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Capossela al pubblico del Creberg: «Immaginate di essere al Donizetti»

Capossela al pubblico del Creberg: «Immaginate di essere al Donizetti»
29 Ottobre 2019 ore 09:30

«Immaginate di essere al Donizetti per questo recitativo, che in realtà è un arrangiamento preraffaelita un po’ originale». Vinicio Capossela l’ha detto venerdì 25 ottobre al pubblico del Creberg Teatro di Bergamo, dopo una quarantina di minuti di concerto, per introdurre una splendida versione dal sapore medievale della sua classica “Come una rosa”. Lui che al Donizetti ci ha suonato tante volte, e che con grande talento scenografico chiedeva agli spettatori sui palchetti di aprire le porte che danno sul corridoio per far passare la luce e far diventare il palco «il centro di un cortile, con le finestre delle case accese intorno», ha più volte “geotaggato” – termine che cozza con i suoi parallelismi tra peste e flusso digitale, che infetta tutti – il suo live con riferimenti alla città e alla provincia. Del resto ha partecipato al Graduation Day dell’università in Città Alta. Così i Musicanti di Brema «potrebbero essere di Berghem» e la danza macabra che inscena con tanto di scheletro giocattolo appeso al collo è quella di Clusone (dove Vinicio ha tenuto una conferenza sul tema). Altro che un banale «grazie Bergamo».

 

 

Menestrello guascone. Quello di “Ballate per uomini e bestie” è stato un concerto lungo e generoso, una performance che travalica da più parti l’orizzonte sonoro. Capossela indossa una maschera dietro l’altra, metaforicamente e non. Sfida il tabù della morte, passa attraverso orsi, pinguini, lupi, maiali. Parla dell’oggi sfoderando arrangiamenti da menestrello, un Branduardi talvolta cupo e talvolta orgiastico. Istrionico. Alterna richiami al folk, alla musica antica, al rock. Lasciare a bocca aperta è la sua missione.

Spettatori insaziabili. Che fortuna poter avere Capossela a Bergamo. Come lui, in Italia, non c’è nessuno. E forse anche altrove. Pensa i concerti come spettacoli concettuali, un tour diverso dall’altro, con quell’aria da saggia canaglia. Cambiano i repertori, gli arrangiamenti, i significati. Cambia anche la band che lo accompagna. Il pubblico apprezza lo sforzo di questa messa in scena, ben rappresentata dalla “Ballata del porco”: «È come il maiale, sembra non finire più», dice Vinicio. Ma a un certo punto deve finire. Il pubblico, però, non vuole. È estasiato e urlante. Capossela non si scompone e prima della finale “La lumaca” annuncia: «Facciamo un brano per abituarci alla nostra separazione». Genio.

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