di Paolo Aresi
«Una forza della natura» lo ha definito Emilio Moreschi, che di Gianni Limonta era amico da oltre mezzo secolo.
«Gianni era una persona di rara generosità, in tutti i sensi, ma non amava esporsi più di tanto, e tanto di lui, del bene che ha fatto, la città non è a conoscenza, ma va bene così. Lui era un grande fotografo, direi un artista, lo testimoniano i tanti libri dei suoi viaggi in giro per il mondo. Io l’ho sempre ammirato per questa grande curiosità, per la volontà di sapere, di conoscere, che lo portava in capo al mondo per riprendere immagini mai banali, per fermare degli istanti della realtà, in modo che diventassero parte della memoria. Lui, negli anni Settanta, aveva fondato il gruppo Camera Nove, di cui anch’io facevo parte, perché anch’io avevo, e ho, una grande passione per la fotografia che, in fondo, è un miracolo: un momento della vita può venire ritratto, fermato, e conservato per sempre. Sì, credo sia un miracolo, la prova che il passato davvero è esistito, che i fatti della vita non ce li siamo semplicemente immaginati. Se ci pensiamo, questo non era possibile fino alla metà dell’Ottocento. Gianni Limonta era ben consapevole di questa meraviglia e all’arte fotografica ha reso onore, come altri fotografi bergamaschi di altissimo livello, come Merisio, come Modonesi, Cristilli, Goglio e diversi altri».
Le parole di Moreschi “fotografano”, appunto, bene Gianni Limonta, che è morto lunedì scorso a 82 anni. La malattia ha fermato la sua vita nell’Hospice di Borgo Palazzo. Gianni aveva un sorriso contagioso, che regalava a tutte le persone che andavano a trovarlo nel suo negozio di piazzetta Santa Lucia, davanti all’edicola. Un posto di passaggio, un punto di riferimento del quartiere dove Limonta era un’istituzione, essendo lì dal 1965.
Aveva attraversato le diverse stagioni della fotografia, fino a quella digitale, fino all’avvento dei telefonini. Non ne era entusiasta, dei telefonini. Ma era ben consapevole che l’arte fotografica andava avanti, che c’era sempre posto per chi voleva rendere immortali degli attimi, dei frangenti della vita. Che fosse un momento di cronaca, di sport, di svago, di sentimento. Diceva: «La fotografia è l’arte dell’istante che fugge, è la sfida al tempo. Bisogna saperlo cogliere l’istante significativo».
Gianni era nato in via San Tomaso, vicino alla ex caserma, dove oggi si trova la Galleria d’arte moderna e contemporanea. Era una via povera, al tempo, e gli edifici erano abitati dagli strati popolari della gente bergamasca. Il papà di Gianni era un dipendente comunale, si occupava della rete idrica della città. (…)