«Questa bambina è semi cretina»

Quando la maestra ci diceva che eravamo dei deficienti

Quando la maestra ci diceva che eravamo dei deficienti
Viva Bèrghem 24 Luglio 2018 ore 04:30

«Questo alunno è deficiente ignorantissimo e credo non darà alcun profitto; è malaticcio e non riesce». Indossavano grembiuli scuri, zoccoli di legno in tutte le stagioni e cartelle cucite a mano. Avevano lo sguardo impaurito e un atteggiamento rispettoso e, appena disturbavano, la maestra li prendeva a bacchettate sulle mani. Di quei giorni in bianco e nero, a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, restano solo foto sbiadite e vividi ricordi. Oggi la polvere e lo stridio dei gessi bianchi sulla lavagna color carbone hanno ceduto il passo alle Lim (schermi interattivi multimediali), i tablet hanno preso il posto della calcolatrice meccanica, Internet ha sostituito le vecchie polverose enciclopedie e i docenti scrivono voti e giudizi sul registro elettronico. Una rivoluzione, insomma, rispetto alla scuola chiusa dell’epoca. Una sorta di mondo segreto, dove quello che succedeva all’interno della classe dipendeva dall’insegnante, una figura rispettata e mai messa in discussione.

 

[Scuola di maschi e femmine stezzanesi nati nel 1925 - foto del 1933]

 

Il gruppo di ricerca "Stezzano, la storia" custodisce gelosamente vecchi documenti, immagini ingiallite e fotografie di classe per mantenere viva la memoria del tempo che fu. E così, spulciando tra i vetusti registri, questi esperti studiosi hanno portato alla luce curiosità e aneddoti rimasti per anni rinchiusi nei faldoni delle maestre. Si scopre, per esempio, che le insegnanti erano solite utilizzare terminologie che in epoche moderne sarebbero impensabili, a rischio querela. Sui registri sono stati trovati epiteti come: «Questa bambina è semi cretina»; «Pochissimo intelligente»; «Cocciuta… Manca assolutamente di intelligenza»; «Soffre di mal d’orecchi. Refrattaria a miglioramenti. Cretina»; «Questa alunna è diligentissima, buona come una angioletta ma appartenente al Comune di Sforzatica»; «Questa bambina è difettata di pronuncia perciò non si distingue il suono delle lettere, quindi in lettura avrà sempre voti scadenti»; «Lunatico, un giorno fa prodigi l’altro giorno s’incapriccia come un mulo…». E ancora: «Ignorante. Scapestratello. Ritornato in prima. Questo bambino è sostenuto nella sua malavoglia di venire alla scuola dalla madre. Sono dunque i genitori meritevoli di punizione»; «Discolo e deficiente. Ragazzo che non sa distinguere il bene dal male e che si lascia portare facilmente a quest’ultimo»; «Monello, sfacciato, buono a nulla».

Commenti, insomma, che fanno venire la pelle d’oca se riletti con la mentalità di oggi. Per farci un’idea di quanto avveniva negli anni Quaranta, basta leggere una eloquente narrazione che ci ha fornito Antonio Lamera e che fa parte dell’archivio di "Stezzano, la storia": «Siccome abitavamo lontano dal centro del paese e non avevamo nessun mezzo di trasporto, si raccoglievano in una cascina i bambini che abitavano nelle vicinanze e si creava una pluriclasse dalla prima alla quarta elementare. La maestra veniva in bicicletta alla cascina per fare lezione. In inverno ogni bambino portava a scuola un pezzo di legno per alimentare la stufa con la quale ci si riscaldava. Anche allora la maestra ci dava i compiti, ma io li dovevo fare dopo cena perché nel pomeriggio andavo a fare il garzone (bagai), presso alcuni contadini vicino a casa mia. Per scrivere usavamo la matita in prima elementare, ma già alla fine dell’anno scolastico cominciavamo ad usare pennino e calamaio. I tavoli erano sempre tutti macchiati d’inchiostro. Prima delle lezioni si recitavano sempre le preghiere».

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E quando ci si comportava male, le insegnanti non mancavano di infliggere punizioni corporali: «La maestra tirava le orecchie, o sgridava e a volte dava qualche sberla. Quando qualcuno la combinava grossa, venivano chiamati i genitori che, per scusarsi con la maestra, le regalavano alcune uova. Le punizioni erano bacchettate sulle mani, in castigo dietro la lavagna o pagine di astine, numeri o lettere da fare come compito a casa. Ogni anno vi erano gli esami di riparazione a settembre nelle materie nelle quali non si aveva ottenuto la sufficienza. Chi voleva andare alle medie doveva superare un altro esame di ammissione. Un’altra materia era Cultura fascista e spiegava il funzionamento del Governo di allora. L’anno seguente 1941, per la quinta gli altri alunni hanno svolto le lezioni all’oratorio perché nelle scuole c’erano i soldati tedeschi». Dagli Anni ’70 in poi cambiarono molti regolamenti rigidi all’interno degli istituti. Sparirono le punizioni corporali e i genitori cominciarono ad avere diritto di parola all’interno dei consigli di classe. Il revival storico è tuttavia sempre presente anche tra i banchi dell’Istituto comprensivo Nullo. Merito degli insegnanti che in questi anni hanno lavorato sodo per affrontare tematiche e progetti educativi di service learning, capaci di unire il presente al passato.