Viva Bèrghem
Davano lavoro a quasi mille persone

Gli ultimi maestri delle coti

Gli ultimi maestri delle coti
Viva Bèrghem 19 Dicembre 2018 ore 12:49

Un contadino curvo sulla falce, un corno colmo d’acqua appeso alla cintura, all’interno una cote. Un’immagine ormai rara a vedersi nella realtà agricola moderna, eppure tanto comune fino al secolo scorso nelle valli e nei campi di pianura. Le pietre coti, fin dall’antichità utilizzate per affilare, sono un prodotto tipico ed esclusivo della provincia bergamasca. La roccia di formazione giurassica sfruttata per la produzione affiora in alcune località della provincia, ma soprattutto nel monte Misma, in bassa Val Seriana nei pressi di Pradalunga, tanto che "La Pradalunga" è il nome commerciale dato a una delle più rinomate qualità.

 

 

«Era conosciuta ed esportata in tutto il mondo – spiega Francesco Ligato, titolare della “Ligato fratelli F&M s.n.c”, l’unica impresa rimasta oggi attiva nel settore – anche aziende produttrici di altri Comuni timbravano i prodotti con il nome di Pradalunga. Era una sorta di brand, che ne faceva sinonimo di qualità». La meccanizzazione dell’agricoltura ha sospinto ai margini questa industria, che nel ’900 contava ancora nella valle quasi un migliaio di addetti. La Ligato Fratelli s.n.c. oggi è un’impresa artigianale, «non fatturiamo i numeri del secolo scorso – continua il proprietario – ma la pietra cote resta comunque il prodotto che ci rappresenta da centinaia di anni. I primi atti notarili che parlano dell’attività della famiglia risalgono al quindicesimo secolo, ma anche prima nei due rami genealogici dei bisnonni, la storia della produzione di coti si perde indietro fino al medioevo».

Importanza economico-sociale. Il settore delle pietre coti, fino agli anni ’50 è stata una vera e propria industria, rappresentava l’attività lavorativa principale nel paese, coinvolgendo intono ai 300 dipendenti, più i cavatori e le lavoratrici a cottimo. L’azienda della famiglia Ligato possedeva dieci torni leviganti con un regime produttivo che arrivava a cinquemila pietre al giorno e un commercio mondiale di un milione di pezzi l’anno. Attorno all’attività di lavorazione delle coti si venne a creare un indotto con una forte rilevanza sociale ed economica, perché paesi interi vivevano su questa risorsa e Pradalunga ne è l’esempio più eclatante: gli uomini si occupavano dell’estrazione e della lavorazione, le donne e i bambini della rifinitura e dell’imballaggio dei prodotti.

 

 

Il futuro della pietra. Oggi, oltre a lavorare le coti, si sono specializzati in abrasivi naturali, materiali che consentono di affilare non solo gli strumenti agricoli e di falegnameria, ma anche una vasta gamma di oggetti specifici: dagli aghi in campo medico agli strumenti di odontoiatria; dalle lame dei pattini da ghiaccio alle lamine degli sci in ambito sportivo; dai coltellini ai rasoi nel mondo dell’hobbystica. Il fatturato della società è composto al settanta per cento da esportazioni, soprattutto verso Francia, Germania, Austria, Svezia e Olanda: «Sono Paesi molto attenti alla qualità. Purtroppo non si può dire altrettanto dell’Italia – sottolinea Francesco Ligato –. Il problema è che a volte per risparmiare le ditte scelgono materiali scarsi per affilare strumenti, invece, di alta precisione». A livello europeo, il commercio di abrasivi vede ancora un mercato di diverse migliaia di pezzi: sono perlopiù prodotti sintetici che arrivano dalla Cina. Ma le pietre naturali «non sono affatto un prodotto superato – conferma il titolare –, anzi, ancora oggi si cava anche qui nella Bergamasca». Ci sono aree geografiche dove i grandi mezzi agricoli meccanici non possono arrivare, per avverse condizioni di terreno, pendenze, costi dei macchinari. Qui gli strumenti manuali sono ancora molto usati.

Il futuro della lavorazione della pietra si prospetta ancora attivo: «Noi siamo ottimisti – dichiara Francesco Ligato –. Abbiamo scelto di puntare su prodotti di nicchia, abbiamo mantenuto le fasi di lavorazione manuali, tramandate da generazioni e usiamo elementi naturali peculiari per la loro composizione chimica. Uniamo tradizione e innovazione, siamo sempre alla ricerca di prodotti nuovi, pur utilizzando strumenti e materiali antichi». Il fascino di questa arte è anche in mostra: l’azienda ha allestito un laboratorio-museo visitabile su prenotazione da aprile a ottobre.