Silvia, Ivan, Marco e Samuele, alle 21.30

I Lowland Cannonballs live al Goisis L’incontro perfetto di quattto anime

I Lowland Cannonballs live al Goisis L’incontro perfetto di quattto anime
03 Luglio 2019 ore 09:05

Ormai lo sapete bene: in questo caldissimo inizio luglio, a portare un po’ di aria fresca in città ci pensa il Goisis. L’estivo posizionato nel bellissimo e verdissimo omonimo parco, infatti, ogni mercoledì propone concerti live dalle sonorità fresche e intime, perfette per una serata di buona musica e ottima compagnia. E questa settimana, come sempre a partire dalle 21.30, i ragazzi di Nutopia e Tassino, che gestiscono lo spazio, per la rassegna “From the mountains to the city” propongono un gruppo bergamasco che di fresco ha tanto.

 

 

I Lowland Cannonballs sono nati nel 2016 nella bassa bergamasca grazie all’incontro più o meno casuale di appassionati di musica country e, in generale, di musica americana. Col tempo hanno creato un repertorio abbastanza vario, complici i diversi gusti e percorsi dei singoli musicisti, che spazia dagli anni ’40 ai ’70, una sorta di viaggio in note per gli State che va da Nashville al sound di Bakersfield. Stiamo parlando di artisti del livello di Buck Owens, Loretta Lynn, Johnny Cash & June Carter, Jerry Reed, Merle Travis, Wanda Jackson, Hank Williams, Merle Haggard. Questi grandi protagonisti della musica a stelle e strisce rivive grazie alla musica e alla voce della band, composta da Marco Rozza (voce e telecaster), Samuele Tozzi (voce e chitarra acustica), Silvia Consonni (voce e contrabbasso) e Ivan Galbiati (batteria). Come sempre, prima di sentirli live ci abbiamo fatto quattro chiacchiere.

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Siete nati dall’incontro di appassionati di musica americana. Quali sono quindi i diversi gusti e percorsi di ciascuno di voi che vi hanno portati alla creazione della band?

Ivan: «Suonavo in un progetto doo woop e Rock and Roll e casualmente conobbi Marco che, interessato alla country music, propose di tirar su qualcosa di nuovo. Io, ben felice della proposta, mi misi in gioco scoprendo questo nuovo mondo che, per quanto mi riguarda, mi trova più affine sempre nelle sonorità fifties».

Marco: «Il mio percorso è soprattutto legato alla chitarra, strumento principe in quasi ogni sottogenere del country. Avendo però un background legato all’hip hop e all’hard core, preferisco il filone outlaw alle produzioni zuccherose di Nashville. Apprezzo comunque ogni declinazione di questo genere ma solo se c’è una chitarra».

Samuele: «Doo wop, swing, rock and roll… Ma soprattutto Ivan che mi ha chiesto se volevo entrare nella band».

Silvia: «Anche io ero legata principalmente al rock and roll, rockabilly, rhythm and blues, country (ma quello che Marco definisce come “leggero”). Mai pensato di far parte di un progetto così finché poi mi contattarono e proposero di suonare. E io via, accettai».

 

 

Queste diverse inclinazioni come si sono amalgamate? Il percorso ha richiesto molta ricerca e adattamento?

«Non con difficoltà, almeno non per tutti. Diciamo che ancora oggi la scelta di un pezzo da mettere in scaletta è una vera e propria Odissea (ridono, ndr). Scherzi a parte, crediamo che essere così diversi ma comunque aperti di mente ci permetta di avere una scaletta eterogenea che esprime i diversi gusti dei componenti. Che sì, possono passare da uno strumentale di Marco a un Hank Williams di Sam, da uno yodel di Silvia ai duetti sdolcinati e, pezzo forte, l’armonizzazione accurata da parte di Sam di tutte le nostre tre voci».

C’è il repertorio di qualche artista in particolare con cui avete maggior sintonia?

«Come sopra, le sintonie sono più a livello individuale che di gruppo».

Dal 2016 a oggi, la vostra produzione ha incontrato cambiamenti o fatiche o ha avuto sempre un’evoluzione lineare? Come vi vedete tra qualche anno?

«Più che cambiamenti li definiremmo miglioramenti: dall’essere partiti in tre con un set quasi acustico e un repertorio molto meno definito fino ad arrivare a essere in quattro con un carattere più spiccato, improntato soprattutto sulle produzioni degli anni ’60. Sicuramente col passare del tempo abbiamo imparato ad affinarci, a rendere tutto più “nostro” se così possiamo dire, ad adeguarci a determinate scelte altrui che, proprio per le diverse inclinazioni, non sempre son state digerite fin da subito nel migliore dei modi. E aggiungeremmo, a ‘sto punto, di aver anche imparato a supportarci e soprattutto sopportarci! Sul come ci vedremo tra qualche anno speriamo vivi e in salute. E chissà, magari ancora a strimpellare assieme».

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