I famosi firmacopie

Un tempo c’erano le groupie e poi venne l’era degli instore

Un tempo c’erano le groupie e poi venne l’era degli instore
11 Aprile 2017 ore 09:30

Chiunque sia appassionato di musica, e in particolare di un cantante o di una band, ha sicuramente desiderato almeno una volta nella vita di poterlo incontrare per stringergli la mano e scattarsi una foto (o un selfie) con lui. Ma, se ai giorni nostri è un desiderio che con un poco di impegno può diventare facilmente realizzabile, in tempi passati non è sempre stato così.

Fino a qualche decennio fa, un fan desideroso di incontrare il proprio idolo avrebbe dovuto impegnarsi a fondo e fare davvero qualsiasi cosa, portandosi a casa spesso anche qualche delusione: stazionare interminabili ore fuori da uno studio di registrazione o appostarsi sin dalla mattina stessa di un concerto nel tentativo di avvicinare in qualche modo l’artista, anche col rischio di non riuscire nemmeno a vederlo da lontano o, peggio, di ricevere un sonoro no alla richiesta di una foto o di un autografo.

 

 

E adesso? Adesso c’è ancora chi passa ore interminabili fuori da qualche studio di registrazione, televisivo o radiofonico, ma le occasioni per avvicinare i propri idoli sono molto più semplici e accessibili e anche chi non ha troppo tempo da perdere può facilmente vedere realizzato il proprio desiderio. Il recente avvento dei firmacopie (o instore, cioè “dentro il negozio”) consente infatti un agile incontro di persona: il giorno dell’evento il fan si reca al centro commerciale (un numero di ore prima direttamente proporzionale al suo interesse per il proprio idolo), acquista il nuovo album e aspetta il suo turno. E poi via: una stretta di mano, una velocissima presentazione per nome, un sorriso alla fotocamera e in meno di 30 secondi è tutto finito. Al massimo 24 ore dopo troverà la sua foto sulla pagina Facebook del centro commerciale o della libreria che ha organizzato l’evento e solo allora potrà dire con certezza di aver realizzato il suo sogno.

 

 

Ma quanto c’è di superficiale e quanto di veramente importante in tutto questo? Di certo gli instore sono importanti per la discografia italiana, a cui fanno sicuramente un gran bene: basti pensare a quanti dischi vengono venduti in queste occasioni anche a chi magari l’ho acquista solamente per potersi avvicinare a un vip. Non è ovviamente una cosa totalmente negativa, in fondo si tratta di una modalità alternativa per raggiungere il consumatore finale, che in qualche modo viene invogliato all’acquisto in cambio di un incontro. E poi, questo dover acquistare un disco per potersi avvicinare all’artista aumenta anche la diffusione della musica in quanto tale: una volta comprato, è molto probabile che quel disco venga anche ascoltato e a circolare non saranno solo quelle due o tre canzoni divenute singoli e distribuite in rotazione radiofonica, ma anche tutte le altre.

 

 

Da una parte tutto questo avvicina gli artisti ai propri fan, offrendo loro la possibilità di mostrare la loro umanità e farsi apprezzare anche per le proprie doti umane oltre a quelle artistiche, dall’altra parte però forse un po’ si perde quella magia che da decenni ha animato ragazzi e ragazze di ogni dove, che sognavano a occhi aperti con il poster dei loro idoli attaccati in camera, sapendo che in fondo non li avrebbero nemmeno mai avvicinati. Ma il pubblico di oggi sembra felice così. Scorrendo velocemente lo sguardo in mezzo a queste nuove folle in coda, si incontrano visi e occhi di qualsiasi età e provenienza, tutti uniti da un unico grande sogno: portarsi a casa una foto e un autografo. Anche solo per due secondi, ma comunque un’emozione.

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