Analisi di una squadra ancora priva d’identità

Analisi di una squadra ancora priva d’identità
15 Dicembre 2014 ore 09:46

Senza identità, vivi alla giornata. Se capita la giornata sbagliata e perdi, l’autostima crolla e la paura schizza in alto. Quando tutte queste componenti negative si incastrano, sono guai. L’Atalanta vista all’opera contro la Lazio allo stadio Olimpico ha dato (purtroppo) risposte e segnali importantissimi, sul medio lungo periodo la preoccupazione di non farcela non dovrebbe fare troppi danni vista la pochezza di alcune avversarie ma un ragionamento è doveroso. E tutti gli indizi portano alla stessa conclusione: questa squadra non ha un’identità. Ha valori singoli, probabilmente molto migliori in diversi reparti ma non regala mai la sensazione di avere in pugno per 90 minuti la situazione. Per vincere.

Partiamo dall’unica certezza che fino al minuto 47 della gara di sabato sera sembrava granitica. In difesa i nerazzurri tengono, ogni gara finora disputata ha visto la Dea organizzarsi molto bene contro gli attacchi avversari. Certo, non si può sempre pensare di non prendere gol ma anche in passato abbiamo disquisito sui numeri e sulla tenuta del pacchetto arretrato. Tanti grazie vanno a Sportiello (senza di lui, dove saremmo?) e ai difensori centrali: a 2 o a 3, Benalouane, Stendardo, Cherubin e Biava in più occasioni si sono dimostrati all’altezza della situazione. Più o meno, in ogni gara.

Però per salvarti qualche partita devi vincerla e 3 gare chiuse con il bottino pieno su 15 sono troppo poche per poter vivacchiare ogni tanto sugli 0-0. Intendiamoci, se contro Palermo e Chievo in casa da qui a fine girone di andata arrivassero 2 vittorie, la classifica si assesterebbe quanto meno a quota 20 e saremmo in piena media salvezza. Ma se non accadesse? E, soprattutto, potrebbe davvero non accadere?

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C’è un dato, incredibile, che deve far riflettere al di là del risultato. Ed è nelle risposte a queste tre semplici domande. 1) Con che modulo gioca l’Atalanta? 2) Quali sono i leader della squadra in campo? 3) Da chi è composta la spina dorsale? Tre quesiti che stanno alla base di ogni squadra che veleggia sicura nel mare della serie A, tre risposte che in salsa nerazzurra non trovano oggi nessuna certezza univoca.

Partiamo dal modulo. Nelle 15 partite di campionato disputate, l’Atalanta non ha praticamente mai dato continuità allo stesso sistema di gioco. I moduli che si sono visti sono: 4-4-1-1, 4-4-2, 4-5-1, 4-3-3, 3-5-2 e 4-3-1-2. Qualcuno per una partita sola (il 3-5-2 a Torino con i granata o il 4-3-1-2 contro la Lazio), altri addirittura all’interno degli stessi 90 minuti di gioco come successo a Milano, a Genova,  in casa con il Parma, in casa con il Napoli, in casa con il Cesena. Tanti moduli, risultati apprezzabili solo in fase di contenimento.

Se per tutto il ritiro Stefano Colantuono ha provato il 4-4-2, con nuove soluzioni come i cambi di campo e le sovrapposizioni di due terzini finalmente di grande gamba come Zappacosta e Dramè, perché abbandonare tutto? Gli infortuni di Estigarribia e Raimondi sono gravi, ma D’Alessandro, Molina e Spinazzola oltre a Gomez o eventualmente Maxi a sinistra non sono alternative all’altezza? Andrebbero provate  con continuità, invece giocano mezza gara e poi escono. Così diventa difficile. E ancora: il 4-3-3 (spesso trasformato in 4-5-1) garantisce spazio a Baselli o Migliaccio in base alle esigenze, ma paga dal punto di vista della propulsione? Non abbiamo mai visto la Dea giocare come il Genoa. Lì c’è Gasperini che gioca sempre con il tridente.

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I moduli di gioco sono importanti in un contesto di organizzazione, la storia recente ci ha insegnato che quando la Dea è scesa in campo con il 4-4-1-1 ha fatto le sue fortune. Cambiare ogni settimana, senza avere il tempo di insegnare e provare i movimenti giusti, diventa un boomerang pericolosissimo. Poi succede che a Denis viene messo vicino Bianchi per dare più peso in attacco ma durante il primo tempo di Lazio – Atalanta il Tanque gioca praticamente da terzino aggiunto sulla fascia sinistra. Qualcosa non quadra e non può essere una scelta del numero 19 argentino giocare in quel modo.

Passiamo ai leader. E qui le note sono dolenti. Perché se in difesa non si evidenziano particolari problemi grazie ai centrali già citati, è dal centrocampo in avanti che i conti non tornano. Cigarini, Carmona e Denis non trascinano la squadra: perché? Possibile che si siano imbrocchiti in un colpo solo? Questione di motivazioni? O che altro ancora? La verità è che spesso Carmona non è il furetto che avevamo ammirato l’anno scorso, Cigarini disegna calcio con troppa discontinuità pur giocando molti palloni e Denis ha fatto solo 1 gol. E avrà tirato in porta una decina di volte in 15 partite. Lui, che ha fatto 44 gol in 3 campionati.

L’unico giocatore che dimostra sempre di metterci l’anima è Maxi, nonostante ad inizio stagione per alcune gare è stato pure in panchina a guardare. Il più piccolo del gruppo è quello che in campo si svuota di energie. In attesa del Papu Gomez, che non ha ancora fatto vedere di valere Bonaventura ma che certamente senza continuità in campo non lo potrà dimostrare, è questa la sensazione più pericolosa: i leader accelerano solo quando siamo sul baratro (come contro il Cesena, come a Genova nel secondo tempo, come in casa con il Parma, come nel secondo tempo contro il Napoli dopo una prima frazione da incubo) ma troppo spesso restano a guardare. Perché?

Chiudiamo con la spina dorsale. Se provate a mettere in fila giocatori chiave sulla verticale di Sportiello, il problema è lampante. Ricordo parole del presidente di un paio di stagioni or sono dove indicava Consigli, Stendardo, Cigarini e Denis come colonna vertebrale. Cambiate Sportiello con Consigli e ci siamo, e poi? Stendardo è titolare da poco dopo mesi passati in panchina, di Cigarini e Denis abbiamo detto e anche le scelte alternative non possono dare garanzie. Perché cambiano sempre. In ogni ruolo, portiere a parte, c’è stata rotazione: non totale ma sicuramente molto più spinta dell’anno passato.

È vero che le alternative sono più importanti però non si può sempre cambiare alla ricerca dell’alchimia giusta. Serve continuità per dare il massimo, nell’Atalanta di oggi invece si vive un tempo da urlo come contro la Roma e poi il nulla ad Empoli. Un tempo ottimo con il Cesena e poi uno di tracollo contro la Lazio. Ed il risultato è la mancanza di identità che preoccupa più dello spettacolo o dei punti in classifica.

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