Il potere taumaturgico

Leggenda del Crocifisso di Valsecca (che piove come Dio la manda)

Leggenda del Crocifisso di Valsecca (che piove come Dio la manda)
21 Ottobre 2016 ore 09:50

A Valsecca, prima comune indipendente e da pochi anni frazione di Sant’Omobono Terme, esiste un crocifisso in legno molto antico. «Il devoto Simulacro di grandezza più che naturale è scolpito in legno con finissimo lavoro ed è racchiuso in bella nicchia dorata, che si innalza sopra il gradino dell’altare e forma con esso un solo disegno», si legge nell’opuscoletto parrocchiale del secolo Ottocento.

Tutti in Vallimagna lo conoscono. Viene custodito in quella chiesetta esterna di fianco alla chiesa principale del paese (dedicata a San Marco). Si sa che quella chiesetta faceva parte della precedente chiesa più grande, ma non si sa bene quando fu costruita. Né del resto sappiamo da quale data il Crocifisso di legno abbia iniziato a ‘prestare servizio’ presso la parrocchia di Valsecca. Il primo riferimento è un opuscolo pubblicitario del 1884, scritto probabilmente dal parroco per far conoscere il crocifisso sotto spinta dei parrocchiani devoti, che volevano sponsorizzare le proprietà benefiche della loro statua.

 

 

Un po’ di storia. Nel libretto si narra di come il Cristo sia approdato a Valsecca secondo la Pia Tradizione (quindi non del tutto scientificamente affidabile, ma i miti sono sempre ben graditi). Pare che il sacro legno fu portato a Valsecca verso la metà del Settecento dal mercante Bortolo Belli (di cui restavano incise le iniziali sul legno), che lo comprò sul lago Maggiore a Intra e lo trasportò a spalle fino al paese. Pare che Gesù abbia apprezzato lo sforzo d’emulazione e anche la sua nuova dimora, perché da allora è sempre rimasto là. Non si sa chi sia l’autore della scultura, anche se viene attribuita a Fra Giovanni da Reggio Calabria, dandoci anche come periodo storico la fine del Seicento.

Il potere taumaturgico. Inizialmente la devozione riguardò soltanto gli abitanti di Valsecca, ma l’opuscoletto ricorda come negli anni successivi il Crocifisso divenne oggetto di devozione per tutta la Vallimagna grazie a fatti eccezionali. Nel corso dell’Ottocento infatti pare che la croce abbia risolto siccità o alluvioni e sanato parecchie epidemie. Colera nel 1836, epidemia non specificata nel 1849 e altre nel 1855 e 1867, solo per citarne alcune. Ovviamente l’aspetto taumaturgico è più attraente di quello puramente artistico o religioso, e la voce si sparse velocemente. La cappella si riempì di ex voto (in concorrenza con la Madonna della Cornabusa che però non se n’è avuta a male: resta tutto in famiglia) di cui purtroppo ne sopravvivono pochi in seguito a una delle ristrutturazioni. Con i progressi della scienza medica il Crocifisso ha visto scemare l’afflusso di malati. Farmaci e regole igieniche gli hanno ‘rovinato il mercato’, rendendo vana la sua specializzazione in malattie epidemiche.

 

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Contro i cataclismi naturali. Ma alla statua è rimasto il settore meteorologico. La popolazione del posto si è rivolta (e possiamo dire si rivolge) a lui in ogni occasione di siccità o alluvione. In questo, almeno, la scienza non ha ancora acquisito giurisdizione. E lui non ha mai deluso i fedeli, mandando o fermando la pioggia ogni volta che veniva fatto uscire dalla sua cappella, alla bisogna. Partecipava alla vita della gente, seguendo gli avvenimenti non solo climatici della parrocchia: inizio della prima guerra mondiale, ritorno dei reduci, nuovi parroci o anniversari religiosi. Il Crocifisso è un cittadino attivo in piena regola.

La festa ogni cinque anni. Poi, dal 1935, colpo di scena, è stato deciso di regolamentare le uscite del Crocifisso. Verrà fatto uscire, si stabilisce, ogni cinque anni con festa solenne di una settimana. Nessuno ricorda bene perché proprio ogni cinque anni, o perché improvvisamente si sia smesso di portare a spasso la croce. Fatto sta che il Crocifisso continua però a svolgere il suo compito, ligio al dovere: ogni volta che viene tirato fuori, piove come Dio la manda. Forse tiene il conto di tutte le siccità di cinque anni e presenta poi un conto unico ai valdimagnini, per dimostrare che non si dimentica di loro.

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