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Bollini, il braccio destro di Reja «Non ero calciatore, però...»

Bollini, il braccio destro di Reja «Non ero calciatore, però...»
Atalanta 18 Luglio 2015 ore 09:49

Alberto Bollini, nuovo componente dello staff di Edy Reja, è uno dei classici esempi di come lavoro e abnegazione possano permettere anche a chi non è stato un grande calciatore di arrivare in Serie A per lavorare in panchina. Nel calcio di oggi, fatto di mister e di staff tecnici con ex-professionisti del pallone cui viene subito affidata una prima squadra, il neo vice allenatore mantovano dell’Atalanta è una mosca bianca. All'appuntamento con noi presso il ritiro di Rovetta si presenta in bicicletta, scendendo dall'hotel: la vocazione sportiva è evidente, parlando con lui di calcio emergono un attaccamento molto forte a questo sport, un passato ricco di esperienze e una gavetta infinita in cui ha scalato gradino dopo gradino le tappe fino alla massima serie.

 

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Uno sportivo doc. «Innanzitutto, sono uno sportivo a 360 gradi – racconta Alberto Bollini a Bergamopost -. Ho avuto la fortuna di fare della mia passione, la mia professione. Ho praticato molte discipline sportive in passato: il calcio ma anche l’atletica leggera, in cui ho ottenuto risultati discreti. Sono riuscito a portare avanti questa mia passione frequentando l’Isef a Verona, l’Università dello sport». La scuola ma anche il lavoro sul campo, sempre con il calcio di mezzo. «Già al primo anno, per una serie di circostanze, mi son ritrovato ad allenare i primi calci al mio paese (Poggio Rusco, nel mantovano) e contemporaneamente ero il preparatore atletico della Prima Squadra. Sono stato tre anni, sempre con la stessa doppia mansione e successivamente mi sono spostato in provincia di Modena dove l’incarico è diventato triplo: esordienti, giovanissimi e prima squadra». E così sono arrivati pure i primi successi: «Al secondo anno, ne avevo 23, ho vinto il campionato di Terza Categoria con la Massese e nonostante sia l’ultima categoria d’Italia io ne vado molto fiero. Perché uno spogliatoio è uno spogliatoio, la gestione del gruppo è quella cosa che ti fa tirare fuori i valori dello sport e della vita. Le sinergie con i collaboratori e il terreno di gioco sono gli stessi per tutte le categorie: cambiano poi le abilità, i mezzi e le strutture».

Più mansioni in contemporanea. Dalla terza categoria all’élite dei dilettanti il salto è stato importante. «Dopo la bella esperienza alla Massese sono andato al Crevalcore, per quattro anni ho partecipato alla scalata dalla Serie D al professionismo. Anche lì ho lavorato con i giovani: sono un amante delle categorie dei ragazzi, vincemmo il titolo giovanissimi. In prima squadra facevo sia il vice che il preparatore atletico, un doppio grande impegno. Come se non bastasse, in quel periodo venni chiamato dal Comitato Regionale dell’Emilia Romagna per selezionare la Rappresentativa dei giocatori più forti». Pure quell'esperienza, per Bollini, non fu anonima: «È stata una grande palestra tecnica, un lavoro di responsabilità ma anche di onestà intellettuale perché non era semplice scovare i 25 migliori senza tutti i mezzi che abbiamo oggi. Il giovedì, da Parma a Rimini, vedevo partite e sceglievo tra 350 ragazzi, nel giro di 2-3 mesi ho formato il gruppo. Nel 1994 abbiamo vino uno scudetto prestigioso, per altri due anni sono statioin contatto e ho allenato i ragazzi».

 

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La prima volta con i grandi. Era il 1997, Alberto Bollini a 31 anni conobbe per la prima volta una prima squadra in Serie C1. «Da Crevalcore sono passato a Modena, in Primavera. Un ambiente molto professionale, molto più vicino ai massimi livelli. Lì mi sono ritrovato a sostituire Piero Frosio sulla panchina della prima squadra, a 14 partite dalla fine della stagione. Ero molto più giovane di tanti giocatori, sono stato buttato in una giungla calcistica con un ambiente definito: c’erano i play-out da evitare dopo che si era partiti per vincere. Spavalderia, un po’ di sana incoscienza e rapporti umani molto forti con i più esperti che mi hanno aiutato: ci siamo salvati».

La Lazio di Cragnotti. «Nel 1999 - racconta il mister - sono approdato alla Lazio chiamato da Velasco e ingaggiato da un guru del settore giovanile, Sergio Vatta. Dopo tre incontri ho avuto l’affidamento della Primavera. Era la prima era Cragnotti, un parco giocatori internazionale. A Roma la qualità tecnica è molto elevata: il lavoro che ho puntato a fare era sui rapporti personali, sulla disciplina del gruppo che poi si traduceva in quella tattica sul campo».

I primi mesi a Roma. La grande città, una grande società ed un impegno difficile. «Il primo anno fu complicato, molto duro. Però dopo 2 mesi inanellammo 26 risultati utili consecutivi. Andammo alle finali ma il grande risultato arrivò l’anno successivo, quando riuscimmo a vincere lo scudetto con una formazione composta interamente da romani dopo tantissimi anni, era il 2001. La soddisfazione fu enorme e mi piace ricordare come qualche scettico si è reso conto che anche chi non è stato un grande calciatore può raggiungere grandi risultati. Io ho sempre fatto contratti annuali alla Lazio, per me non è mai stato un problema il curriculum perché i risultati del campo furono il più grande biglietto da visita: addirittura, nel 2002, chiudemmo la stagione regolare da imbattuti».

 

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Igea Virtus e Valenzana. Dopo tanti anni con i ragazzi (ben 19), Alberto Bollini tentò poi l’avventura con due prime squadre. «Scesi in Sicilia a Barcellona Pozzo di Gotto con l’Igea Virtus e l’anno successivo (2004) andai alla Valenzana per due annate molto formative. Purtroppo, nella seconda esperienza, per un campionato quasi intero sono stato tra il secondo e il quarto posto ma a cinque giornate della fine sono stato esonerato dopo una sconfitta interna con il Sassuolo: era la prima partita persa in casa. Sportivamente, è stato un momento difficile».

Ancora in Primavera con Marotta e Paratici. Tra il 2006 e il 2014, Bollini si trovò sulle panchine di Lazio, Sampdoria e Fiorentina Primavera. «Il mio ritorno ai giovani – racconta - coincise con la parentesi alla Sampdoria. Lavoravo con Marotta e Paratici e nonostante una realtà che da anni non aveva grandissime tradizioni arrivammo alle finali. Nei quarti di finale perdemmo in casa con la Lazio per 3-0 dopo 20 minuti da incubo. Al ritorno mi inventai cose particolari, tanto che a Formello ribaltammo la situazione nei tempi regolamentari chiudendo 4-0 nei supplementari grazie al gol di Marilungo. Quella fu veramente una grande soddisfazione. Nei quarti  battemmo la Juve di Marchisio e Giovinco, e arrivati in finale lo Scudetto sfumò contro l’Inter: segnò Balotelli al 91esimo».

 

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Firenze e di nuovo Lazio. Da Genova a Roma, passando per Firenze. «Lì lavorai sia in Primavera che nel settore scouting, poi ci fu il ritorno alla Lazio, cosa che nemmeno mi aspettavo. Il settore giovanile era da sistemare, abbiamo lavorato molto e in quattro anni abbiamo giocato due finali scudetto (una persa con l’Inter e una vinta con la Dea) prima della chiamata di Reja in prima squadra. Quando subentrò a Petkovic, mi chiese di fare il secondo in Serie A: non potevo dire di no. Dopo la Lazio, lui decise di non continuare e io rimasi praticamente a piedi: finii per lavorare nel settore giovanile ma la mia vocazione era il campo».

La sua storia con l’Atalanta. Oggi Alberto Bollini è nello staff atalantino che si prepara per la Serie A. Una storia, la sua, che per almeno due volte è stata scritta con la Dea sullo sfondo. «La mia strada e quella dell’Atalanta si sono incrociate in due finali del passato. Nel 2003 contro l'Atalanta giocammo la finale di Coppa Italia, ma uscimmo sconfitti dal campo (2-2 a Formello e poi 2-1 per la Dea a Bergamo con gol decisivo di Canini). In quella squadra nerazzurra c’erano Padoin, Montolivo, Pazzini, Bianchi e molti altri. Nel 2013, invece, a Gubbio, il 3-0 per la Lazio strappò il titolo nazionale alla Dea al termine di una partita che conducemmo con grande piglio». A volerlo qui, ovviamente, Reja, «con cui sono rimasto sempre in contatto. A febbraio sono andato a Lecce e ho ripreso a lavorare sul campo. Chiaramente, dopo 12 anni di Primavera e qualche prima squadra mi sentivo pronto per essere primo allenatore».

La nuova vita da secondo. Nonostante l'esperienza da vendere e le legittime aspettative di allenare, Alberto Bollini ha deciso di sposare la causa atalantina: «Con Reja c’è grandissima sintonia e fiducia, qui c’è uno staff molto importante composto da tante professionalità e ho deciso di accettare un ruolo nel gruppo di lavoro di Edy, anche per come la società ha dimostrato il suo interesse nei miei confronti in una categoria di primissimo livello».

 

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Felice di essere a Bergamo. «Sono felice di essere all’Atalanta – conclude il tecnico mantovano –: ho visto la passione e la grande emotività di un popolo che organizza una festa unica al mondo. Ci sono tante manifestazioni aggreganti in giro per l’Europa ma non ho mai visto una cosa del genere: sul palco della Festa della Dea ho voluto quasi scusarmi per la sconfitta del 2013 dicendo che il mio obiettivo è restituire qualcosa di stupendo a questa gente. Mi ha impressionato vedere tante persone di età così diverse, ho visto una grandissima sensibilità da parte dei tanto chiacchierati ultras. Le esagerazioni non vanno bene, ma la Festa della Dea andrebbe presa come esempio di una passione sincera».

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