Un esclusivo estratto

Il Mogio, la Rossa Bastarda, il Serio Le storie di Bergamo dell’altroieri

Il Mogio, la Rossa Bastarda, il Serio Le storie di Bergamo dell’altroieri
19 Novembre 2019 ore 09:15

«Questo è un libro per i ragazzi, per i giovani», dice Paolo Aresi di questo nuovo romanzo. «Un libro di storie vere, di personaggi che hanno camminato in queste vie della città, in particolare di Pignolo e dei borghi. Di situazioni e di fatti che realmente si sono verificati. Ma che tutti hanno dimenticato perché erano una storia minore della città, era la Bergamo della gente normale e dei poveri martiri. Sono cronache di ordinaria povertà. Eppure stupefacenti. Questo è un romanzo per i giovani perché potranno scoprire che il loro mondo era qualcosa di molto diverso da quello di oggi. Potranno esplorarlo, cercare di capirlo. E ne rimarranno meravigliati».

Il nuovo romanzo (si tratta di diversi racconti, tutti uniti dalla figura di un narratore) di Paolo Aresi Bergamo dell’altroieri è stato pubblicato da Bolis Edizioni, è arrivato pochi giorni or sono nelle librerie e verrà presentato venerdì 22 novembre alle 18 nel Museo delle Storie di Bergamo, in piazza Mercato del Fieno (ex convento di San Francesco). C’è un sottotitolo: «L’elisir del professor Costanza e altri racconti». L’autore è conosciuto: il suo primo romanzo è apparso nel 1987. Aresi ha sempre curiosamente oscillato tra la narrativa di fantascienza […] Questo è un libro agile, che si legge d’un fiato. Incontriamo personaggi indimenticabili. Il Mogio, la Rossa Bastarda, la Karkadé, il Censo, il Serio, la Purtinéra… e situazioni a volte ridicole, a volte tragiche, sempre immerse in un’atmosfera di profonda umanità. Centoquaranta pagine che volano e che lasciano un rimpianto: che il libro sia già finito. Vi proponiamo uno dei racconti, in anteprima.

 

 

Quella sera in cui il Mogio entrò con un sorriso strano

Una sera, un uomo del borgo che chiamavano il Mogio, forse perché aveva la ciucca triste, entrò nell’osteria con un sorriso strano. Il padrone, il Giulio Musci, rimase colpito. L’osteria – il “trani” come si diceva allora – era vuota in quella sera di novembre. Il Mogio era un fedelissimo, aveva la sua caraffa personale: apparteneva a quel folto gruppo di uomini del quartiere che si definiva “Compagnia della Caraffa”.

Giulio disse: «Che cosa è successo, Mogio?». Ma il Mogio non rispose, rimase lì con l’aria ebete e, cosa inquietante, non chiese da bere.

La sera successiva, si ripeté l’identica scena e l’oste chiese di nuovo al Mogio che cosa stesse succedendo. Mogio stavolta gli rispose che aveva incontrato una persona. E poi si bloccò. Il Giulio Musci versò del rosso a un altro ospite abituale, il Piero Serughetti. Poi tornò dal Mogio: quella situazione lo incuriosiva. Disse: «Chi hai incontrato?».

«La donna più bella della mia vita» rispose il Mogio, subito. E aggiunse: «Giù in Pignolo, vestita di bianco, con un mantello di lana grigia e un cappello di pelo. Ma non era una nobildonna di qua».

Il Mogio le conosceva le Marenzi, le Suardi, Bonomi o Agliardi… Perché in quel quartiere di gente povera c’erano gli antichi palazzi, abitati da sette-otto famiglie della migliore nobiltà bergamasca; i Suardi, per esempio, erano amici del re in persona e trascorrevano lunghi periodi a corte. Mogio disse che quando lui l’aveva incrociata, lei si era bloccata e aveva girato lentamente il volto a guardarlo e che anche lui si era fermato e che erano rimasti così, a lungo. «E poi?» disse l’oste. «E poi niente. Sono andato via». fece il Mogio. «E lei?».

«Non lo so».

Arrivò la sera successiva, mercoledì.

Faceva un freddo forte, anomalo anche per novembre, e quel pomeriggio aveva nevischiato. Via Pignolo era buia, come sempre, perché le lampade erano fioche e distanti fra loro. Dopo le otto della sera erano in pochi a uscire di casa e quei pochi si rintanavano nelle osterie: la Fede, la Pace, l’Enotria, l’Ancora. Dentro c’erano caldo, fumo, odore di vino. I vetri erano così appannati che potevi scriverci con il dito.

Il Mogio, alla stessa ora della sera precedente, risalì per via Pignolo con la speranza di incontrare per la terza volta la dama che lo aveva guardato, cosa che nessuna donna faceva mai. Quella sera c’era pure la nebbia, si sentivano i passi che rimbalzavano fra le pietre delle case. La notò a pochi metri di distanza, nella nebbia. Mogio le andò incontro e lei non si fermò, lui la vide lì, sempre più vicina, vicina… fino a quando decise che doveva scansarsi, altrimenti la dama gli sarebbe finita addosso. Fece in tempo a coglierne la forma del viso, un ovale perfetto, e la luce di quegli occhi e avrebbe voluto restare lì e abbracciarla, ma chi era lui per immaginare, anche soltanto, una cosa del genere? Si scansò e la donna proseguì il suo cammino, lentamente.

Ma poi il Mogio si fece prendere dal desiderio e tornò sui suoi passi e la vide di nuovo, nella nebbia, di schiena, nella luce della vetrina appannata dell’Enotria e si avvicinò e da dietro l’abbracciò e la tenne così per un momento, la donna perse l’equilibrio, cadde, il Mogio allora rimase immobile, che cosa aveva fatto? Lo prese il panico, che gli strinse la pancia, i polmoni, come il gelo, e fuggì nella nebbia, di corsa, arrivò fino a via San Giovanni, entrò trafelato nell’osteria del Musci e ordinò subito da bere.

Il Giulio non lo aveva mai visto in quella condizione. «Che cosa è successo, Mogio?».

Ma Mogio non rispose, non proferì parola, prese la caraffa e le mani gli tremavano, il Giulio gli versò il rosso, Mogio si bagnò le labbra, ma subito depose la caraffa sul bancone e se ne andò.

Due giorni dopo, passò dal Mogio il Professor Costanza. Mogio abitava al numero dieci di via San Giovanni, sul piano della strada; era un locale unico, praticamente una bottega adattata ad abitazione; di mestiere faceva le caldarroste in inverno e vendeva angurie e granite d’estate, girava con il carretto a pedali, il triciclo. Il Costanza gli chiese un sacchetto di caldarroste, il Mogio rispose che le avrebbe preparate di lì a un’oretta e che gliele avrebbe portate direttamente a casa.
Così fece. Superò la soglia del 61 di via Pignolo a mezzogiorno, fu nel cortiletto, entrò nel magazzino e laboratorio del Costanza.
E rimase impietrito.
Seduta in un angolo della stanza, nella luce debole della lampadina, c’era lei; era vestita come la sera prima e appariva davvero bellissima. Il Mogio rimase paralizzato, il Costanza lo osservava e non capiva, passarono lunghi secondi nell’immobilità, poi il Costanza soffiò e disse: «Che cosa c’è Mogio?».

L’uomo non rispose. Allora il Costanza disse: «Hai visto che…

Articolo completo alle pagine 14 e 15 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 21 novembre. In versione digitale, qui.

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