In Città Alta

Il Tesoro di Santa Maria Maggiore (ora possiamo ammirarlo pure noi)

Il Tesoro di Santa Maria Maggiore (ora possiamo ammirarlo pure noi)
17 Novembre 2017 ore 04:00

Bergamo ha un nuovo tesoro, riscoperto e svelato dopo anni di oblio, dovuto non all’inconsapevolezza della sua esistenza, ma alla mancanza di spazi degni alla sua esposizione e fruizione; infatti, è stato sempre custodito dalla MIA di Bergamo e da coloro che erano preposti alla sua cura, manutenzione e conservazione, ma ora è tornato a casa, nella sua Basilica, lì dove nei secoli ha servito alle funzioni religiose, tenute da collegiali e autorità pubbliche e ammirato nel suo splendore da uomini semplici e ferventi devoti.

Dove si trova. Per poterlo visitare (ingresso a pagamento 3 euro, lunedì chiuso) serve andare in avanscoperta della nostra Basilica e raggiungere un luogo un poco recondito, solitamente scostato dalla vista del pubblico, accessibile esclusivamente da un’absidiola romanica celata da una parete fittizia, eretta in epoca moderna per motivi di simmetria interna, che rilascia nel visitatore moti di stupore; il vano, infatti, è ancora pavimentato come in origine e interamente affrescato su più registri con immagini di santi e sante in atto di adorazione della Vergine e Bimbo, opera di anonimi frescanti trecenteschi: pare ancora di vedere all’opera quel “Maestro del 1336” e quel “Maestro dell’adorazione dei Magi” (anche se la definizione è errata visto il tema complessivo del dipinto), e questo grazie a quella sensazione fresca e umida, tipica dei vani medioevali, che si avverte entrando in quello spazio magico e mistico allo stesso tempo.

 

 

Salita la scala che corre tutt’attorno la calotta si raggiunge una soglia, che consente l’accesso a una meraviglia: si apre, dinanzi il matroneo meridionale della chiesa, un lungo vano che corrisponde alla parte superiore della navata laterale sinistra dell’edificio, mai usato per fini liturgici o per ospitare le donne (matrone), come il termine suggerisce, le cui trifore sono state tamponate a causa dei lavori di stuccatura e doratura di volte e campate iniziati in epoca barocca. Ed è proprio qui che, grazie a un colto studio e a una semplice ma efficace modalità espositiva (si è privilegiato il parametro cronologico), trova la sua felice collocazione il Tesoro della Basilica, una pregiatissima collezione, che corre lungo quattro secoli di storia, sapientemente ordinata a partire dal Trecento al Settecento.

Trecento. Ecco quindi aderenti le pareti i resti del cantiere romanico e dei protiri comacini trecenteschi, composti da parti di colonne, capitelli o statue originali, sostituite in loco con copie fedelissime, al fine di preservarne l’usura causata dalle interferenze degli agenti atmosferici. Seguono gli affreschi provenienti dalle pareti della Basilica, rinnovate con più moderne opere a tela inserite in cornici a stucco a partire dal Seicento o poco dopo la visita di Carlo Borromeo nel 1575. Il pezzo forte è costituito dalla croce in argento sbalzato del 1392 di Andreolo de Bianchi, di cui restano solo quattro formelle, gli unici pezzi superstiti in seguito al furto avvenuto nel 1973.

 

 

Quattrocento. Graduali e antifonari miniati dalla metà del Quattrocento dal celebre Jacopo da Balsamo e dalla sua bottega, la cui minuzia di particolari ancora incanta e che, grazie alla ciclicità dell’allestimento, permetterà di alternarli periodicamente agli altri custoditi nel fondo MIA della Biblioteca Civica Angelo Mai, posta in Piazza Vecchia a pochi passi fuori la chiesa.

Cinquecento. Sette formelle in rame realizzate su presunto disegno di Lorenzo Lotto, per il progetto di un’ancona, mai ultimata, prima che questi venisse assorbito dallo studio ed esecuzione dei cartoni preparatori le tarsie lignee del coro della Basilica. Nei pressi è stato appeso l’arazzo della Visitazione, opera dell’arazzeria medicea fiorentina degli anni Ottanta del secolo, il più piccolo della serie Storie di Maria e l’unico privo di bordura.

 

 

Dal Cinquecento al Settecento. E a seguire calici, navicelle, turiboli e ostensori romani e ambrosiani in argento cesellato, commissionati tra Cinquecento e Ottocento, ordinati in vetrine che corrono in senso verticale per non frantumare l’equilibrio dell’ambiente, fino ai paramenti sacri settecenteschi di manifattura veneziana, che sono solo una piccola parte dell’intera collezione, divisa tra pianete, dalmatiche e piviali.

Visitare il nuovo Museo del Tesoro della Basilica corrisponde a un viaggio nel tempo lungo i secoli della nostra storia, un percorso quasi emozionale che ancora trasuda dalle pareti dell’edificio e che i singoli pezzi esposti contribuiscono a raccontare. Una chiesa che dobbiamo immaginare costantemente vissuta tra canti e funzioni liturgiche e frequentata dai bergamaschi, anche per la sua natura civica, acquisita dopo che nel 1449 passò in gestione, per conto del Comune di Bergamo, alla MIA di Bergamo, una congregazione laica fondata nel 1265. Un tesoro che si aggiunge all’altro, quello del vicino Duomo, esposto e visitabile dalla tarda estate del 2012, che non si vuole affatto mettere in contrapposizione, forse in relazione, ma che ancora una volta deve renderci orgogliosi del nostro straordinario passato, reso ancor più peculiare dalla coesistenza nel cuore del centro storico, come in pochi altri casi in Italia, delle cosiddette cattedrali gemine.

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