Io, che il Moro l’ho conosciuto soltanto nel giorno più triste

Io, che il Moro l’ho conosciuto soltanto nel giorno più triste
14 Aprile 2017 ore 09:54

Io, Piermario Morosini, lo conoscevo appena. Ne avevo sentito parlare, lo annoveravo tra i tanti prodotti del settore giovanile dell’Atalanta che non sono diventati campioni ma che, come mi ha sempre insegnato il grande Favini, sono arrivati ad essere calciatori. Ci scambiammo un paio di sms per una intervista una volta, ma nulla di più. Poi quel giorno, il 14 aprile 2012, la televisione ha iniziato a passare immagini che ti prendono il cuore in un attimo. Fotogrammi che ti congelano. Luci, colori e suoni che ti impietriscono.

Sul campo di Pescara, durante la sfida tra gli abruzzesi e il Livorno, il centrocampista bergamasco Piermario Morosini è stato stroncato da un problema al cuore. Se si poteva salvare o meno, se qualcuno ha colpe particolari oppure no, non è argomento che voglio trattare. Per questo esistono le procure, esiste la giustizia. Ciò che, invece, non potrò mai dimenticare sono le altre immagini che, di quei giorni, mi restano addosso.

 

 

Prima di tutto, il ritorno a Bergamo. Dopo la morte di Piermario (classe 1986) e il racconto quasi asettico e schematico di come la sua famiglia fosse stata devastata tra il 2001 e il 2004 dalla morte di mamma Camilla, papà Aldo e del fratello, lasciando il ragazzo solo con la sorella disabile, vennero le ore del rientro in città. Piermario Morosini era un bergamasco di Monterosso, cresciuto nel vivaio dell’Atalanta nato praticamente dietro la Curva Pisani.

Quando è arrivato a poche centinaia di metri dalla chiesa di Monterosso, una folla di migliaia di persone lo ha stretto in un abbraccio da brividi e lo ha accompagnato fino a casa. È stato qualcosa di magico, di indescrivibile, di unico. In quei giorni i gesti di cordoglio e solidarietà sono stati molti, ma che il “Moro” fosse un ragazzo speciale l’ho capito da quell’accoglienza. Sulla strada, c’erano persone del quartiere e tanti tifosi atalantini: il giro di campo a Livorno è stato sentito, l’abbraccio di Bergamo è stato travolgente.

 

 

Nel giorno dei funerali mi hanno chiesto di raccontare quello che vivevo a Radio Sportiva. Sono arrivato presto alla chiesa di Monterosso ma mi sono fermato fuori. Ho visto, ho capito e adesso posso dirlo: Piermario Morosini era un ragazzo speciale cui volevano bene davvero in tanti. Non parliamo di un calciatore che ti faceva sognare ma di un ragazzo che, in campo e nella vita, ha sempre fatto capire di esserci. Per i suoi affetti più cari, per i suoi compagni di squadra, per i suoi amici. E quel giorno, il racconto telefonico di un funerale si è trasformato nella cronaca di un abbraccio che una comunità intera ha voluto fare ad un ragazzo così sfortunato.

Mi fermo qui, nel quinto anniversario della morte di un figlio di Bergamo che è volato in cielo troppo presto. Le sette squadre con cui ha giocato che scenderanno in campo con una speciale toppa commemorativa: #25MoroDay. Quella scritta sarà impressa sulle maglie di Atalanta, Udinese, Bologna, Vicenza, Reggina, Padova e Livorno, un piccolo lembo di stoffa che accomunerà queste realtà di professionisti alla polisportiva Monterosso, e tutto nel ricordo di un ragazzo cui non si poteva non voler bene.

 

 

Possono dedicarti una curva, una tribuna, un campo di allenamento o qualsiasi altra cosa, possono ricordarti nelle sedi istituzionali o con un comunicato stampa, ma quello che ho visto in quei giorni e che leggo tutt’oggi negli occhi di chi parla di Piermario Morosini perché lo ha conosciuto davvero, vale più di tutto questo. Un ragazzo di Bergamo che è volato in cielo ma che forse, dal quartiere di Monterosso, non è mai andato via.

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