il caso

Rider Glovo, il 30 per cento del lavoro non viene pagato. Nidil Cgil Bergamo: «Lo avevamo denunciato»

La Procura di Milano boccia gli aumenti promessi dall'azienda. «Nel nostro territorio integrazioni una tantum da pochi centesimi»

Rider Glovo, il 30 per cento del lavoro non viene pagato. Nidil Cgil Bergamo: «Lo avevamo denunciato»

«Gli aumenti promessi da Glovo per uscire dal commissariamento non sono reali: con una mano la piattaforma concede ritocchi formali alle tariffe, con l’altra taglia le ore effettive di lavoro tramite l’algoritmo, lasciando non retribuito circa il 30 per cento dell’attività svolta dai ciclofattorini».

A metterlo nero su bianco è la Procura di Milano nel parere contrario – a firma del pm Paolo Storari – all’istanza con cui la multinazionale del food delivery chiedeva la revoca del controllo giudiziario d’urgenza scattato lo scorso febbraio. Nidil Cgil Bergamo conferma: «Lo avevamo denunciato, ora si passi alle assunzioni».

Gli effetti sul territorio bergamasco

I numeri della consulenza tecnica disposta dalla magistratura confermano l’impianto delle denunce sindacali: solo nel mese di giugno, su quasi 1,2 milioni di ore di lavoro prestate da oltre 26 mila rider in Italia, Glovo ne ha cancellate dai conteggi 342 mila (il 28 per cento del totale, circa 13 ore a testa), rendendo di fatto irraggiungibile la paga oraria di 14 euro lordi sbandierata dall’azienda.

Il meccanismo incriminato è il cosiddetto “tempo effettivo calmierato”, un sistema opaco che esclude dal computo retributivo le attese tra una consegna e l’altra, le code nei locali e il traffico. Un quadro che sul territorio bergamasco, dove operano più di un centinaio di rider per la piattaforma, trova riscontri diretti nelle buste paga e nelle fatture già analizzate nelle scorse settimane.

«Quanto formalizzato dalla Procura di Milano non fa che certificare ciò che a Bergamo avevamo già toccato con mano esaminando i primi conguagli – spiega Ayman Bourrai di Nidil Cgil Bergamo -. I lavoratori del nostro territorio si sono visti recapitare integrazioni una tantum da pochi centesimi di euro a fronte di quattro mesi di lavoro, a riprova di come il nuovo algoritmo introdotto il 31 maggio fosse congegnato per neutralizzare ogni incremento economico. I 3 euro a consegna e i 14 euro orari si sono rivelati un tetto massimo mascherato da minimo garantito. Non si tratta di errori tecnici, ma di un impianto contabile studiato per comprimere le paghe ed eludere i parametri del “salario giusto”».

Nel suo parere, il pm Storari ha ribadito che, in base alla normativa vigente (Legge 112/2026), per chi è sottoposto a direzione e controllo scatta la presunzione di lavoro subordinato, sollecitando il tribunale a far cessare l’illegalità applicando contratti coerenti e retribuzioni piene. Da parte sua, l’azienda ha già lasciato intendere di ritenere insostenibile la regolarizzazione su larga scala, agitando lo spettro dell’abbandono del mercato e della perdita del lavoro per decine di migliaia di persone.

«Non accettiamo ricatti occupazionali – ribadisce con fermezza Bourrai -. Un modello di business che si regge esclusivamente sullo sfruttamento, sul taglio artificiale delle ore lavorate e sull’evasione contributiva non è impresa, è illegalità mascherata da innovazione. Se per restare sul mercato un’azienda deve negare il giusto compenso e i diritti basilari sanciti dalla Costituzione e dai contratti nazionali, significa che quel modello economico non è sostenibile né tollerabile. E su questo non siamo disposti a scendere a compromessi».