Ci sono squadre in cui si va a giocare e basta. E poi ci sono quelle in cui si torna, anche quando avresti potuto scegliere altro. L’Excelsior Bergamo è la seconda. Lo sa bene Michele Dalfovo, attaccante classe 2001 che in rossoblù ha già vissuto due stagioni, con una parentesi a Ranica nel mezzo. «Sapevo che mi sarei trovato bene – racconta -, non ho avuto mezzo dubbio nel tornare qui».
Il 24enne è il primo candidato al Pallone d’Oro 2026 Seconda e Terza Categoria di PrimaBergamo, l’iniziativa con cui vogliamo accendere i riflettori sul calcio dilettantistico dei nostri Comuni e premiare non solo i migliori in campo, ma chi sa rappresentare con passione e valori lo sport che amiamo. Ogni settimana troverete una nuova storia sul giornale in edicola, con il coupon da ritagliare e consegnare in redazione o nei punti di raccolta che stiamo predisponendo sul territorio. Per candidare un giocatore: redazione@primabergamo.it oppure WhatsApp al 3500282362, indicando nome, club e un recapito.

Bomber, ma non solo
Dalfovo è prima di tutto uno sportivo a tutto tondo. Laureato in Scienze motorie – sta completando anche la magistrale -, allena i pulcini 2015, con l’associazione Educazione.sport organizza attività di multisport dopo scuola con i bambini, gestisce la scuola calcio di Redona e lavora in uno studio di pilates a Brusaporto. E la domenica, quasi sempre, segna in Seconda Categoria.
Il gol più speciale? Quello ai play-off contro l’Oratorio Cologno due stagioni fa. Nonostante il pareggio non sia bastato a superare il turno, quella rete gli è rimasta nel cuore: «Avevo preso una ginocchiata alla schiena la settimana prima, ho giocato sotto antidolorifici perché non potevo perdermi quella partita». Nel secondo tempo, sugli sviluppi di una rimessa laterale, segna in sforbiciata al volo. «Mi sono buttato sulla schiena che mi faceva un male cane, ma quando ho fatto gol non ho sentito più niente fino a fine partita». Adrenalina pura. «Non so se sia stato il più bello di tutta la mia carriera, ma sicuramente il più speciale per come è arrivato, per il momento in cui ero e per come era stata quell’annata».
«Persone vere»
Se Dalfovo è tornato all’Excelsior non è per una questione di categoria o di campo: «Ho scelto questa società perché ci sono persone vere, di un certo spessore: dal dirigente Ottavio Rota al direttore sportivo Guido Spreafico, passando per mister Dario Rimoldini e il suo vice Marco Cefis, fino al dirigente accompagnatore Fabio Cavallotti e tutti gli allenatori del settore giovanile – spiega -. Pretendono tu vada a mille, che fai il massimo. Ma sono anche persone che ti stanno vicine nei momenti difficili». Quest’anno Delfovo ha perso il nonno, la persona più importante della sua vita: «Al campo mi hanno aiutato ad andare avanti. Sono come una seconda famiglia».
Una storia lunga cento anni
La società che fa da sfondo a questa storia non è un club qualunque. Nata nel 1923 nel cuore di Borgo Santa Caterina, l’Excelsior è una delle realtà polisportive più longeve della provincia: calcio, pallavolo, pallacanestro, alpinismo, scacchi. Centinaia di persone, una storia che ha attraversato la guerra e le crisi, senza mai ammainare la bandiera rossoblù. Un’idea sportiva nata quando fare sport era ancora un privilegio e diventata nei decenni qualcosa di radicato nel quartiere.
Il volontariato in Tanzania

Persone speciali dentro e fuori dal campo. Ogni gennaio, da vent’anni, Spreafico e Rota partono per la Tanzania. Destinazione: il Villaggio della Gioia, a Dar es Salaam. Un progetto voluto da Padre Fulgenzio per offrire ai bambini orfani e di strada qualcosa di più di un tetto: famiglie, dignità, futuro. Il villaggio è fatto di case-famiglia, dove i piccoli crescono insieme a una figura adulta che li accoglie. C’è una scuola primaria, la Hope and Joy English Primary School, aperta anche ai bambini del quartiere, ma anche una falegnameria, un forno, un orto.
Quest’anno anche Dalfovo si è unito alla spedizione. «Gli stavo raccontando di un’esperienza di volontariato che avevo fatto in Indonesia, in una scuola per ragazzi disabili e loro mi hanno detto: noi andiamo in Africa, vieni anche tu?». Un’esperienza che lo ha segnato: «Clamorosa, vorrei rifarla ogni anno. Riuscire a ricavarsi due settimane a gennaio è tosta, però ci voglio provare». Ha anche adottato a distanza un bambino del villaggio: «Sarebbe bello tornare spesso e vederlo crescere».