Viva Bèrghem
Erano i Busetti, bergamaschi

La cancellata della Banca d'Italia e la famiglia che la costruì

La cancellata della Banca d'Italia e la famiglia che la costruì
Viva Bèrghem 07 Luglio 2015 ore 05:00

Immaginate una città senza auto, ma con un grande viale e carrozze trainate da cavalli. Tra le vie, focalizzatevi su una in particolare, la nota via Broseta, dove dall’alba alla sera un incessante battere di martello sull’incudine riempie la strada di un suono pieno e vibrante. Mani forti che modellano il ferro arroventato, mentre il sudore imperla le giovani fronti. Mani grandi, che lavorano senza sosta per dar vita ad una cancellata maestosa, decorata con gusto e grande capacità tecnica, per la Banca d’Italia sita in Viale Roma 1. Un’opera d’arte a cui contribuisce tutta una famiglia bergamasca, che già nel 1800 si era dedicata anima e corpo al mestiere di fabbro ferraio.

Gli uomini della famiglia Busetti , questo il cognome, da Angelo (classe 1830 circa) a Giovanni (classe 1862), a molti dei suoi figli tra cui Giacomo, Abele, Giovanni ed Alessandro (nati tra il 1891 e il 1908), esercitavano con grande passione il mestiere di fabbro, e già Luigi Pelandi, a pagina 115 del suo libro Il Borgo di S. Leonardo, ricorda il loro battere incessante sull’incudine.

[La famiglia di Giovanni Busetti]

Famiglia Busetti Giovanni

 

«Non vi sono molti documenti per risalire troppo indietro nel tempo, tuttavia dai racconti di famiglia, sappiamo che l’officina di Giovanni, il figlio di Angelo, era collocata in via Broseta al n. 23, all’angolo con via Sant’Antonino (dove ora c’è l’Istituto delle Suore Sacramentine), e lì vi rimase dal 1900 fino al 1920 circa», racconta Giuseppe, discendente della famiglia Busetti. In essa venne realizzata, durante gli anni della Prima Guerra Mondiale, la grande recinzione in ferro battuto per la sede bergamasca della Banca d’Italia. Nonostante la guerra in corso, infatti, la vita civile nella città si svolgeva quasi normalmente e chi non era chiamato alle armi continuava ad occuparsi del suo lavoro. L’amministrazione comunale di Bergamo aveva deciso di demolire i malridotti edifici della plurisecolare Fiera di Bergamo e di sgombrare tutta la vasta superficie che essi occupavano. Su quell’area, conosciuta allora come il Prato, si doveva realizzare il nuovo centro della città progettato dall’architetto Marcello Piacentini, e di cui la nuova impostazione urbanistica era già stata approvata nel 1912.

«Nel 1914 ebbero inizio i lavori e la prima costruzione a cui si pose mano fu la palazzina della Banca d’Italia. Una larga parte del terreno adiacente fu destinato a giardino e l’inferriata della recinzione fu commissionata a mio nonno Giovanni – prosegue Giuseppe, un uomo distinto che, da sempre, ama approfondire le storie della famiglia -. L’edificio, di gusto neorinascimentale con qualche concessione liberty, esigeva una recinzione un po’ articolata e piuttosto elegante, per questo motivo la parte inferiore in ferro intrecciato, robusta e fitta come era prevedibile per una banca, fu completata, in modo piacevole e coerente, con una parte superiore floreale, tutta in ferro battuto».

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Era il 1917. Non appena terminata la terza classe elementare fa il suo ingresso in officina il più piccolo della famiglia Busetti, il giovanissimo Alessandro, che a soli nove anni deve abbandonare la scuola per aiutare gli operai nell’officina di suo padre e realizzare la grande inferriata. Suo padre Giovanni, infatti, a causa della guerra non dispone più di molta manodopera, poiché i tre figli maggiori Abele, Pietro e Giacomo sono stati inviati al fronte, e i maschi rimasti in casa, Giovanni di soli dieci anni e Alessandro sono bambini.

«Mio padre – continua Giuseppe Busetti – mi raccontava che, essendo lui ancora troppo piccolo di statura per usare il trapano a colonna, gli costruirono una sgabello che gli consentiva di arrivare all’altezza giusta per manovrarlo come fosse un adulto, e forare così le centinaia di pezzi che poi gli operai avrebbero assemblato». Una volta completata e messa in opera la recinzione, Giovanni applicò la sua firma con targhette metalliche sui montanti d’angolo della preziosa cancellata: «Giovanni Busetti costruzzioni in ferro – Bergamo, via Broseta 23» si legge a chiare lettere. «L’ortografia non è delle migliori, ma credo lo si debba al fatto che alcune parole derivano dal dialetto. Costruzioni scritto con due zeta, deriva infatti da coströssiù».

Nel 1918, tornati dalla Grande Guerra, i figli di Giovanni lasciano, uno alla volta, l’officina paterna per gestire ciascuno, in modo autonomo e personale, la propria attività. Così Giacomo apre in via Sant’Alessandro, Abele al numero 88 di via San Bernardino, Giovanni in via Broseta 86 (che corrisponde al 76 nella numerazione odierna) e Alessandro in via Carrozzai al numero 1. Costrusìiscono serramenti per negozi, cancelli per giardini, ringhiere e inferriate, reti metalliche per i letti, armadi e comodini per gli ospedali e le comunità.

 

Le maniglie BUSETTI    Le maniglie BUSETTI-bonfanti

 

«Fu una famiglia di grandi fabbri, e ancora oggi si possono ammirare alcune loro opere in giro per la città – conclude Giuseppe, con una punta di orgoglio -. Giacomo Busetti, per esempio, fratello del nonno Giovanni, nel 1904 costruì la pesante porta d’ingresso alla base del campanile della chiesa di Sant’Alessandro in Colonna. Successivamente, per il nuovo Ospedale Maggiore inaugurato nel 1930 dal Principe Umberto di Savoia, lo stesso Giacomo costruì i cancelli della palazzina d’ingresso, in Largo Barozzi, le inferriate delle finestre a piano terra, e la recinzione sopra il muro di cinta, che corre lungo via Statuto. Sui battenti dei cancelli applicò le sue placchette metalliche, con tanto di nome ed indirizzo».

Proprio per distinguersi dal fratello Giacomo, Giovanni firma molte delle sue opere con la sigla «G.i Busetti». Tra i suoi lavori c’è anche  la maniglia all’entrata dell’osteria Ai Tre Gobbi 1855, in via Broseta 20, dove Giovanni si esibisce in bravura, forse perché la trattoria si trova a neppure cento metri dalla sua officina. La fusione in ottone dovrebbe risalire al primo decennio del 1900, anche perché in quel periodo le Suore comprano tutta l’area dell’attuale Istituto e l’officina si deve trasferire in via San Bernardino, angolo via Carnovali. Un’altra maniglia in ottone fuso e logata dalla famiglia dei fabbri è in Via Borgo Palazzo al numero 38, ed appartiene alla grande cartoleria Bonfanti.

Una curiosità. Il cognome Busetti è di sicura origine veneta: esiste infatti un sestiere di Pellestrina (isola della laguna di Venezia) con lo stesso nome. L’arrivo dei primi Busetti in provincia di Bergamo è, con tutta probabilità, da mettere in relazione con l’inizio della dominazione veneta. Probabilmente fu lo stesso Bartolomeo Colleoni, capitano al soldo dei Veneziani nella seconda metà del 1400, ad avvalersi dei componenti di questa famiglia per curare i suoi affari tra Bergamo e Venezia. Certo è che numerosi Busetti finirono per insediarsi stabilmente nei suoi possedimenti bergamaschi (Malpaga, Cavernago e Martinengo). Da oltre cinque secoli molti di loro sono rimasti in quei territori e proprio a Martinengo esiste tuttora un consistente nucleo di abitanti che portano questo cognome. In questi cinque secoli alcuni Busetti si trasferirono da Martinengo a Bergamo, dove rimasero e si moltiplicarono. Ma questa è tutta un’altra storia…

La sede della Banca d'Italia a Bergamo è stata inaugurata il 10 luglio 1915 e quest'anno ricorre il centenario. Per festeggiarlo, è in preparazione una pubblicazione, voluta dalla stessa Banca. che ne racconterà la storia attraverso le testimonianze e i ricordi di coloro che l'hanno vissuta in prima persona.

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