La paura di farsi ancora male che blocca le gambe di Zapata

La paura di farsi ancora male che blocca le gambe di Zapata
05 Dicembre 2019 ore 08:56

È il tema del momento, se ne stanno preoccupando in tanti che cercano di capire cosa c’è dietro, eppure la situazione è semplice e chiara. Le domande sono queste: che cosa succede a Duvan Zapata? Perché non torna in gruppo? Come mai non si mette in calendario il suo ritorno sul campo di gioco in partite ufficiali? Tra i tifosi sorgono dubbi legittimi, ma le risposte che continuano ad arrivare vanno tutte nella stessa direzione: dipende solo da lui.

 

 

Tour de force senza il marcatore principe. L’Atalanta inizia sabato con il Verona un importante tour de force: prima di Natale i bergamaschi giocheranno anche contro Bologna e Milan in campionato, mentre l’ultimo turno di Champions League sarà uno scontro diretto che vale l’accesso agli ottavi: con un successo a Kharkiv contro lo Shakhtar Donetsk sarà nuovamente Europa. Champions, se la Dinamo non batte il City, altrimenti Europa League. Molto probabilmente, per quasi tutte queste partite il gruppo sarà orfano del centravanti colombiano. Il numero 91 della Dea è fuori dal 12 ottobre, con la Colombia ad Alicante si è procurato una lesione muscolare di primo grado all’adduttore e il recupero, che doveva essere di circa trenta giorni, sta diventando un’assenza molto più lunga che sabato toccherà quota cinquanta giorni. Come mai? Lesioni come quella che ha subito Zapata non sono normalmente preoccupanti, nella zona interessata si forma una cicatrice che con il tempo si assorbe e si modella pur senza sparire mai del tutto. Il giocatore viene seguito passo per passo con una serie di ecografie ed esami di controllo che permettono di dichiarare la guarigione. Ma attenzione: essere guariti non significa poter andare subito in campo, bensì ricominciare ad allenarsi aumentando pian piano i carichi di lavoro.

 

 

È guarito secondo tre medici diversi. Zapata è stato monitorato durante tutto l’ultimo periodo. Lo staff medico dell’Atalanta è di alto livello ma siccome il giocatore, prima della gara con la Juve, ha palesato dubbi sulla sua guarigione, per dei fastidi che ancora sentiva, gli è stato concesso di andare a Siviglia dal dottor Pedrosa, un fisioterapista di cui si fida ciecamente. Negli ultimi giorni è stato chiesto un parere anche al professor Cugat di Barcellona (ortopedico di livello mondiale che è anche consulente per la federazione colombiana) e a una collaboratrice del dottor Mariani di Villa Stuart a Roma. Tutti i controlli cui è stato sottoposto l’attaccante hanno dato lo stesso responso: il problema muscolare che lo affliggeva è risolto, il giocatore va considerato clinicamente guarito. Allora, perché Zapata non torna a lavorare in gruppo? Il centravanti starà ancora per qualche giorno a Siviglia, ma probabilmente vive un momento di insicurezza e di timore che il trauma subito non sia ancora risolto. A questo punto è solo questione di tempo. Il rientro a quanto pare non sarà una cosa immediata, serviranno almeno 10-15 giorni di allenamenti (e si va verso la fine del 2019), ma la strada sembra ormai tracciata.

 

 

L’intervista di Arana e la fretta cattiva consigliera. Un altro calciatore della rosa sta vivendo un periodo difficile. Hanno infatti fatto rumore le dichiarazioni dell’esterno Arana al quotidiano spagnolo Estadio deportivo. Il laterale mancino del Siviglia, arrivato in prestito all’Atalanta, ha detto che da Gasperini e dalla società non gli viene data la possibilità di giocare e che non ha alcuna intenzione di fare un anno in panchina. In sostanza ha fatto capire che a gennaio una soluzione andrà trovata. Sulle sue tracce, nelle scorse settimane, sembrava esserci il Cska di Mosca. Un’uscita del genere da un giocatore che ha finora totalizzato appena 75 minuti ufficiali ha le sue giustificazioni, ci sta che un ragazzo voglia giocare. Dicendo quelle frasi, però, Arana ha dimostrato di non aver capito fino in fondo cosa è l’Atalanta di Gasperini. Prima di lui, nella stessa situazione di “apprendistato” sono passati Gosens, Castagne e Hateboer: per giocare con la Dea serve tempo ed è difficile ribaltare le gerarchie. Di sicuro, per farlo, tocca dare qualcosa di speciale in campo e non sui giornali: la sensazione è che molto presto le strade dell’esterno brasiliano e della Dea potranno separarsi.

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