Duc - Distretto Urbano del Commercio

Alla fine, il teatro è un negozio Non vende cose, ma emozioni

Alla fine, il teatro è un negozio Non vende cose, ma emozioni
30 Ottobre 2019 ore 09:10
Foto di Sergio Agazzi

 

Paolo Grassi parlava del teatro come di una necessità collettiva, e lo considerava un pubblico servizio e un bene primario dei cittadini, alla stessa stregua dei vigili del fuoco. La medesima convinzione, e chi sa quante altre ancora, hanno motivato Tiziana Pirola – classe 1956, «come Miguel Bosè» (cit.) – nel suo lungo percorso prima da attrice, poi da organizzatrice di spettacoli teatrali per bambini, e al continuo sforzo di collegare queste attività a tutto il tessuto sociale del territorio. Ecco perché anche una realtà che si occupa di cultura, con la sua sede all’Auditorium di piazza della Libertà, è parte attiva del Distretto del Commercio di Bergamo.

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«La dicotomia tra commercio e arte non ha senso: hanno pari dignità e sono sempre andati avanti insieme. Investire in arte è sostanza», sottolinea Tiziana con l’energia e la mimica facciale che la contraddistingue e che molti in città conoscono bene. E continua: «Il teatro è umanità, racconto di sé. È ciò che rende lo stare al mondo più piacevole. Così come la tavola e le attività commerciali. Non serve mettersi in conflitto. Dobbiamo tendere tutti, insieme, a crearci una vita migliore». La sua ha preso una piega decisamente inedita verso la fine degli Anni Settanta: all’epoca, Tiziana studiava Giurisprudenza e lavorava dal notaio Mangili. Ma – c’è sempre un “ma” in ogni storia appassionante -, nello stesso stabile, al piano di sopra c’era la compagnia teatrale di Marco Rota e siccome lei non era tipo da fare solo una cosa alla volta all’età di ventiquattro anni iniziò a frequentare la scuola di recitazione. Nonostante il suo maestro la schernisse, dicendole che era troppo vecchia per il teatro e che doveva capire se avesse davvero la «vocazione», di lì a poco abbandonò il suo lavoro sicuro per qualcosa di incerto, e soprattutto per uno stipendio ridotto a un terzo di quello dello studio notarile.

«Al tempo gli artisti erano considerati come i lavoratori stagionali del mondo agricolo. Non esistevano contratti a tempo indeterminato». Eppure, determinata e indubbiamente cocciuta, per ben dieci anni fece l’attrice, ricoprendo parallelamente anche ruoli più organizzativi: «Ero cresciuta con un papà capomastro: da bambina non giocavo con le bambole, ma costruivo casette con marmo e malta», dice fiera e con la faccia di chi la sa lunga. «Ero cresciuta in un mondo di maschi e avevo capito che per far funzionare le cose mi occorreva una certa intelligenza operativa. Andavo in tournée con la calcolatrice. Ho fatto dichiarazioni Iva in giro per tutta l’Italia», spiega ridendo. In quegli anni, affinò le sue competenze tecniche e legislative e arrivò a metà degli anni Ottanta a gestire l’Auditorium e le prime rassegne e di lì a poco a realizzare la cooperativa Sezione Aurea con l’obiettivo principale di sistemare tutti i lavoratori. Tiziana è travolgente, parla alla velocità della luce, con continue digressioni e aneddoti. «In compagnia ero odiata – dice, con l’aria di chi ne va molto fiera – e nei lunghi viaggi in macchina, quando tutti volevano riposare, io parlavo. Dicevano: ti si dovrebbe mandare in un collegio svizzero!».

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In questi quasi quarant’anni di lavoro ha avuto molti maestri, qualche ferita, qualche perdita importante, ma conserva una tenace volontà di prendere la vita con leggerezza. Per lei è come se talvolta gli esseri umani dimenticassero che «si muore. Tutti. La protervia non serve a nulla». Per Tiziana le parole sono importanti e le usa scegliendole con cura, ognuna con profonda cognizione e talvolta divertendosi a usare le più eleganti e desuete per «scatenare reazioni» negli ascoltatori. Il teatro è per lei una pausa che tutti dovrebbero regalarsi, «un momento di ascolto che dai a te stesso». La sua diffusione, così come il racconto della storia, sono per lei una responsabilità culturale di tutti. Ecco che allora Tiziana si prodiga per portare il teatro ovunque, per coinvolgere sempre più pubblico e compagni di viaggio, siano questi politici, imprenditori, studiosi, gente comune. Per dare spazio alle narrazioni, per raccontare la storia e rileggerla e per ricordarci che, come succede a teatro, tutti, pubblico e attori, hanno pari dignità. Domenica 27 è partita la trentunesima edizione della rassegna “I teatri dei Bambini”, di cui lei è ancora l’instancabile curatrice, e mentre promuove con energia l’iniziativa ha già lo sguardo rivolto altrove.

Accanto a lei c’è Luca Loglio, giovane direttore artistico della Fondazione Ravasio, con cui da poco ha dato vita al Museo del Burattino di Bergamo, allestito nel Palazzo della Provincia in via Tasso. Insistono per mostrarci il museo, e nei magazzini, stipati con cura, scorgiamo pupi, marionette e burattini di diverse scuole e provenienti da tutta Italia. È un momento di magia e ritorniamo tutti bambini. «Capite? La Cultura è necessaria perché è il mezzo di libertà per tutti. È la pratica della libertà». Apre il volto in un gran sorriso e solleva in aria Maria Scatoléra, mamma del Giopì e suo alterego in forma di burattino.

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