Cinque anni dopo il terremoto

Ora Haiti rischia la guerra civile

Ora Haiti rischia la guerra civile
15 Gennaio 2015 ore 04:55

Sono passati cinque anni dal terremoto che ha devastato l’isola, provocando la morte di 300 mila persone e un numero incalcolabile di poveri e sfollati, ma Haiti non riesce ancora a rialzarsi. La capitale, Port au Prince è stata quasi completamente rasa al suolo e l’isola si conferma essere uno del Paesi più poveri al mondo. A tutto ciò si aggiunge una grave crisi politica, che peggiora le cose, e il Parlamento è stato sciolto, sia per la scadenza del mandato dei senatori sia per il fallimento dei negoziati sulla nuova legge elettorale.

Le proteste infinite e il rischio di una guerra civile. Da settimane ormai le proteste hanno infiammato le piazze e le strade di Port au Prince e i manifestanti chiedono le dimissioni del presidente Michel Martelly, che oggi governa per decreto, cioè senza l’ausilio del Parlamento. Il suo mandato scadrà naturalmente nel 2016, ma i gruppi di opposizione hanno annunciato che non si daranno per vinti e sono pronti a occupare l’intero Paese e a metterlo in subbuglio finché Martelly non se ne andrà. Una situazione che sta per diventare insostenibile, viste anche le precarie condizioni in cui versa la popolazione, ancora pesantemente segnata dal sisma di cinque anni fa. Un vuoto politico che non fa altro che peggiorare la già grave paralisi in cui versa l’isola. Una situazione che potrebbe sfociare in guerra civile. Ipotesi che i manifestanti, secondo quanto riporta l’autorevole quotidiano The Guardian, stanno prendendo in considerazione.

 

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Micky le Doux, il presidente contestato. Il presidente, con un passato da manager e musicista, che gli è valso il nomignolo di “Micky le Doux” o “Sweet Micky” (in entrambi i casi “Micky il dolce”), si era insediato al potere nel 2011. Alcuni mesi dopo il terremoto annunciò la sua corsa per le presidenziali, dopo che in precedenza aveva sostenuto prima la dittatura militare FAd’H e poi l’organizzazione paramilitare FRAP (Front pour l’Avancement et le Progrès Haitien), uno squadrone della morte che attuò il colpo di Stato nel 1991. Martelly vinse le elezioni del 2011, candidandosi con il partito Reponz Payzan e battendo la candidata del centrodestra. L’impresa di farsi benvolere dalla sua gente non gli è riuscita: le opposizioni lo hanno sempre accusato di corruzione e di godere dell’appoggio degli Stati Uniti per i suoi loschi affari.

Pesa su di lui anche l’accusa di aver bloccato l’avvio di riforme necessarie, prima tra tutte quella sulla legge elettorale nell’isola centroamericana che aspetta le elezioni dal novembre 2011. Periodicamente, in questi quasi quattro anni di presidenza, i suoi detrattori hanno manifestato per chiederne le dimissioni: via via che il tempo passava la protesta si è fatta sempre più vibrante e violenta. A dicembre i militari dell’Onu presenti ad Haiti come forza di peacekeeping pare abbiano sparato contro i manifestanti, tanto che la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ha comunicato che avrebbe indagato sull’accaduto. Le manifestazioni sono sempre state represse violentemente dalla polizia, che ha usato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

 

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La questione delle elezioni. Lo scorso anno la chiesa cattolica dell’isola caraibica, la più grande delle Antille, si era resa protagonista di una mediazione che avrebbe portato alle elezioni legislative. Era anche già stata fissata la data, il 26 ottobre 2014, ma lo stallo dovuto alla nuova legge elettorale, bloccata al Senato, ha reso impossibile lo svolgimento del voto. Parallelamente negli ultimi mesi Martelly non è stato capace di trovare un accordo per organizzare le elezioni per il Parlamento e per la nomina dei Governatori locali. Uno spiraglio sembrava essersi aperto l’11 gennaio, cinque anni dopo il tragico sisma che ha devastato l’isola, quando era stato annunciato che Micky le Doux aveva firmato l’accordo per lo svolgimento delle elezioni nel 2015. Il che faceva prevedere la formazione di un nuovo governo di consenso: «La missione del governo di consenso è principalmente quella di creare le condizioni per favorire lo svolgimento di elezioni libere, trasparenti e senza esclusioni» affermava una nota pervenuta all’agenzia Fides da fonti locali. Ma il partito di opposizione di sinistra Fanmi Lavalas, che è stato in prima linea nelle proteste anti governative, non ha voluto partecipare a questa trattativa e tutto si è risolto in un nulla di fatto.

Incubo dittatura (di nuovo). Se il paese non riuscisse a trovare effettivamente un accordo sulla legge elettorale, lasciando tutto il potere nella mani del presidente, secondo alcuni analisti internazionali potrebbero tornare a farsi vivi gli spettri della dittatura. La presidenza Martelly è caratterizzata da due opposte considerazioni: chi lo appoggia sostiene sia stato chiamato alla missione impossibile di ricostruire il Paese dopo il sisma, ma chi lo avversa sostiene abbia modi arroganti, irrispettosi del popolo e dei suoi diritti, sia profondamente autoritario e abbia attuato solo cambiamenti di facciata. Inoltre l’opposizione accusa Martelly di voler sfruttare l’occasione per governare il paese per decreto, commettendo un abuso di potere. Sta di fatto che quella di questi giorni è la peggiore crisi politica dal 2004. Negli ultimi 100 anni Haiti ha subito tre dittature e due invasioni statunitensi.

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