Non decolla

Smart working, Bergamo resta indietro: il 12,4% lavora da casa

Lo rivela uno studio della Uil Lombardia sui dati Istat del 2024. Solo un dipendente su otto lavora da remoto, mentre Milano sfiora il 30%

Smart working, Bergamo resta indietro: il 12,4% lavora da casa

Il lavoro da remoto continua a faticare anche a Bergamo e in provincia. Tra il 2023 e il 2024 la quota di dipendenti che lavora in smart working è aumentata appena dello 0,2%, passando dal 12,2% al 12,4%. In termini assoluti significa 1.758 lavoratori in più, per un totale di 64.419 persone che svolgono la propria attività da casa almeno per parte del tempo. Di questi, il 7,4% ricorre al lavoro agile solo occasionalmente, mentre il 5% opera da remoto per la maggior parte della settimana.

Il confronto con le altre province lombarde

Come riporta L’Eco di Bergamo la crescita registrata in Bergamasca appare modesta rispetto ad altri territori della Lombardia. A Lecco, ad esempio, il lavoro da remoto è aumentato di due punti percentuali in un solo anno, passando dal 12,4% al 14,5% e coinvolgendo 3.458 lavoratori in più.

Milano si conferma invece il punto di riferimento regionale: gli occupati che utilizzano lo smart working sono 460.281, pari al 29,5% del totale. L’11,6% lavora da remoto con regolarità, mentre il 17,8% lo fa solo alcuni giorni alla settimana.

Lombardia sopra la media nazionale

Questi dati sono emersi dallo studio “Smart working in Lombardia”, realizzato da Uil Lombardia sulla base del Censimento permanente della popolazione dell’Istat.

Nel 2024 quasi 891 mila lavoratori lombardi hanno svolto la propria attività da remoto almeno per una parte del tempo. La quota regionale raggiunge il 19%, quasi cinque punti in più rispetto alla media nazionale, ferma al 14%.

Il Comune di Milano guida la classifica con il 39% degli occupati in smart working, seguito dalla Città metropolitana di Milano (29,5%) e dalla provincia di Monza e Brianza (21,8%). Nelle altre province lombarde la diffusione varia invece tra il 16% e l’8%.

Donne e lavoratori qualificati ricorrono di più allo smart working

Lo studio ha evidenziato anche come, in tutte le principali province analizzate, le donne utilizzino il lavoro da remoto più degli uomini.

Incide inoltre il livello di istruzione: il 29% dei lavoratori con un titolo di studio elevato ricorre allo smart working, contro l’11% di chi possiede un diploma e appena il 3% di chi ha un titolo di studio inferiore.

Le professioni fanno la differenza

Il lavoro agile è particolarmente diffuso tra professioni intellettuali e specialistiche, impiegati amministrativi, tecnici e dirigenti. Al contrario, nelle attività operaie, agricole e nelle professioni non qualificate il ricorso allo smart working resta marginale.

Secondo lo studio, questa differenza dipende soprattutto dalla natura delle attività svolte e dall’organizzazione dei processi produttivi, più che dalla volontà dei lavoratori.

La posizione della Uil Lombardia

Per i segretari confederali della Uil Lombardia, Salvatore Monteduro ed Eleonora Di Prisco, lo smart working non deve essere considerato un semplice benefit individuale.

«Lo smart working non può essere considerato un semplice beneficio individuale, né può essere lasciato alle decisioni unilaterali delle imprese. Deve essere regolato dalla contrattazione collettiva nazionale, territoriale e aziendale. Le aziende, inoltre, non devono scaricare sui lavoratori i costi delle postazioni, delle connessioni e dell’energia, né utilizzare il lavoro da remoto per allungare informalmente gli orari o aumentare i carichi di lavoro».