La sera del 28 agosto

I Long White Clouds live al Goisis Un po’ geek, tocco pop e poi rock

I Long White Clouds live al Goisis Un po’ geek, tocco pop e poi rock
28 Agosto 2019 ore 09:10

È un fine agosto decisamente bizzarro. Il caldo c’è, e si sente, ma nelle ore più “fresche” il maltempo non manca di farci visita talvolta. Speriamo che per un giorno se ne dimentichi, però: come ogni mercoledì di questa estate, infatti, in quel dell’estivo Goisis, in Monterosso, va in scena un concerto niente male. Protagonisti la sera di mercoledì 28 agosto (penultimo appuntamento di questa stagione) sono i Long White Clouds, al secolo Nicola Lazzaroni, Andy Burch e Matteo Pansa. Nata a Bergamo, la band ha una forte influenza internazionale data anche da Andy, originario della Nuova Zelanda. Fondato ormai quasi dieci anni fa, il gruppo in realtà si affaccia soltanto ora sulla vera e propria scena musicale nostrana con uno stile definito da loro stessi «geekpop». Per capirne di più e prepararci al meglio al live, li abbiamo intervistati.

 

 

Qual è il raggio d’azione dei vostri concerti? È Bergamo il cuore dei vostri live?

«I Long White Clouds sono nati a Bergamo nel 2009. Il nostro nome deriva dalla traduzione in inglese di “Aotearoa”, nome con cui i Maori chiamano la Nuova Zelanda: “The Land of The Long White Cloud”. Quindi la madrepatria del cantante Andy è sempre con noi. Bergamo resta sicuramente, almeno per ora, il cuore dei nostri live e la casa dei Long White Clouds. Dopo dieci anni di provini, concerti sparsi, scrittura di pezzi e sei bei bambini (semi)bergamaschi in tre, ci sentiamo pronti a entrare in questa scena musicale bergamasca che ci sembra vada alla grande! Certo, se iniziassero a chiederci di riempire Wembley o qualcosa di simile, va be’… Vuoi rifiutare? Solo però se ci offrono una cena a base di casoncelli e polenta taragna accompagnata da una o due bottiglie di Valcalepio. Pota».

Andy, tu sei originario di Napier in Nuova Zelanda. Facevi già musica nella tua città natale? Che differenze trovi tra i due scenari musicali?

«Napier è una piccola città con una scena musicale ben consolidata. Quasi ogni sera c’è una band che tiene una serata in uno dei bar, un po’ come in Inghilterra o in Irlanda. E con lo stesso spirito e lo stesso tasso di consumo di birra. Considero Napier una sorta di incubatrice per artisti neozelandesi; al Politecnico c’è una facoltà di musica che si sta facendo conoscere alla grande. Napier vanta uno dei locali più iconici della Nuova Zelanda, The Cabana, che esiste come “live music venue” da più di 40 anni (forse di più). È lì che gli artisti della mia regione si fanno le ossa, me stesso incluso. Tornando a me, iniziai a far musica a 12 anni prendendo la chitarra di mio fratello e imparando a suonarla da autodidatta. Scrissi il mio primo vero pezzo a 15 anni, durante un periodo durissimo legato alla perdita della mia amata sorella Emily, nel 1997. Negli anni ho studiato anche il violino e la batteria. Il mio primo vero gruppo, fondato quando avevo 16 anni, si chiamava Trauma: era il 1998, facevamo Metal inspirato dai Deftones/Tool e avevamo un discreto following, all’epoca. Ricordo che volevo essere Maynard James Keenan… Bergamo mi ha sempre sorpreso per la varietà di stili e l’alto livello di talento dei suoi musicisti e gruppi. Questa varietà potrebbe essere la differenza più evidente fra i due scenari. Napier, coi suoi sessantamila abitanti, è davvero un paesino in confronto a Bergamo: è quasi “rurale”, con evidenti legami fra contadini e cittadini, e questo si rispecchia sicuramente nei gusti musicali: da noi una classica rock band ha più probabilità di avere successo. Qui invece c’è un po’ di tutto, tanti gruppi forti, “freschi” e di generi diversi. La scena a Bergamo mi sembra in forte crescita».

 

 

I Long White Clouds hanno mai suonato a Napier?

«Sì! Proprio al The Cabana, nel 2010, abbiamo portato il nostro giovanissimo sound a Napier. Una serata davvero speciale».

Com’erano i Club Fools, gruppo di Nicola e Matteo, prima dell’arrivo di Andy? La sua presenza ne ha cambiato radicalmente l’identità o vi si è inserita con le proprie caratteristiche?

«I Club Fools suonavano insieme da qualche anno, provando a farsi conoscere nel panorama musicale bergamasco come band indie rock. Poco prima che Andy arrivasse in Italia il gruppo stava cercando di trovare una nuova identità sonora, che strizzasse anche l’occhio al pop e con qualche elemento elettronico. Nelle prime sessioni con Andy sono state condivise le idee di quello che poteva essere il nuovo sound. L’apporto melodico del neozelandese e la sua passione segreta per le grandi hit pop si sono sposate alla perfezione con le nostre idee».

“Geekpop”, ecco come definite il vostro genere. Come siete arrivati a questa definizione?

«Abbiamo coniato il termine “Geekpop” nei primissimi tempi del gruppo: nel 2009-2010 trovavamo difficile darci una collocazione, ma i nostri demo registrati in casa di Andy facevano spesso riferimento, nei testi scritti tutti in inglese, a passioni molto “geeky-nerdy”. Cose come Dungeons and Dragons, Star Wars, giochi di ruolo… La nostra musica all’inizio era quasi “videogiochistica” e caratterizzata da una batteria elettronica intenzionalmente lo-fi, perciò ci stava. Oggi “geekpop” è una parola a cui restiamo affezionati, ma musicalmente negli anni abbiamo trovato un suono Indie Rock-Pop Rock sempre lo-fi ma più sofisticato. Siamo ancora geek, però, e questo non cambierà mai».

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