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La storia dorata del Cappello d'Oro

La storia dorata del Cappello d'Oro
Viva Bèrghem 17 Agosto 2015 ore 16:00

Ultimi anni dell’Ottocento. L’Albergo Hotel Moderno era ancora in costruzione. Il Cappello d'Oro, noto per avere la migliore cucina della città, viveva il suo momento di gloria. Né il Concordia, che ebbe più tardi una notorietà speciale, né l'Italia, allora in Via XX Settembre, potevano metterne in discussione la supremazia. Stiamo parlando del Cappello d’oro originario.

Il successivo fu opera di quel genio speciale della ristorazione, cavalier Domenico Ruggieri, che ne rilevò la proprietà, lo trasformò e lo gestì in maniera impeccabile. Sotto la sua guida l’albergo divenne una stella di prima grandezza nel panorama non solo italiano. Forse la nobiltà di Città Alta assegnava ancora il primato al Sole, antichissimo e conosciuto da tutti. Ma il Cappello d’Oro si propose in modo nuovo e originale: i proprietari tendevano a mettere gli ospiti a loro agio utilizzando le più recenti innovazioni della tecnica. Disponeva persino di omnibus a due cavalli sempre pronto di fronte alla stazione. Altra importante caratteristica: il Cappello d'Oro aveva due ingressi: il primo, a tre luci, si affacciava su viale Roma, il secondo – un portone immenso – dava sull’attuale via Gerolamo Tiraboschi. Era l’accesso per le carrozze, gli equipaggi signorili, i barrocci e le timonelle sia di città che di provincia. All’interno dell’hotel, tre scuderie consentivano il ricovero e il grooming dei cavalli.

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La nuova topografia di Bergamo e la posizione strategica. Anche la topografia contribuì al successo dell’Albergo. Nei primi anni del Novecento, Bergamo stava modificando la sua tradizionale struttura urbanistica. Da città adagiata sui colli si avviava a diventare centro rilevante della pianura. Prendevano quota le industrie e i commerci fiorivano grazie a un sistema viario da sempre tenuto in efficienza. Nella nuova città, il Cappello d'Oro si collocava in posizione strategica: all’inizio del Sentierone – la grande  via delle imprese commerciali –, non distante dal Foro Boario - il mercato del bestiame - e dalla fermata del tram belga che faceva affluire in città viaggiatori provenienti da paesi e città della pianura anche oltre l’Adda. Ecco come si presentava Largo Tiraboschi: al centro – secondo alcune fonti prive, però, del conforto di immagini – si ergeva una torre in metallo e vetro di circa otto metri, sulla cima della quale era stato collocato un orologio. Era il capolinea dei tram a carbone provenienti da Milano e Lodi via Treviglio. L’arrivo delle vaporiere rendeva l’aria irrespirabile per circa tre quarti d’ora, il tempo necessario a compiere le operazioni di scarico e carico e a rifornirsi di carbone per la ripartenza.

L'atmosfera da Belle Époque. All'interno dell’albergo l’atmosfera era invece ovattata, quasi surreale. La clientela era fortemente selezionata: persone benestanti che trascorrevano il tempo tra un impegno e l’altro. Incontri di lavoro, visite agli amici, un appuntamento in banca o dal notaio, una puntatina al circolo. E il denaro girava. Per i signori l’abito di rigore era costituito da giacca lunga, solino, calzoni a righe. Fazzoletto ricamato nel taschino; catena d’oro sul gilet preferibilmente bianco; scarpe di vernice. Le signore potevano sfoggiare i loro abiti più eleganti. Si ordinavano vini francesi di pregio, tra cui lo champagne che rese spumeggiante la Belle Époque; i nomi dei cru più famosi e dei leggendari Cognac fecero la prima comparsa in zona proprio al Cappello d'oro.

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Le cene succulente. La domenica, per la cena, si arrivava con la famiglia, figli compresi. L'atmosfera si trasformava, si faceva festiva. Grandi attenzioni, scambi di cortesia fra persone dei dintorni, che non vi avrebbero passato la notte. Il menu prevedeva la tradizionale busecca, il foiolo, il carrello con il manzo, l’arrosto, lo stracchino di gorgonzola tagliato alla brava, le fettone di salame casalingo, il grana dalla goccia verde. Una concentrazione di colesterolo che spariva alla chiusura dell’esercizio, per evitare che nei giorni successivi qualche ospite più raffinato ne ravvisasse la qualità un po’ grossolana, destinata a palati più avidi che selettivi. In tutti gli altri orari, il Cappello d’Oro, proponeva piatti succulenti ma delicati al massimo. Il numero dei cuochi e dei camerieri – questi ultimi in falde come nelle case nobili –  era in continua crescita.

I ricchi e i potenti... In tempi di elezioni, il grande salone ospitava le feste più brillanti dei candidati prima e dopo i risultati. Leggendarie rimasero le vittorie di Adolfo Engel, ricchissimo senatore radicale, che al centro del folto gruppo dei suoi maggiori elettori, offriva a tutti ostriche, tartufi, pâtés de Strasbourg e per dolce il panettone fatto venire apposta e per l’occasione dal Cova di Milano. Le feste di nozze importanti e i banchetti in onore di celebrità avevano come sede quasi obbligata il Cappello d'Oro. Ogni nomina a Cavaliere del Regno o Commendatore vedeva accendersi tutte le luci in sala. Sui tavoli tovaglie in lino, piatti in porcellana, posate d’argento. Come non approfittare del Cappello d’Oro se le tovaglie dli lino, le posate d’argento, i piatti di porcellana si mostravan con generosità a chi ambiva ammirare la solidità dei proprietari.

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...e gli artisti, D'annunzio compreso. Pietro Mascagni e Leopoldo Mugnone, musicisti di valore e grandi mangiatori, avevano avuto modo di apprezzare i deliziosi pranzi del Cappello d'oro in occasione della Stagione lirica al Donizetti e non si stancavano di lodarne la distinta bontà. A loro si aggiungevano tutti gli artisti impegnati in città soprattutto nei mesi di agosto e settembre e quanti, ricchi di tutta ltalia, facevano tappa a Bergamo nel viaggio verso San Pellegrino, l’aristocratica sede termale onorata da Sua Maestà la regina Margherita, da ministri, banchieri, industriali, stranieri di fama. Quando Bergamo ospitò il Vate d’Abruzzo, Gabriele D’Annunzio, dove, se non al Cappello, poteva riservargli una suite? Fu - si sentì ripetere per anni - serata grande, pari soltanto a quella che si organizzò per il soprano Rosina Storchio. Trionfi la cui eco si prolungò nel tempo, come lo stupore della gente comune per i gran mazzi di fiori fatti giungere d’ogni dove, quasi fosse, Bergamo, una succursale dell’Olimpo divino.

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