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Le trasferte solitarie di Guido Un cuore atalantino da Carpi

Le trasferte solitarie di Guido Un cuore atalantino da Carpi
Atalanta 21 Maggio 2015 ore 10:00

Un papà con suo figlio, la stazione e un treno che parte per Bergamo. Gli attori in scena di una storia d'amore che solo chi vive la sua passione in modo rotondo può capire. Tanti anni dopo, a tanti chilometri di distanza. «Guido, io vedo che i tuoi amici vanno in discoteca, a ballare, a divertirsi con le ragazze. E tu? Non ti piace?», chiese il papà. A soli 16 anni, quel ragazzo emiliano con l’Atalanta nel cuore pensò subito che la domanda fosse giusta. Normale, per un padre. «Ma dai papà - sorrise il piccolo Guido - sai che mi fa schifo ballare. E chi se ne frega delle ragazze, per quelle c'è tempo». Era un uomo di poche parole, il papà di Guido. E non tornò mai più sull'argomento. La storia che vi raccontiamo oggi è quella di un tifoso atalantino di Carpi. L’anno prossimo, la serie A toccherà per la prima volta questo lembo di Emilia Romagna abituato alle prodezze di Modena, Bologna e ultimamente Sassuolo. C'è chi, da queste parti, ha sempre amato la Dea, e alla prossima Serie A guarderà con un'interesse speciale, con un occhio d'attenzione al club locale neopromosso tra le grandi del calcio italiano. Ma sempre e comunque con la propria passione atalantina. Qualcosa di magico, un sentimento che perfino il padre di Guido (grande tifoso del Bologna) imparò presto a capire.

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Guido a Cesena-Atalanta 2-2.

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Guido ad Atalanta-Rimini, 1977

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Guido, 17enne, con al collo i colori dell Atalanta

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Guido ad Atalanta-Rimini, 1977

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Atalanta-Sambenedettese 4-2, promozione del 1984.

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Guido con Cristiano Raimondi.

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Passione solitaria. «Vivo il mio amore per la Dea in solitaria - racconta Guido da Carpi - e l’ultima volta che ho visto l’Atalanta allo stadio è stata proprio poche settimane fa a Cesena. Ho sempre pensato che fossero stupendi quei torpedoni colorati in cui si viaggiava con altri tifosi, si faceva gruppo e poi si vedeva la partita. Io, abitando lontano da Bergamo, sono costretto a muovermi sempre da solo. Ora in auto, una volta in treno. E quella volta che a 16 anni mio padre provò a capire, io risposi con la spensieratezza di chi vive una passione. Totalmente». La vita da tifoso di Guido da Carpi non è facile. «È qualcosa che ho sempre vissuto da solo. Viaggi che non finiscono mai, una sosta in autogrill, un panino in auto o nel parcheggio dello stadio. Sempre solo. Ma è una fatica che non senti, tempo che non perdi, soldi che non pensi di spendere. La vera passione per una squadra è più di un marchio, quasi una contaminazione. Uno dei pochi fili che attraversa tutta la vita. E la scelta di appartenere ad una minoranza è ancora più faticosa, ma sa ripagare a modo a suo».

Perché l’Atalanta? Ma perché, uno che vive nella terra dove tanti sono tifosi del Bologna o del Modena ha scelto, fin da piccino, l’Atalanta? «Quando avevo 10-11 anni mio padre, grande tifoso del Bologna, mi portava qualche volta allo stadio con lui, nella speranza che anch'io seguissi le sue orme. Tutto inutile, perché avevo già nella mente questa squadra, di cui mi incuriosiva tutto. Atalanta: il nome, la città, la fama di essere un laboratorio di giovani. Ero rapito». L’amore, fino a quel tempo virtuale, scoppiò al primo incontro. «Ebbi la "folgorazione" la prima volta in cui quasi casualmente mio padre mi portò ad assistere ad un Bologna-Atalanta. Quella gara terminò 1-1: fu una gara vissuta con grandissimo trasporto. Lì, su quei gradoni e in quei momenti, l'Atalanta entrò dentro di me e non ne uscì più. Anzi, possiamo dire che tutto mi travolse».

 

 

I ricordi più belli e più brutti. Guido ha vissuto l'Atalanta dagli anni Sessanta in avanti. Tante squadre, tanti giocatori, tanti momenti belli ma anche brutti. «La gara più emozionante fu sicuramente quella nei quarti di Coppa delle Coppe contro lo Sporting Lisbona, in serale. Una partita che fece sognare a tutti quanti l'inimmaginabile, purtoppo nella semifinale con il Malines sappiamo come andò a finire. Abbiamo mancato l'atto conclusivo davvero per pochissimo». Il peggior ricordo dell'atalantino di Carpi, tuttavia, è legato ad una sconfitta che brucia ancora oggi. «Si giocò a Firenze, ultima partita del girone di ritorno nel campionato 1986-1987. Fummo condannati alla serie B da un gol di Alberto Di Chiara all'ultimo minuto. Ricordo che quella sera andai al cinema con la mia ragazza, ero nero: per pochissimo non finì a botte con due ragazzi dietro di me. Ero nervosissimo, loro avevano solo il torto di mangiare i pop-corn vicino alle mie orecchie. Dovette intervenire il personale del cinema, la mia ragazza non mi parlò per una settimana».

 

 

La salvezza e il futuro. Domenica scorsa contro il Genoa è arrivata la matematica salvezza. Come ha vissuto Guido da Carpi l'annata che si sta concludendo? «In questa stagione ho avuto paura che non ce la facessimo: fatto strano, non comprensibile secondo me, che una rosa simile abbia avuto un rendimento così modesto. La partita chiave, quella della svolta, direi che è stata quella di Napoli. Lì sono emersi finalmente coraggio e spirito di squadra, ma sottolineo anche che la vittoria di Palermo non è affatto da sottovalutare». Una salvezza favorita anche dal cambio in panchina: «Reja è un allenatore molto esperto, raramente ha sbagliato soprattutto nei subentri "in corsa". A me piace, in ottica futura avrei preferito forse Donadoni, ma anche con il mister goriziano credo ci sia la possibilità di aprire una nuova fase interessante. Chiaro che, dopo averla "scampata" davvero per poco ci sarà da cambiare parecchio: via tutti quelli con il "mal di pancia", chi non è contento di rimanere a Bergamo». Non serve però smantellare l'intera squadra: «Spero rimangano ancora Sportiello e Zappacosta e poi punterei su D'Alessandro, Pinilla, Denis, Gomez, Estigarribia e Carmona. Dei più vecchi terrei ancora Del Grosso, Raimondi, Stendardo, Migliaccio e anche Scaloni, persona seria che mi piace molto».

La favola del Carpi. L'ultima battuta con Guido da Carpi è proprio per la compagine biancorossa neopromossa in serie A. «È una bella storia di sport. Quattro promozioni in sei anni con spese sempre molto contenute, nessun volo pindarico, tanta attenzione e costante impegno sui giovani. Per l'anno prossimo in serie A non saprei cosa prevedere. In città è già tanta la soddisfazione per il traguardo raggiunto, non ci sono ansie per come andrà a finire l'avventura: credo che il sentimento che prevale sia la curiosità. Questo salto è una gioia per tutta la città, penso non sarebbe un dramma se si dovesse tornare in B. Attenzione, però: il Carpi di miracoli ne ha già fatti tanti, chissà mai non ne faccia un altro chiamato salvezza».

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