Umberto: Vin Santo e Atalanta da 19 anni nella Silicon Valley

Umberto: Vin Santo e Atalanta da 19 anni nella Silicon Valley
06 Maggio 2015 ore 09:53

Il messaggio arriva forte e chiaro, la passione attraversa due continenti (America ed Europa) e l’oceano Atlantico, ma si accarezza anche da qui. San Jose si trova in California, a 9600 chilometri di distanza da Bergamo. È la capitale della Silicon Valley e in questo lembo d’America a pochi passi da Cupertino (la culla della Apple) vive un bergamasco che tifa Atalanta. «Penso che ormai per la salvezza sia quasi fatta. Nelle ultime giornate abbiamo ottenuto risultati importanti e la classifica è buona. Ora chiudiamo definitivamente i conti con le quattro gare che ci mancano, poi quest’estate la società saprà quello che deve fare. Lascio fare ai nostri dirigenti ma una cosa voglio dirla: puntiamo sui giovani italiani».

Il sogno americano. È la voce di Umberto, «bergamasco e atalantino dalla nascita», ma con una storia tutta sua. «Sono venuto in California quasi per gioco il 21 marzo del 1996, ero un giovane cuoco con tanta voglia di lavorare ma pochi soldi in tasca. Parlavo italiano e francese, non avevo mai viaggiato da solo in aereo per una tratta così lunga e sono atterrato a Los Angeles senza conoscere nemmeno una parola di inglese. Ho tentato l’avventura americana grazie ad un’offerta di lavoro da parte di un amico. Il primo impatto fu un incubo». Tante belle speranze, la passione per la cucina ed ecco il viaggio da sogno per questo ragazzone orobico dal sorriso coinvolgente. I primi momenti in terra americana, tuttavia, sono stati molto pesanti. «Ero a Los Angeles in aeroporto, attendevo chi mi doveva venire a prendere: ma per tre lunghissime ore sono rimasto ad aspettare invano. Mi sono detto: che faccio? Prendo il primo aereo e torno a casa con la coda tra le gambe? Mai, sono bergamasco e fiero! Per fortuna l’attesa è finita, la persona che doveva venire a prendermi finalmente si fa vedere e si scusa: si era rotta l’automobile, a quel tempo non si avevano cellulari… ben arrivato in America!».

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Bergamasco e francese servivano a poco. «Devo ammettere che all’inizio è stato molto difficile, in California si parlano inglese e spagnolo e io non sapevo nessuna delle due lingue. Con il tempo ho imparato, e 19 anni dopo posso dire di aver avuto abbastanza successo come cuoco e sono diventato chef. Mi sono spostato in quattro diverse città, da Orange Country a San Diego, poi a Santa Cruz e adesso sono a San Jose». Insomma, una storia di passione per la cucina che si è presto trasformata in una bella avventura californiana. «Dopo un matrimonio con una ragazza bergamasca e due bellissimi figli, Eric ed Elisa, nel 2007 ho aperto con la mia nuova moglie americana Sharlene il ristorante “Vin Santo”. Il mio sogno si è realizzato qui, proprio nella città di San Jose».

Papà Cesare e l’Atalanta. Ma perché l’Atalanta è ancora nel suo cuore? «Sono atalantino quasi dalla nascita, mio padre Cesare era interista ma io sono stato milanista fino all’età di 7-8 anni. Un giorno papà mi portò allo stadio Comunale a vedere la Dea e da quel momento è nato un amore totale. Per 5 anni ci siamo abbonati insieme, pian piano ho iniziato ad andare da solo con amici sia in casa che in trasferta e devo dire che i bei ricordi sono tantissimi. Ogni volta che ripenso a quel passato provo emozioni forti». Ma dal 1996 ad oggi, come ha vissuto Umberto l’Atalanta dalla lontana California? «Non è stato sempre facile. Per i primi 7-8 anni non c’erano alternative di nessun tipo. Il calcio in America si seguiva pochissimo e la rete internet non era ancora così sviluppata. Fortunatamente il mondo è andato avanti, oggi ci sono tante possibilità di seguire il calcio italiano e la domenica mattina io e mio figlio Eric abbiamo un appuntamento fisso davanti alla televisione: siamo entrambi atalantini, condividiamo l’amore per la maglia e seguiamo ogni gara in diretta».

Donadoni, Stromberg e la rabbia milanista. Dunque, il calcio giocato in salsa nerazzurra di Umberto è legato agli anni Ottanta e Novanta. Quali sono i giocatori che ha più amato? «Faccio due nomi, ce ne sarebbero tanti ma questi sono gli uomini che hanno segnato la mia giovinezza. Il primo è quello di Roberto Donadoni, bergamasco e giocatore di grande spessore ma prima di tutto grande uomo. Il secondo è un altro grande uomo, un capitano che ha indossato con orgoglio e grandissimo onore la fascia al braccio e nella squadra dei miei sogni ha un posto in prima fila. Parlo del mitico Glenn Peter Stromberg».

 

 

E i momenti più duri? La storia della Dea, lo sappiamo tutti, è fatta di grandi gioie ma anche di cocenti delusioni. Umberto non ha nessuna difficoltà a identificare un paio di momenti difficili che ha vissuto. «Beh, la retrocessione in Serie C negli anni Ottanta mi fece parecchio arrabbiare. Se riduciamo il discorso ad una partita sola dico senza ombra di dubbio quella semifinale di Coppa Italia giocata contro il Milan: uscire in quel modo, con un rigore assegnato per una palla buttata al centro con il Milan che non accetta di rinunciare al favore arbitrale è qualcosa di veramente brutto».

 

 

Lo stadio e il football. La carrellata di ricordi che ripercorriamo insieme allo chef bergamasco Umberto passa dal racconto delle sue prime e ultime gare viste allo stadio e alla passione sbocciata per il football americano. «Le prime partite che ho visto allo stadio con papà Cesare risalgono al campionato 1984/1985, la Dea era appena tornata in serie A. Pensando all’ultima, direi che siamo nella seconda metà degli anni Novanta, non ricordo precisamente la stagione ma si giocava contro l’Inter al Comunale di Bergamo. Lo stadio mi è sempre piaciuto, oggi sono anche affezionato al Football Americano e appena posso seguo le partite live: nella fotografia che ho inviato sono al Levi’s Stadium, il nuovo impianto dei San Diego Chargers».

In squadra col Bocia. Calcio e Football americano tra le passioni di oggi, lo spogliatoio condiviso con il Bocia nel suo passato. «C’è un aneddoto curioso – conclude Umberto dalla Silicon Valley -. Da ragazzo, quando giocavo a pallone a Bergamo, ero nella stessa squadra del “Bocia” Claudio Galimberti: condividevamo la maglia della Fiorente Colognola. Per come lo ricordo io, Claudio era un bravo ragazzo innamoratissimo dell’Atalanta fin da piccolo. Ho letto delle ultime vicende che lo hanno coinvolto ma non conosco i fatti fino in fondo per farmi un’idea precisa e dare un’opinione. Sono sempre stato contro la violenza, non sopporto chi va allo stadio per fare violenza, ma sono anche consapevole che dentro uno stadio possono anche esserci quelli che non vanno per vedere la partita ma per fare casino».

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