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L’infinito di Leopardi in dialetto Ma il bergamasco è più concreto

L’infinito di Leopardi in dialetto Ma il bergamasco è più concreto
19 Luglio 2019 ore 04:30

«Tradurre in bergamasco il testo più celebre del poeta più filosofo della nostra letteratura ci ha fatto discutere molto, essendo il bergamasco un dialetto poco incline alle astrazioni, che ben riflette il carattere concreto di chi lo parla. Ci siamo messi in cinque: due “madrelingua” e tre appassionati, cresciuti tuttavia in queste terre e fra queste voci. Ci siamo divertiti parecchio e chiediamo scusa in anticipo alla suscettibilità dei lettori orobici». Così hanno scritto, in una lettera al Corriere della Sera, il docente di italiano Giorgio Mastrorocco, suo fratello Luciano, preside del Secco Suardo, lo psichiatra Massimo Rota, il musicista Vittorio Panza e il restauratore Federico Mecca.

Cosa ne è uscito. E, di seguito, la traduzione pubblicata qui sotto. Un’idea venuta ai cinque amici intorno alla tavola di una casa di Vilminore. Sono cresciuti insieme a Santa Lucia, tre di madrelingua e due di famiglia pugliese (ma con la passione per il nostro dialetto), e dopo cena si sono lanciati nell’impresa. Alle due di notte hanno “composto” gran parte dei versi, affinati poi nei giorni successivi.

 

L’mè sèmper piasit chel mut lè desperlü

E chela sésa che la me lassa mia ét ol sul che’l cala.

Ma sentàt zó denante, a ardaga,

me figüre ü mont sènsa fì e sènsa us,

öna calma sènsa font, che quase me stremésse.

E a sent ol vènt che’l parla ‘n di foie,

sömea che’l seès negot, chel dighe gnà amen:

e me é ‘n ment i mè morcc, i stagiù

d’öna olta e chesta, piena de eta, e la so us.

A la fì me gira l’cò, i è tance i laür,

ma che bèl perdés dèt in chel mar ché.

 

Interessante la resa di alcune astrattezze del poeta. “Ermo colle” significa collina solitaria, quindi è stato trasformato in “mut desperlù”. “L’ultimo orizzonte” per estensione è diventato “che non fa vedere il sole che cala”. E i “sovrumani silenzi e profondissima quiete” sono diventati “sembra che non sia niente, che non dica nemmeno amen”. Ma la cosa più divertente è che quando la parola non c’è, si ricorre al suo effetto. Di fronte a “tra queste immensità s’annega il pensier mio”, i cinque hanno pensato che quella situazione “fa girare la testa”. Aggiungendoci che “i è tance i laùr», sono tante le cose.

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