Una scelta discussa

Nella Basilica di S. Maria Maggiore è tornato il Diluvio Universale

Nella Basilica di S. Maria Maggiore è tornato il Diluvio Universale
Viva Bèrghem 30 Maggio 2018 ore 06:00

Il nostro patrimonio artistico è straordinariamente vasto, ricco e unico ed è presente ovunque sul nostro territorio: l’obbligo è conservare e salvaguardare, non possiamo rimanere indifferenti. Noi siamo, fortunatamente, diversi rispetto a epoche precedenti, quando non si aveva il senso della sacralità dell’opera d’arte, per cui spesso le opere andavano in giro, passavano da un posto all’altro. Come in un pellegrinaggio a un santuario, il turista, l’amatore, deve recarsi là dove si trovavano. Quindi tutto quello che può essere fatto per agevolare la contemplazione dell’opera d’arte nel luogo dove essa si trovava è senz’altro buona cosa.

Il Diluvio è tornato. E in Santa Maria Maggiore torna il Diluvio Universale: il telero dipinto tra il 1660 e il 1661 da Pietro Liberi, pittore eccentrico, alchimista, condottiero. L’opera restaurata sarà riposizionata nella sua sede originaria. Vale la pena, come si è chiesto un lettore, ricollocare l’immenso telero del Liberi in Santa Maria Maggiore, da poco restaurato, a ricoprire quella commovente prosecuzione dell’Albero della Vita la cui riscoperta (letteralmente) nel 2015 ha ormai assuefatto con la sua bellezza i bergamaschi e non manca di stupefare i turisti col naso all’insù? Eccoci ora alla “discussa” ricollocazione: trentaquattro metri quadrati di superficie, per 4,5 quintali di peso, il 15 maggio ha fatto il suo ritorno sopra la possente bussola della parete meridionale del transetto della Basilica di S. Maria Maggiore.

 

 

Coprirà l’Albero della Vita. Pietro Liberi, rimosso nel 2015 per essere avviato al restauro, lasciando visibile la metà superiore del sottostante affresco dell’Albero della Vita dopo essere stato esposto “a terra” per mesi, sarà riposizionato. Sappiamo che la Fondazione Mia che gestisce la Basilica ha, unitamente alla Soprintendenza per i Beni Artistici, cercato una possibile soluzione al problema: collocare in altro luogo il telero. Ma le problematiche sono molte: l’opera è di oltre trenta metri quadri di superficie e, così come è stata concepita, necessita di una fruizione dal basso verso l’alto, a una distanza di almeno nove metri. Non facile quindi e, aggiungo, per fortuna, trovare una “degna” collocazione che non penalizzi inevitabilmente il dipinto cosa che, proprio su indicazione della Soprintendenza, ha indotto i responsabili a optare per il ripristino nella sede originaria. Verrà quindi coperto nuovamente, almeno in parte, l’Albero della Vita, un affresco dipinto da un maestro ignoto tra il 1342 e il 1347 il tempo delle lotte fra Guelfi e Ghibellini.

Una veste barocca. La collocazione ha tuttavia un motivo strettamente stilistico che non va sottovalutato: la basilica di Santa Maria Maggiore presenta ora una veste barocca. Mentre l’esterno della chiesa ha conservato l’originale architettura romanica, infatti, l’interno ha subito, nel tempo, notevoli cambiamenti: dall’austero stile romanico, si passò all’ornamentale barocco, che oggi ammiriamo. E con questa “veste” perfettamente si sposa il pennello esuberante e vitalistico di Liberi, cui si deve il rinnovamento in chiave barocca dell’iconografia sacra tra Venezia e Padova. Cosa cambia? Nel Seicento l’arte torna ad essere strumento didattico per i principi religiosi: la Chiesa, appena uscita dalla radicale riorganizzazione dottrinale del Concilio di Trento, costituisce in Italia il massimo committente d’opere e quindi è attiva finanziatrice di autori che testimonino il messaggio di cui è portatrice. Arte quindi come strumento di formazione per il fedele, che viene coinvolto emotivamente nella rappresentazione di soggetti quali estasi mistiche, apparizioni e glorie di santi, temi con i quali si misureranno i più grandi artisti del tempo, creando dipinti e sculture.

 

 

L’estetica cambia radicalmente: pittori e scultori avvertono la necessità di un progressivo processo di emancipazione dall’ideale classico rinascimentale, con l’abbandono della fiducia assoluta nell’individuo, l’allontanamento dalla perfezione enfatizzante cinquecentesca e soprattutto dalle espressioni manieriste e una maggior pratica di motivi pietistici e devozionali. Al pari, le inquietudini dell’epoca della Controriforma, la perdita delle centralità dell’uomo e la vertigine di un universo infinito e senza centro si traducono in uno sprone per la fantasia degli artisti e in una fonte di emozioni indite. Il barocco è dunque uno stile caratterizzato con forza in senso spettacolare, illusionistico, grandioso, formale; prevalgono le alterazioni delle proporzioni canoniche, gli effetti di vario ampliamento e contrazione dello spazio, gli inganni ottici, prospettici e coloristici.

Un’opera nuova. E infatti con il Diluvio Universale il Liberi parla a Bergamo con questo linguaggio nuovo, un linguaggio pittorico aggiornato, cui la città non era ancora abituata. Ecco perché l’esito di questa commissione fu litigioso e tormentato, ma oggi ci regala un’opera che sorprende per la sua modernità. Tra l’opera e il contesto in cui essa nasce esiste una relazione di dipendenza, o quanto meno un rapporto vincolante e tale da fornire di per sé gli elementi necessari per la sua corretta interpretazione. Forse anche grazie al grande telero del Liberi impareremo ad apprezzare questo barocco teatrale, elegante ed esagerato. O forse no… e di nuovo non mancheranno le critiche! Del resto, Voltaire docet: «La critica è una cosa molto comoda: si attacca con una parola, occorrono delle pagine per difendersi».

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