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Francesco, romano di Roma pazzo per la Dea da 40 anni

Francesco, romano di Roma pazzo per la Dea da 40 anni
Atalanta 14 Gennaio 2015 ore 19:20

«Sono atalantino da circa 40 anni, già in terza media mi facevo accompagnare a Bergamo in treno una volta l’anno a vedere una partita da mio nonno. Ai tempi del liceo venivo da solo con viaggio notturno al sabato, gara al Comunale e ritorno, compreso l’anno della serie C: ero presente sugli spalti per Atalanta – Sant’ Angelo Lodigiano e Atalanta – Mantova, nel giorno della festa».

Raccontata così, la storia di Francesco, sembra una come tante. Però ci sono un paio di dettagli che la rendono quantomeno incredibile. Già, perché Francesco è romano di Roma e la sua passione è qualcosa di travolgente. Nasce quasi per caso grazie alla bellezza della nostra città. Immaginare questo ragazzo, che oggi ha 50 anni e praticamente fin da bambino è innamorato della Dea, non può non strappare un sorriso.

Ma come può nascere, a cavallo degli anni ’70, un sentimento del genere? «Me lo chiedono tutti da decenni ma non ho una risposta precisa perché ero molto piccolo quando mi sono innamorato dell’Atalanta. Ho visitato Bergamo da bambino, la città mi è subito sembrata di una bellezza più unica che rara ,e a 13 anni, ho convinto mio nonno Alceste a portarmi a vedere una partita al Comunale. Da allora sono diventato proprio un "fissato" di Atalanta più che un semplice tifoso».

Provate a pensarci: un romano di Roma che descrive Bergamo «di una bellezza più unica che rara». Fantastico. Di solito quando ci sono situazioni di questo tipo, è facile trovare tra gli affetti e tra le amicizie qualcuno che abbia diffuso il verbo atalantino. Nel caso di Francesco, invece, è successo esattamente il contrario.

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«Non ho parenti, mogli o ex-fidanzate ‘made in Bergamo’: il mio legame con la città e la sua gente (che adoro) è puramente calcistico. La cosa più bella che mi ha regalato la mia fede atalantina sono state le amicizie. Da Antonio Gavazzeni a Stefano Corsi, dai tifosi neroblù romani a Mario ed Esa Spagnolo. A loro è legato un episodio davvero curioso: li ho conosciuti per caso durante un Ternana – Atalanta e sono diventati un pezzo importante della vita mia e di mia moglie. Erano presenti al mio matrimonio, con tanto di articolo sul L’Eco di Bergamo ed Esa è anche la madrina di battesimo di nostro figlio Gabriele».

I primi viaggi con nonno Alceste, il treno di notte ai tempi del liceo e tante emozioni che intrecciano la passione per l’Atalanta e gli affetti famigliari.

Ma il momento più bello e quello più brutto della quarantennale storia atalantina di Francesco quali sono stati? «Il più bello, forse, risale alla festa promozione in serie A dell’ Atalanta di Sonetti. Era il 27 maggio 1984, si giocava Atalanta – Varese e il 3-1 finale significò matematica certezza della promozione. Ero allo stadio quel giorno, in curva nord, tantissima gente, tifo alle stelle, tanti gol, indimenticabile: tornavamo in paradiso dopo l’inferno della C».

 

 

«Il periodo più brutto risale proprio alla retrocessione in serie C. Parliamo della stagione 1980/1981, a quel tempo non c’era internet e provate ad immaginare la mia situazione: dovevo aspettare metà pomeriggio della domenica quando alla radio davano solo i risultati. E il giorno dopo per leggere un piccolo articolo sulla Gazzetta. Risolsi abbonandomi al L’Eco di Bergamo del lunedì, in questo modo ero aggiornato su tutto».

Dopo un bel tuffo nel passato, il viaggio atalantino con Francesco torna ai giorni nostri e ad una squadra che fatica terribilmente a stare in una zona di classifica tranquilla. «Sono un tifoso pragmatico e in estate non ho fatto voli pindarici, però francamente mi aspettavo di più e di meglio sia come gioco che come risultati. La salvezza è comunque ampiamente alla nostra portata e la società mi pare si stia muovendo bene per rinforzare la squadra. In panchina c’è un romano come me, Stefano Colantuono. Dopo tanti anni che è con noi, credo tutti conosciamo i pregi ed i difetti del nostro mister: i risultati li ha sempre portati a casa ed auguriamoci sia così anche quest’anno».

La salvezza della Dea passa anche dal supporto del Comunale, come si seguono da fuori città le vicende che stanno interessando la tifoseria nerazzurra?

«Sono sincero, mi sono innamorato della Dea anche per i suoi fantastici tifosi e soffro nel vedere lo stadio mezzo vuoto e sentire certi fischi. Non voglio fare assolutamente nessuna polemica, ma cerchiamo di tornare uniti e compatti attorno alla squadra: in questo momento ce n’è davvero bisogno. Certo, vedendo le recentissime decisioni degli organi competenti sulle tifoserie di Roma e Lazio, dopo il derby mi viene da ricordare George Orwell: tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri».

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Il presente racconta di una squadra che deve strappare la salvezza con le unghie e con i denti ma Francesco, una ventina di partite seguite allo stadio tra Bergamo e il resto d’Italia, non nasconde uno di quei sogni che un pò tutti i tifosi bergamaschi portano nel cuore. Si chiama Europa: «So bene che il calcio è molto cambiato da allora –chiude Francesco - ma io le nostre partite di coppa, specie quelle che ci portarono ad un passo dalla finale con l´Ajax, me le ricordo come fosse ieri. Non so se è chiedere troppo, ma rivivere certe sensazioni e respirare nuovamente ‘aria europea’ sarebbe fantastico». A Roma o in Città Alta, certe sensazioni mettono i brividi solo ad immaginarle.