«Per te la porta sarà sempre aperta!»

Papa Giovanni XXIII e don Botta Quelle belle lettere tra amici

Papa Giovanni XXIII e don Botta Quelle belle lettere tra amici
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«Papa Giovanni non è una mummia». Bergamopost ho sottolineato così, nel titolo principale dell’edizione in edicola da venerdì 18 maggio, l’importanza di privilegiare l’aspetto umano e di relazione di Papa Roncalli con la sua terra in occasione della peregrinatio in Bergamasca dell’urna con le sue spoglie, dal 24 maggio al 10 giugno prossimi.

Quasi gemelli. La serena umanità di un Santo Pontefice che affidò l’impegno di una carezza ai più piccoli nella sera di apertura del Concilio Vaticano II con il noto discorso alla luna emerge con forza anche da alcuni rapporti epistolari poco noti, come quelle che il Papa intrattenne con l’amico sacerdote don Giovanni Botta, compagno di studi in Seminario. Erano quasi gemelli, essendo nati l’uno ad un giorno dall’altro, nel 1881: Angelo Giuseppe Roncalli il 25 novembre, Giovanni Botta il 26 novembre. Anche la loro esistenza terrena si concluse a pochi mesi di distanza: Papa Giovanni morì a Roma il 3 giugno 1963, mentre don Botta spirò il 25 marzo 1964, nel giorno in cui si univano liturgicamente il Venerdì Santo e l’Annunciazione.

 

 

Chi era don Botta. Don Giovanni Botta era nato a Cirano (frazione di Gandino, ma parrocchia autonoma dalla fine degli Anni Sessanta) e per ben 45 anni è stato parroco a Semonte, parrocchia della media Valle Seriana il cui territorio è situato a cavallo dei comuni di Fiorano al Serio e Vertova. Di don Giovanni tutti ricordano il carattere gioviale e una spiccata intelligenza pratica. Da sacerdote si era fatto amare per alcune sue prese di posizione, certamente fuori dagli schemi dell’epoca. Protestò, per esempio, con i suoi parrocchiani contro la società di gestione dell’allora Ferrovia della Val Seriana, proclamando una sorta di sciopero del biglietto per ottenere una più giusta retribuzione dei lavoratori. In anni difficili non ebbe timore di scontrarsi con i potenti locali per ottenere che a Semonte fosse costruito un cimitero, in modo che la parrocchia non dovesse dipendere da Vertova (come invece ancor oggi avviene per Colzate). Un giorno, durante un funerale, ordinò di fermarsi a metà strada tra Semonte e Vertova e fece posare, sul terreno adiacente la strada, la bara con dentro il morto. E qui sarebbe dovuta rimanere, secondo don Giovanni, fino a che il Comune non gli avesse dato sicure garanzie sulla costruzione di un cimitero.

Negli Anni Quaranta si verificò un altro episodio raccontato ancor oggi da molti anziani: una colonna di automobili, con a bordo gerarchi e federali proveniente da Bergamo, passò per Semonte in coincidenza con la processione delle Quarantore. Accadde che i due cortei si trovassero l’uno difronte all’altro. Dalla parte tedesca qualcuno scese e con fare prepotente apostrofò il sacerdote: «Non sapeva lei chi doveva passare?». Don Botta rispose sereno e risoluto: «Quello che io porto nelle mani (Gesù Eucarestia) è assai più importante di chi vorrebbe passare!».

 

 

La lettera del Papa. Papa Giovanni XXIII inviò nel 1959, una lettera da Castelgandolfo, all’amico don Giovanni. «Non vi ho mai dimenticato dagli anni del Seminario, e godo di sentirmi a voi così vicino per sincronizzazione di età. Dio voglia che restiamo sempre così vicini anche per il merito delle nostre comuni volontà, nel fare onore al sacerdozio di cui il Signore fece ad ambedue la grazia. Da Semonte e dal Vaticano, credete che innanzi a Dio il è merito eguale, è la buona volontà, la purezza di intenzione che conta», scrisse il Papa, concludendo il saluto accorato con un «aff.mo vostro Joannes. Vedete come ci incontriamo anche nel nome». Copia della lettera è conservata nel Centro Pastorale di Gandino, donata alla Parrocchia dalla nipote di don Giovanni, Maria Botta, nel 1982. In calce allo stemma papale del cartoncino, il Papa scrisse di suo pugno il destinatario, aggiungendo una postilla: «Al caro don Giovanni Botta, parroco di Semonte. Prego di un saluto anche per l’indimenticato e bravo pittore Pietro Servalli».

Un artista e un saluto. L’artista gandinese nel 1948 aveva eseguito a Parigi il ritratto all’allora monsignor Angelo Roncalli. Un secondo ritratto fu eseguito da Servalli nel 1953, dopo la nomina di monsignor Roncalli a Cardinale e, pochi giorni dopo, a Patriarca di Venezia. Il quadro è conservato nella Galleria dei Cardinali, il corridoio al piano terra di Palazzo Frizzoni a Bergamo. Il fratello di Servalli, Paolo, ritrasse invece don Giovanni nel 1966.

Don Botta si recò anche a trovare il collega Pontefice in Vaticano. Prima di accomiatarsi il Papa lo invitò ancora a Roma, dicendo: «Per te la porta sarà sempre aperta!». Don Botta rispose candido e risoluto: «Se, se egnéro amò mé!». Si incontrarono invece in Paradiso.

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