Tour racconto

La mia prima volta alle Cornelle

La mia prima volta alle Cornelle
Viva Bèrghem 27 Agosto 2018 ore 06:15
Foto di Beatrice Marconi

 

L'ultimo ricordo che avevo del Parco delle Cornelle più che un ricordo è una fotografia incollata su un album di casa, sulla cui copertina un “1999” scritto a pennarello blu fa ipotizzare con quasi assoluta certezza che le foto al suo interno mi siano state scattate quando avevo più o meno due anni. E in effetti un piccolo coso con le gambe tozze e la testa mezza spelacchiata, nella detta foto cammina a stento accompagnato dalla mamma. Il coso nella foto, per altro facilmente scambiabile per un cucciolo di uno tra i vari siamanghi o gibboni che ho scoperto essere presenti nel parco, allunga timidamente una mano verso una tartaruga gigante. E proprio da quella tartaruga, giusto per fare il nostalgico che ostentando poesia e teatralità vuol sottolineare a tutti costi la ciclicità della vita e la bellezza delle coincidenze, ho deciso di cominciare questo quasi-vent'anni-dopo-tour al Parco delle Cornelle.

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Vent'anni dopo. Sempre per questioni di fedeltà nei confronti dei ricordi, essendo nella foto accompagnato dalla mamma, ho deciso anche io di portare la mia bambina allo zoo. Non fosse che la bambina in questione è pure di qualche mese più grande di me e ovviamente non è mia figlia, anche perché un certo tipo di effusioni pubbliche, se rivolte a un'ipotetica figlia, sarebbero certamente da galera. La mia ragazza però imita cammelli e lama con una scioltezza dovuta a una certa dose di esperienza del mondo (maturata negli anni attraverso libri sugli animali e cartoni animati trash) mischiata a una sua certa naturale inclinazione a lasciarsi tornare bambina ogni volta che ripercorre i luoghi dell'infanzia. Risultato: il mio tour, anche quando gli animali che incrociamo lungo il percorso non sono in vena di interazioni o addirittura dormono, è interattivo: «B., come fa la tigre?». Risposta: «roarr». E il ghepardo? «Roarr ma un po' meno».

 

 

Keeper e veterinari. Insomma, il mio ritorno al Parco delle Cornelle, che in realtà è una prima volta de facto, fila via liscio. Quanti e quali animali siano presenti nel parco è cosa facilmente verificabile, e comunque mi viene quasi spontaneo credere che bene o male tutti i bergamaschi se ne siano fatti un'idea. Come si svolga il lavoro di veterinari e keeper dello zoo è forse cosa più interessante, e infatti ci viene una certa voglia di approfondirlo. Intercettiamo il direttore tecnico, nonché veterinario e coordinatore della squadra di keeper e medici del Parco (una ventina di persone in totale) e ci spiega in cosa consiste il suo – bellissimo – lavoro e quello della sua squadra: «Innanzitutto per ogni specie c'è un protocollo preciso da seguire. Bisogna tener sempre presente che, sebbene la maggior parte di questi animali siano in cattività da generazioni, si tratta sempre di animali con istinti selvatici. I keeper seguono tutti diversi corsi formativi. Adesso i più giovani arrivano a lavorare da noi dopo un diploma in agraria e una laurea in allevamento e benessere.

In ogni caso si cerca di creare un rapporto a distanza con gli animali, specie se si tratta di creature pericolose. Si insegnano piccoli comandi che possono essere utili per tante cose. Per esempio, ogni foca è addestrata a mangiare cibo somministrato direttamente dalle mani dei keeper. Questo può essere utile sia per somministrare farmaci qualora fosse necessario, sia per monitorare e tenere controllata la quantità di cibo che ogni animale assume. I keeper poi devono prestare attenzione a eventuali anomalie, per esempio, nella regolarità dell'appetito degli animali. Per esempio, se un animale improvvisamente comincia a mangiare la metà di quello che faceva prima, il keeper lo comunica a noi veterinari, che esaminiamo l'animale e cerchiamo di capire se si tratti di un normale fenomeno fisiologico, occasionale e poco significativo, oppure se ci sia da preoccuparsi». Detto molto in breve, sì: un lavoro incredibilmente affascinante.

 

 

Qualche battuta. In ogni caso, il percorso non è affatto pesante, siamo abbastanza sicuri di aver visto ogni animale e abbiamo anche avuto modo di apprezzare i due “giardini”: la isla tropicale, quella con gli alligatori e le cicogne (da segnalare una pessima freddura di un visitatore, che spiega ad alta voce: «Da qui le cicogne portano i cuccioli a tutto il parco»), e la isola aldabra, con volpi volanti (delle specie di pipistrelli), gechi in libertà e piogge tropicali ricreate artificialmente per dare un'idea del clima.

Prima di allietarvi con la classifica dei nostri animali preferiti, segnaliamo un altro paio di battutacce che le nostre orecchie hanno disgraziatamente intercettato, e che però ci hanno fatto decisamente sorridere. La prima l'abbiamo sentita ai bordi della vasca delle foche. Ghigno beffardo, cadenza vagamente milanese: «amore, se fai una foto alla foche... ti esce sfocata». La seconda è più classica, una di quelle che tutti pensano ma in pochi hanno il coraggio di dire. Siamo nella zona della savana; stiamo guardando le zebre. Ad un tratto eccolo, è lui: zainetto in spalla, barbetta di due giorni e bambino sulle spalle (essendo la battuta rivolta al bambino, facciamo i complimenti al papà e lo perdoniamo): «G. guarda le zebre: quella lì grande si chiama Cristiano Ronaldo. Quella piccolina invece si chiama Dybala». Old but gold.

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Cinque animali preferiti. In definitiva, ecco i cinque animali che, per vari motivi, hanno catturato più di altri la mia attenzione.

Tigre. Banale, scontato: una delle creature più affascinanti dell'intera natura. La troviamo spaparanzata su una roccia, all'ombra. Delle altre sue compagne si intravede soltanto la testa: sono anche loro addormentate, ma dietro alle rocce. La nostra, quando ci avviciniamo alla teca, è probabilmente infastidita da una mosca. Muove ripetutamente la zampa – enorme – per scacciarla dagli occhi. Una bambina (di 21 anni) non può fare a meno di intenerirsi e gridare: «Ciao miciona!».

Elefante. Bello, da morire. Era lui che volevo vedere più di tutti. Con la proboscide (una delle cose più affascinanti che abbia mai visto: scopro che può sollevare fino a 250 chili e che al suo interno ci sono più di 200mila muscoli) si porta l'acqua alla bocca, gioca con un ramoscello, urta i compagni e si lancia la sabbia sulla pelle a mo' di crema solare. E mi lascia a bocca aperta.

Ippopotamo. La prima volta nemmeno lo vedo, me lo fanno notare: sono in due e stanno dormendo nel loro stagno. Sembrano due rocce e all'inizio non ci faccio caso. Quando ripassiamo invece sono sdraiati fuori da uno stagno. Sembrano due enormi Buddha, l'essenza della pace e dell'ascesi. Poi sbadigliano e le fauci fanno rabbrividire.

Gibbone. Sono in tre: saltano, si prendono a calci per guadagnare la posizione privilegiata sulla trave, e cioè cercando di sdraiarsi e godere degli spulciamenti degli altri due. Dispongono di un tunnel che permette loro di camminare anche sopra la passerella riservata ai visitatori. Cantano e sembra facciano a gara: chi fa la nota più alta vince.

Pavoni. A una certa ci fermiamo al bar per fare una pausa, e sotto al nostro tavolo arriva pavone grande con pavoni piccoli. Si appropinquano al bancone, e puntuali arrivano le briciole dei panini avanzati da parte di alcuni visitatori inteneriti da quel grazioso quadretto familiare. Alla radio del bar suona Superstition di Stevie Wonder. Sembra che i nostri pavoni muovano il collo a tempo.

Premio simpatia: tamarino dalla chioma di cotone. Direttamente dalle migliori discoteche di Soho, sprizza Anni Ottanta da tutti i pori. Assomiglia un po' a Donatella Versace, un po' a Bon Jovi. Il più simpatico è sicuramente lui, un piccolo scimmietto che vive in compagnia e che salta da una trave all'altra come un forsennato. Ne voglio dodici a casa.

Tutti al parco domenica. Insomma, tutti al Parco delle Cornelle, 'ché ne vale la pena. Domenica 26 agosto: in occasione della festa del patrono di Bergamo, Sant'Alessandro, due bambini per famiglia potranno entrare gratis al parco. E vedere i tamarini.