Di Anna Rosa Galbiati

Piccola novella di Città Alta Le tre poie dalle uova d’oro

Piccola novella di Città Alta Le tre poie dalle uova d’oro
18 Gennaio 2018 ore 05:30

Anna Rosa Galbiati abita a Tavazzano, in provincia di Lodi, ma è di Bergamo. È nata nel 1938 nella nostra città, ha trascorso gli anni di bambina fra Bergamo, Dalmine e Villa d’Almè. Ma, soprattutto, ha trascorso le sue estati in Città Alta, in casa della nonna, Anita, in via Rocca. Dal ricordo di quelle estati sono nati i racconti pubblicati a cura della biblioteca di Città Alta, novelle deliziose, piccoli spaccati della vita della Città Alta tra la fine degli Anni Quaranta e i primi Cinquanta. La Città Alta che ancora molti ricordano come quella “vera”, cioè quella delle vie percorse da pochi turisti, veri intenditori del viaggio, quelle vie che nemmeno sapevano che cosa fossero le grandi firme, le boutique, le catene di gelaterie, yogurterie, pizzetterie, caramellerie e via dicendo. La città che non era per le élite, ma del popolo, con le poche famiglie nobili che lassù abitavano da generazioni e generazioni. La Città Alta che incantò Le Corbusier.

 

Nel caseggiato tetro e umido di via Rocca numero 8 abitava una dolce e tenera vecchietta, la sciura Cassotti. Piccola e fragile, con un viso angelico incorniciato da capelli grigi e crespi, tutti i pomeriggi, verso le tre, usciva sulla via a far prendere aria alle sue tre poie, che teneva in casa in una stia di legno. Metteva la sua scagnina al l’ombra, presso ol pissadùr, legava con una lunga corda le zampe delle galline al suo polso e le lasciava andare, libere, a becchettare qua e là. Tenendole d’occhio, con gli occhiali appoggiati alla punta del naso, lavorava a maglia: faceva solette per calze, che poi vendeva.

 

Anna Rosa Galbiati (al centro) in Città Alta con i fratelli

 

Le galline della sciura Cassotti erano degli esemplari unici e buffissimi: avevano il piumaggio solo sul collo e sul capino, e il resto era oscenamente nudo e bitorzoluto. Facevano impressione, povere bestie, sembrava fossero state appena spennate, pronte da cucinare in brodo. Vivendo quasi sempre al chiuso, avevano, senza dubbio, problemi di… penne. Le tre pollastre, incuranti ed ignare del loro terribile aspetto, chiocciando tutte contente, si muovevano sull’acciottolato, rovistando tra i sassi con le loro zampe unghiate e beccando non si sa cosa, perché non c’era un filo d’erba, solo sassi. Spesso beccavano anche il muro del cortile delle suore e ne mangiavano l’intonaco. Il loro più grande sollazzo era però quello di grattarsi il sedere sui ruvidi sassi dell’a cciottolato, per calmare il prurito che le infastidiva. La sciura Cassotti curava con tenerezza le sue tre creature, come un’affettuosa nonnina, e le chiamava per nome: Pinù, Bice e Carmelina.

D’inverno la sciura Cassotti scendeva solo quando c’era bel sole, lasciando zampettare le sue gallinelle attaccate alla corda, come se fossero cagnolini. Quando si allontanavano un po’ troppo, strattonando la corda per andare più avanti, la sciura Cassotti le chiamava per nome e quelle, traballanti e ubbidienti, le correvano vicino. Erano furbe, comunque, perché si aspettavano una ricompensa: la sciura Cassotti prendeva infatti dalle tasche dei pezzettini di pane e glieli imbeccava, come fossero zuccherini. Quando faceva freddo, copriva le loro nudità con delle mutandine di lana fatta da lei su misura. Al riguardo mi spiegò che, se il sedere delle galline si raffredda, non fanno più le uova. Non era possibile trattenere il riso, guardando quelle galline con le braghette a righe nere, grige, beige! I turisti che salivano alla Rocca, si fermavano sorpresi e divertiti a fotografare o a filmare quelle simpatiche pollastre.

 

Anna con i nonni in via Rocca

 

Un pomeriggio, la sciura Cassotti mi disse che sì, le galline facevano ridere e non erano belle, però erano speciali, perché nascondevano un tesoro… Erano galline dalle uova d’oro! Io, nella mia ingenuità d’infante, le credetti alla lettera, come credevo alle fiabe. Curiosissima, un giorno le chiesi se mi faceva vedere un uovo d’oro, poiché non ne avevo mai visti. Lei, divertita, mi sorrise e disse: «Dopo, vieni su con me, che te ne farò vedere uno». Quando il campanile di San Pancrazio suonò le sei, la sciura Cassotti si alzò e chiamò le sue poie. Queste accorsero ubbidienti, si accovacciarono ai suoi piedi e si lasciarono prendere in braccio, senza agitarsi. Io la seguii, tenendole la scagnina, su per le strette e buie scale, che non finivano mai. Alla fine entrammo in una stanza che sembrava una piazza d’armi. Da una finestrella, l’unica dell’abbaino, si vedeva di fronte la punta del campanile di San Pancrazio. Pensai: «Come siamo in alto!». La sciura Cassotti depose sul pavimento le sue gallinelle, che cominciarono a girellare per la stanza a loro agio, aprì la moscaröla e tolse un cestinetto di ferro con dentro due uova. Le osservai e delusa le dissi: «Ma signora Cassotti, sono normali, non sono d’oro!». Con un sorriso accattivante mi guardò e mi rispose: «Té ghét résù, ma per me valgono come l’oro, perché con due uova al giorno io vivo da regina». Capii perfettamente.

Prima di scendere per tornare dalla nonna, la sciura Cassotti mi regalò un uovo, mettendomelo tra le mani. Io lo tenni con cautela, per non romperlo. La ringraziai con calore, salutai Pinù, Bice e Carmelina, che si facevano i fatti loro, e scesi felice, adagio adagio, perché avevo tra le mani un tesoro.

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