segue quel variegato mondo del sottobosco musicale italiano meno pubblicizzato dai grandi media ma con un foltissimo seguito. All’attivo aveva soltanto due canzoni che, per quanto belle, non permettevano certo di parlare di una sua fanbase. La maggior parte delle persone, quindi, erano andate ad ascoltarlo nella speranza di scoprirne finalmente l’identità. E lì arrivò la sorpresa: sul palco, invece di Liberato, si presentarono altri quattro artisti (il più noto era Calcutta, ma c’erano anche Izi, Priestess e Shablo), che cantarono le sue canzoni mentre lui, il vero Liberato, si prendeva gioco di tutti stando tra il pubblico e pubblicando poi, su Facebook, un video del concerto. La delusione è stata smaltita soltanto in autunno, quando Liberato è stato annunciato al “Club To Club” di Torino. Nell’occasione, il cantante è salito davvero sul palco, con cappuccio e bomber d’ordinanza, ma con una marea di luci alle sue spalle, così che nessuno dal pubblico è riuscito a vederne il volto. A febbraio 2018, è arrivato l’annuncio dell’ennesimo live, questa volta internazionale: dal 14 al 16 giugno, infatti, Liberato si esibirà al “Sonar”, celebre festival di musica elettronica e d’avanguardia che si svolge dal 1994 a Barcellona. Molti suoi fan (perché a questo punto sì, possiamo dire che Liberato ha creato una netta fanbase legata alla sua musica e al suo personaggio) erano già pronti a partire, quando, a inizio maggio, il cantante ha, a sorpresa, annunciato il live gratuito nella sua Napoli.

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Inizialmente le informazioni erano pochissime: al tramonto, sul lungomare, gratis. Stop. Le voci hanno iniziato a circolare: qualcuno diceva che si sarebbe esibito su una barca in mezzo al mare, altri che in realtà era tutta una messinscena. Invece, alla fine, ecco le informazioni ufficiali, diffuse in queste ore da Repubblica: il live dovrebbe iniziare alle 20 con una band d’apertura, poi Liberato sarà protagonista dalle 21 circa. La location è la Rotonda Diaz, dove è stato montato un palco. Si attendono migliaia di persone da tutta Italia, ma l’area potrà accoglierne un massimo di seimila. Lo spazio sarà completamente recintato, con due varchi d’accesso presidiati, sin dalla mattina, da oltre duecento tra poliziotti, carabinieri e finanzieri e una trentina di agenti della polizia municipale. Pare che il cantante, a fine concerto, voglia andarsene via mare. Ma quindi vedremo finalmente Liberato? Macché. Anche questa volta non sarà da solo: insieme a lui, sul palco, tre suoi sosia. Quattro persone dunque, vestite in modo identico e con la stessa maschera a coprire il volto. Soltanto una di loro, però, sarà il vero Liberato.

 

 

La musica. A questo punto, in attesa dell’esibizione, più che sul contorno tanto vale concentrarsi sul contenuto, ovvero la musica di Liberato. Difficile darne una definizione. Al momento sono sei le canzoni pubblicate da questo misterioso artista: 9 maggioTu t’e scurdat’ ‘e me, Gaiola Portafortuna, Me staje appennenn’ amò e le ultime due uscite Intostreet e Je te voglio bene assaje. Generalizzando, si potrebbe dire che Liberato è un rapper, ma sarebbe riduttivo. Le influenze della trap, che tanto va di moda anche nelle radio, sono evidenti. Ma anche qui non ci siamo. C’è un grande lavoro di elettronica, ad esempio. Ci sono influenze, anche forti, r’n’b e di house. Ma c’è, soprattutto, un fortissimo legame con la tradizione neomelodica napoletana. Tanto che niente di meno che Nino D’Angelo, poco tempo fa, ha dichiarato: «Liberato mi piace, ma non è niente di nuovo». E (sebbene forse soltanto in parte) non gli si può dare torto. I testi delle canzoni di Liberato, infatti, sono in napoletano, con flash di contemporaneità dati dall’utilizzo strumentale di frasette in inglese che non fanno altro che rendere ancora più “canticchiabili” i suoi pezzi. Ma non solo: nelle sue canzoni ci sono continui richiami alla tradizione della canzone napoletana, da Pino Daniele alla tammurriata nera. Un lavoro di autore-sarto, in grado di cucire assieme modernità e tradizione, ciò che piace oggi con ciò che da sempre piace. A Napoli, ma non solo. Naturalmente le canzoni e lo stile possono conquistare o meno, ma la novità (ed è qui forse che Nino D’Angelo non ci ha preso) è che Liberato è riuscito a portare in tutta Italia un prodotto solitamente confinato in un’area ben definita, ovvero Napoli e dintorni. Neppure Gigi D’Alessio è riuscito a fare tanto, in termini di canzone napoletana.

 

 

I video. Se si parla di Liberato, però, non si può non parlare dei video delle sue canzoni, l’elemento che forse (soprattutto all’inizio) gli ha dato più spinta. Esteticamente bellissimi, tutti i video delle sue canzoni sono dei piccoli film che raccontano, in un format compreso tra la cartolina e la poesia, Napoli. Francesco Lettieri, del resto, è un regista giovane ma già con diverse esperienze di qualità alle spalle e che, anche attraverso il progetto Liberato, ha trovato un’ulteriore consacrazione. Nella già citata intervista a XL, Lettieri ha dato diverse informazioni interessanti sul suo modo di lavorare sui video di Liberato: «Tutti i video sono girati a Napoli e ci sono elementi molto caratteristici. L’approccio scelto assieme a Liberato è stato quello di mettere ovunque il Vesuvio, la classica cartolina rappresentativa della città. Abbiamo scelto di giocare proprio nel rimarcare lo stereotipo che volevamo scardinare. Non vogliamo certo negare che Napoli sia anche i ragazzini in motorino, il Vesuvio, la pizza e il mandolino. Però, se andiamo a guardare questi elementi da vicino, diventano delle storie e dei personaggi al di là della provenienza geografica: napoletani o meno che siano quello che vogliamo raccontare potrebbe svolgersi in qualunque parte del mondo. I video sembrano molto “fashion”, ma noi riportiamo solamente la realtà, basta farsi un giro in periferia per capire che è proprio così. Se guardi Gomorra spesso trovi i protagonisti più giovani tutti vestiti di nero, con il taglio alla Insigne e la rasatura di lato a cavallo del T-Max. Fatevi un giro e capirete che è proprio così, non serve fare questa ricerca così pazzesca. Facciamo molta ricerca sul campo: Antonella, la costumista, quando si trova nei quartieri più popolari, appena vede una maglia o delle scarpe particolari, scatta subito una foto e cerca di farsi dire dove è stato comprato quel determinato capo». Un lavoro estetico certosino quindi, che però non è tutto. Gli ultimi due video pubblicati infatti, ovvero Intostreet e Je te voglio bene assaje, non solo sono strettamente collegati tra loro (raccontano la storia d’amore, apparentemente finita male, rispettivamente dal punto di vista di lui, pischello dei quartieri popolari, e di lei, “chiattilla” di Piosillipo e della Napoli bene), ma sono un continuo con il video di Tu t’e scurdat’ ‘e me. Un filo rosso che collega tutti e tre i video dando vita a una storia in continua evoluzione e che lascia aperto un finale ancora tutto da scrivere con una data ben precisa: 9 maggio, la stessa in cui un anno fa è stato pubblicato il primo video e la stessa in cui Liberato si esibisce a Napoli. Questa narrazione collegata non fa altro che accrescere ulteriormente la curiosità dei fan e il legame di questi con Liberato e la sua musica.

 

 

Lo stile, il progetto, il fenomeno. Musica, video, ma anche stile. Liberato, infatti, ha uno stile tutto suo, che lo ha reso riconoscibile sia in termini d’ascolto che in termini d’immagine. A partire, ovviamente, dalla scelta di non svelare la propria identità. Non una novità. Sono diversi gli artisti (in campo musicale ma non soltanto) che, in passato, hanno optato per questa strada. Spingendo così la propria arte con anche un po’ di gossip, se così vogliamo dire. Colpisce, semmai, che questa scelta sia stata fatta in piena era «dell’esibizionismo assoluto, dove la “prova di esistenza in vita” è una foto su Instagram, dove la vita è fatta di social e condivisione, è una scelta radicale», come scrive Ernesto Assante su Repubblica. Una bella operazione di marketing quindi, nulla da dire. A cui però si è aggiunta anche una certa sostanza, data dalle canzoni (che piacciono) e dai video (che piacciono moltissimo). A questa prima mossa, si aggiunge poi quella di usare degli stilemi in grado di identificare immediatamente Liberato, sebbene non abbia un volto. E allora ecco il cappuccio sempre su, il bomber con “Liberato” scritto sulla schiena, il caps lock onnipresente, quasi a raccontare una vita urlata in una città urlata com’è Napoli, il font che ricorda la filosofia ultrà, molto radicata nella città partenopea. Elementi studiati, non lasciati al caso, così precisi da fare pensare che, in realtà, Liberato non si posa definire un cantante quanto un progetto. Una delle voci più insistenti, infatti, definisce Liberato un collettivo più che un singolo. E la cosa non stupirebbe, francamente: c’è chi gli dà la voce, chi pensa alla musica, chi all’immagine, chi alla comunicazione. Quello che di solito viene dopo, nella “costruzione” di un cantante, qui è arrivato prima.

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Dando per assodato tutto questo, il pubblico e la critica si dividono in due fazioni: quelli che contestano questa scelta, tacciandola di poca “purezza”, e quelli che invece la lodano definendola una strategia geniale. Quel che è certo, però, è che tutto questo può forse dare una spinta, ma non delle fondamenta. In altre parole: se il prodotto musicale non piace, non ha presa, tutto ciò che gli è stato costruito attorno alla fine crolla. In Liberato, invece, l’intera costruzione sta brillantemente reggendo. Anzi, si rafforza di canzone in canzone, di video in video. Tanto che gli ultimi due video pubblicati sono stati sponsorizzati da un’azienda multinazionale come la Converse e anche il concerto stesso sarà sponsorizzato dalla nota casa di moda giovanile. Mica roba da poco. Del resto, quando i primi due video pubblicati e spuntati praticamente dal nulla nell’oceano di pubblicazioni che ogni giorno invadono YouTube e più in generale la rete, riescono a superare, in un solo anno, le nove milioni di visualizzazioni ognuno, be’, c’è poco da discutere. Ora, però, Liberato è davanti a un video. La scelta di continuare a camminare sul filo (apparente) dell’assenza di programmazione, con canzoni e video mai preannunciati e “buttati” invece in rete a sorpresa, può funzionare ancora per poco. E il live del 9 maggio a Napoli è un test di non ritorno: a quel punto, Liberato diventa, volente o nolente, un artista fatto e finito. Che necessita, per poter continuare il suo progetto di crescita, di confrontarsi con un palcoscenico ben più ampio della sola rete. In altre parole, un album. Lì si capirà se Liberato ha un futuro. Della sua identità, invece, importa molto meno ormai.

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