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Via Moroni (alta) sta rinascendo

Via Moroni (alta) sta rinascendo
10 Gennaio 2018 ore 08:30

Foto ©Bergamopost/Mario Rota

 

«Via Moroni è un paese, qui c’è tutto. È un paese lineare. C’è tutto quello che serve, dal panificio, al fruttivendolo, alle sarte, all’orologiaio, all’abbigliamento… ci sono le santelle, i gruppi culturali, le librerie, il negozio di dischi. Non manca niente». Andie Decano ha ventisette anni, conduce la Spa per capelli che si trova al numero 65 della via: «Noi ci siamo da pochi mesi, ma qui ci troviamo molto bene. Facciamo trattamenti estetici, massaggi, ci occupiamo anche della cura e della salute dei capelli attraverso la bio-cosmesi e quella che noi definiamo cosmetica. Io vengo da Capriate. Volevamo aprire un punto di questo tipo a Bergamo, la segnalazione di via Moroni è arrivata da un’amica, io sono venuta a vedere. Avevo sentito voci negative su via Moroni, invece l’impressione è stata ottima. È una strada tranquilla, che credo si trovi in una fase di passaggio: ci sono diversi esercizi commerciali nuovi con proposte interessanti».

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L’arco napoleonico. Via Moroni come “paese lineare”, come un luogo in un momento di passaggio. Un passato di strada di grande traffico, via popolare, l’arteria principale per Milano. La vecchia “Per Osio”, diventata poi via “Osio”. Ma che in un certo periodo fu anche Strada Napoleonica, al punto che si pensava di costruire qui il famoso arco di trionfo per Napoleone, poi mai edificato. La stella del generale francese tramontò troppo presto. Altro che arco di trionfo. E dire che la città lo aveva già approvato e che aveva coinvolto i migliori architetti del tempo, come Leopoldo Pollack e il grande bergamasco Giacomo Quarenghi. La costruzione dell’arco doveva essere legata a una nuova definizione della zona, a un abbellimento: il collegamento verso Milano aveva ormai superato per importanza quello con Venezia.

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Anni Sessanta: amarcord. Ancora negli Anni Sessanta del Novecento, via Moroni era piena di traffico, di commercianti, via popolare, di bar, osterie, luogo di ritrovo anche di una certa malavita… Giancarlo Moroni è nato in via Moroni 84 anni fa. E non se ne è mai andato. È stato operaio alla Reggiani, sposato con una figlia. Sua sorella gestiva un bar della via. Oggi Giancarlo passa buona parte delle sue giornate alla finestra, quando fa freddo sta dietro i vetri. Guarda. Racconta: «Mi muovo poco perché non sto molto bene, però mi piace guardare la strada, quelli che vanno e che vengono, gli italiani, gli stranieri. Una volta via Moroni era piena di gente, di locali con il pergolato, il gioco delle bocce come il bar Congedo che era proprio qui, nel vicolo. C’era di tutto, anche i trani, le prostitute, è vero. Ma era tutto traffico, era tutta vita. Poi è arrivato un periodo brutto, di svuotamento». Da un lato la costruzione della via dei Caniana, a fine anni Sessanta, il ruolo sempre più forte dell’autostrada, poi l’arrivo della circonvallazione e dell’asse interurbano.

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«Io non ho tanta fiducia». Il ruolo di principale collegamento verso Dalmine, Osio e Milano si è decisamente appannato. Dice un negoziante storico, Franco Riva, proprietario della drogheria-tabaccheria che si trova a metà della parte storica della via: «Io ho 65 anni, sono qui da quando ero un bambino. Mi sono diplomato geometra, ma ho sempre aiutato mio padre che ha preso questa drogheria nel 1944. Ho visto la via cambiare, decennio dopo decennio». Franco Riva porta avanti il negozio da solo. Nella bottega non c’è riscaldamento, i metri quadrati sono invasi da ogni tipo di mercanzia, come un vero bazar, come un supermercato minimo. Si va dai pannolini alle sigarette, all’Orzoro, Nutella, spaghetti, gratta e vinci, profilattici, liquori… Dice Riva: «Questa mattina è entrata una suora, ha preso delle Golia. I profilattici sono nello stesso contenitore e hanno una scatoletta di forma simile. Mi ha detto: “E queste che caramelle sono?”. Io ho spiegato. Lei ha detto che non è bene usarli. Io ho risposto che non è bene non usarli!».

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Sul futuro della via, Riva non è ottimista. «Guardi, io mi ricordo gli Anni Sessanta e Settanta, la strada era piena di gente, di negozi, un grande andirivieni, si lavorava tanto. Poi c’è stata la caduta. Adesso ci sono alcune nuove attività, hanno rifatto i marciapiedi… ma io non ho tanta fiducia, e mi dispiace per questi ragazzi che ci provano, perché sono bravi. Ma ci hanno uccisi con i centri commerciali e con le tasse. Il sindaco Gori in campagna elettorale era venuto qua, era entrato in negozio, mi aveva chiesto… ma non è cambiato niente. Ecco, qui di fronte c’è una grande casa popolare, i negozi a pieno terra sono stati assegnati a delle associazioni. Ma le pare? Date piuttosto il primo piano alle associazione e gli spazi con le vetrine assegnateli a un bel bar che faccia tornare la gente… Poi si parla male degli stranieri, ma in realtà la situazione qui è tranquilla. E comunque: chi affitta case e negozi agli stranieri, chi ci guadagna alla fine?».

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Il rapporto con gli stranieri. Il dialogo con gli stranieri non è così semplice. Lo dice Fabio Iavarone del Macondo biblio caffè che è il presidente dell’associazione delle botteghe. Spiega: «Noi siamo qui da soli due anni, vendiamo libri, organizziamo iniziative, incontri. La via sta migliorando, senza dubbio: basta vedere tutte le attività che stanno fiorendo. Guardi che questa è una strada straordinaria: ci sono ben due librerie, un negozio di dischi, un gran bel ristorante, Porta Osio, le sarte, le magliaie… Stiamo cercando un rapporto con gli stranieri, con i loro ristorantini e negozi; i musulmani sono piuttosto riservati, anche se i rapporti con loro sono ottimi. Ma coinvolgerli sulle iniziative non è facile. I latinoamericani hanno una cultura più vicina alla nostra, ma la loro idea di festa è diversa, faccio un esempio banale: loro tengono la musica a un volume che a noi dà il mal di testa, ma per loro se il volume è più basso allora è come se non fosse festa…». Piccole cose, ma importanti.

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Acqua e Farina, pane e pizza. Da quasi due anni ha aperto in via Moroni Acqua e Farina, un panificio e pizzeria (ma anche con cucina, per lo più vegetariana) che ha fatto della genuinità e della qualità una bandiera. Lo conducono due giovani, Lucio Muraglia e Isabella Gabucci. Il pane di Lucio è fra i migliori che sia possibile mangiare a Bergamo. Lucio racconta: «Avevamo il panificio in via Broseta, poi ci siamo trasferiti qui, un posto ben più grande, con una bella cucina. Prima puntavamo molto sul pane, adesso di più sul locale. Via Moroni non è un posto di grande transito, però noi ci troviamo bene, questo luogo è bello, con il soffitto di travi, i muri di mattoni e sassi di fiume». La costruzione risale probabilmente del Seicento. Il pane e la pizza restano le grandi passioni di Lucio e Isabella. «La pasta madre che usiamo oggi – spiega Lucio – è migliore rispetto a quella di qualche anno fa semplicemente perché man mano si è arricchita, contaminata con altri grani. La usiamo da sette anni. La base è di mezzo chilo, poi viene “rinfrescata”: si mette nell’impastatrice e si aggiungono acqua e farina nuove, si fa girare per dieci minuti lentamente… quindi una parte viene riposta in frigorifero e con l’altra si fa la nuova panificazione». Il lievito di pasta madre è una creatura vivente, dice Lucio, cresce, si evolve. Va trattata con riguardo, persino con affetto.

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Cultura, laboratori e contaminazioni. La qualità, la particolarità sono il vessillo della nuova via Moroni. Troviamo il negozio di libri usati per collezionisti, ma non solo. Si chiama L’Era cartacea e viene condotto da Danilo Maestroni che nella strada si trova dal 2002. Troviamo la bottega dei dischi Re-store, che è condotta da May a Valentinelli, 34 anni. Nel negozio si trovano vinili vecchi e nuovi, cd di gruppi di rock indipendente, di musica classica e jazz. C’è uno scaffale dedicato anche alle band bergamasche. Dice Maya: «Questa è una buona via, le cose non vanno male. Occorre ancora qualcosa per il rilancio… lo spirito del nostro negozio sta in questa silhouette di Mozart, che è vestito alla maniera punk…». Culture diverse che si incontrano, si fondono. Un laboratorio. Come quello che viene proposto per i bambini qui, al sabato e alla domenica.

E se attraversiamo la strada ecco un altro laboratorio, stavolta di taglio e cucito, una negozio di sarte, portato avanti da madre e figlia. Si chiama Cuciamo: altra contaminazione, linguistica. Giulia e Lori Marchesi si trovano «Benissimo. Sì, siamo qui da un anno, veniamo da Martinengo, questo negozio era libero e c’era pure la casa nello stesso stabile e così ci siamo trasferiti qua con la famiglia. Facciamo riparazioni di abiti, lavori sartoriali. Realizziamo poi articoli per bambini. È una via bella e tranquilla: siamo contente».

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La rinascita di via Moroni. I vecchi negozi che resistono come quello di Umberto Minali, che vende scarpe e abbigliamento qui da più di quarant’anni, le nuove botteghe che si avviano. La gente che torna. E i dati confermano. Le statistiche del Comune di Bergamo ci dicono che nel 1991 nella parte storica della via (fino all’incrocio con via Carducci), gli abitanti erano 565 mentre oggi sono 618. È aumentata anche la presenza di bambini e ragazzi. Nel 1991 c’erano quarantotto bambini da zero a nove anni, oggi sono cinquantanove. Per i ragazzi dai dieci ai quattordici anni altro incremento: erano ventidue nel 1991, oggi sono ventisette. Il borgo si sta muovendo. Dice Fabio Iavarone: «Non siamo piazza Pontida, ma stiamo crescendo… non dimentichiamo che fino a dieci anni fa la stessa piazza Pontida era un mortorio. Oggi, invece…».

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