L'intervista

Il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi: «La chiusura ci uccide, la vita è incontro»

Il 6 agosto compirà 75 anni e darà le dimissioni. Tornerà a Gussago, dove sono sepolti i suoi genitori. «Facciamo tanto e raccogliamo poco, questo può generare depressione, ma un’impresa ha senso non per il risultato, bensì per le sue ragioni»

Il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi: «La chiusura ci uccide, la vita è incontro»

Dice di star bene, che il dono della salute lo accompagna, anche se il suo medico gli ha raccomandato di guardare al futuro con un po’ più di leggerezza. Per questo il Vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, ha deciso perdere un po’ di chili in eccesso.

Da bresciano si è sentito a casa qui a Bergamo?

«Ho ricevuto tanti doni in terra bergamasca. Uno è stato anche quello di venire in una Diocesi nella quale mi sentivo a casa».

Bergamo e Brescia si somigliano?

«La cultura del lavoro ci unisce profondamente, anche se le dinamiche sociali sono diverse e dovute alla differente estensione e alla differente popolazione delle due città».

E sul piano ecclesiale?

«Quando sono arrivato, lo stupore è stato profondo. Mentre a Brescia alcuni processi di secolarizzazione erano già molto avviati, qui la barca era solida in merito al numero dei sacerdoti, ai numeri del seminario e alla presenza delle parrocchie. È anche vero che in diciassette anni le cose sono cambiate velocemente anche a Bergamo».

In meglio o in peggio?

«Se guardiamo la partecipazione alla vita della Chiesa, tutti i numeri sono in contrazione. Con qualche eccezione».

Quale?

«Penso al Gruppo Samuele (un’iniziativa diocesana per giovani che si rinnova ogni due anni, ndr), dove la presenza di un’ottantina di ragazzi che intraprendono un cammino impegnativo di riflessione sulla fede rimane costante. È un bel dato, che conferma come i giovani cerchino Dio e che ci sprona a incontrare, ascoltare, capire e anche accompagnare la loro spiritualità come merita. Inoltre, c’è una maggiore consapevolezza delle persone che oggi partecipano alla vita della comunità».

Le parole che sintetizzano il suo episcopato bergamasco?

«Prima di tutto lo stupore che mi accompagna da quando ho intrapreso il pellegrinaggio pastorale, dopo la pandemia, incontrando tutte le parrocchie. La fede dei bambini (un grandissimo dono), la fede dei giovani, che si esprime in maniera diversa, quella degli anziani appesantita dalle prove e dal disincanto, quella degli adulti che scelgono di credere. La meraviglia vale anche per i sacerdoti e per le persone consacrate che svolgono un ministero veramente molto impegnativo, dentro un’aria densa di cinismo, con una forza interiore che mi lascia ammirato».

Un cinismo che vediamo anche dal numero impressionante di abitazioni sfitte in un contesto di “fame di case” da parte di famiglie normali. Come legge il fenomeno, che contrasta con la tanto elogiata generosità dei bergamaschi?

«Io ho vissuto in case popolari. Ma eravamo negli anni ’50, ’60, dove esisteva un “piano casa” che ha dato la possibilità a molte famiglie di poter approdare a un’abitazione. Oggi la politica della casa ha bisogno di un serio rilancio. Per le case sfitte occorre agire sul quadro normativo, il quale, oltre a garantire l’inquilino, deve tutelare anche il proprietario».

La Chiesa di Bergamo, dal punto di vista immobiliare si difende bene. Questo patrimonio è generosamente dato a chi ne ha bisogno?

«Mi sembra di sì. Ho sempre cercato di essere molto attento sotto questo aspetto, adottando politiche non speculative che riguardavano tanto i migranti quanto molti bergamaschi».

Si considera un vescovo che ispira simpatia?

«Non deve chiederlo a me, anche se certamente la domanda mi interroga su un aspetto che oggi è di grandissima rilevanza: l’umanità del prete (…)

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