Ora la Dea non corre neppure La crisi vista attraverso i dati

Ora la Dea non corre neppure La crisi vista attraverso i dati
24 Settembre 2016 ore 09:38

Il mix letale? Il boccone più amaro? La doppietta matematica da incubo? Eccola qui: l’Atalanta nelle prime 5 partite di campionato ha subito più gol di tutti ed è terzultima per chilometri medi percorsi a partita. Tradotto in soldoni, i nerazzurri hanno un rapporto pessimo tra occasioni da gol concesse (36 in 5 gare secondo i report della Lega Calcio) e reti subite (11 in 5 sfide): ogni 3 opportunità create dagli avversari, arriva un gol incassato. E se corri anche meno degli altri, diventa dura essere propositivi e lucidi negli ultimi metri.

 

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I numeri brutti: squadra sempre punita. Numeri alla mano, la Dea ha uno score decisamente negativo per quanto riguarda le situazioni che si creano vicino alla propria porta. Se contro la Lazio sono arrivati 4 gol su 6 occasioni, contro la Samp sono stati 2 su 7, contro il Toro 1 su 10, con il Cagliari 3 su 6 e contro il Palermo 1 su 7 (dati Lega Calcio), significa che la difesa orobica viene presa troppo spesso alla sprovvista, non è adeguatamente coperta e offre il fianco agli attaccanti avversari, che non se lo fanno ripetere due volte e la puniscono. Intensità e corsa sono da sempre prerogative delle squadre che devono salvarsi e nonostante l’Atalanta abbia spesso dato la sensazione di esserci fino alla fine i numeri dicono l’esatto opposto. Senza contare che la posizione dei nerazzurri nella classifica dei chilometri medi percorsi a partita è pessima. Con 102,275 di media, l’Atalanta è 18esima in Serie A (su 20 squadre), e se Milan e Torino seguono, tutte le altre sono molto più avanti dal punto di vista atletico. Il Chievo di Maran e del professor De Bellis, ad esempio, è in vetta con 109,294 km medi percorsi in ogni gara; la Lazio è seconda a circa 750 metri di distanza e a testimonianza di come per salvarsi servano prima di tutto gambe d’acciaio e polmoni carichi; troviamo il Crotone sesto (107, 693 km), a 100 metri dalla Juventus; il Bologna settimo (107,139) davanti al Napoli, oltre a Palermo, Pescara, Udinese e Cagliari con dati migliori rispetto a squadre che lottano per i quartieri alti come Inter e Roma.

 

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I numeri che danno fiducia: la Dea calcia spesso e segna. Per provare a guardare il bicchiere mezzo pieno è meglio concentrarsi sui numeri positivi. Ci sono alcuni parametri che misurano il gioco offensivo e la forza propositiva di una squadra e l’Atalanta è a metà classifica sia per gol fatti (6 in 5 gare, 11esima posizione), che per tiri (49 totali, 19 in porta), passaggi smarcanti (10 totali, 2 a gara) e cross (30 utili, 54 sbagliati), ma è impossibile ignorare come la qualità nel tocco finale, nel passaggio o nell’assist debbano sensibilmente migliorare. Se in 5 partite la Dea riesce a crossare verso il centro dell’area ben 84 volte (16 a partita), significa che gli automatismi sugli esterni funzionano: se questo dato viene però vanificato da tanti errori (54, dato peggiore di tutta la Serie A), allora tanto vale non andarci sul fondo oppure lavorare alacremente per alzare il livello tecnico senza preoccuparsi troppo di moduli e schemi. Quando vediamo un giocatore andare sul fondo senza trovare nessuno a rimorchio ricordiamoci di questa statistica.

 

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Pochissima rotazione di uomini: scelta o necessità? Un altro aspetto da sottolineare è il numero dei giocatori che sono stati impiegati con continuità. Considerando anche i recuperi, i minuti giocati sono esattamente 486 e solo due elementi sono sempre stati in campo per tutta la gara: Franck Kessie e Papu Gomez. Considerando come elementi realmente coinvolti tra i titolari quei ragazzi che hanno giocato almeno 243 minuti (la metà di quelli di squadra), nell’Atalanta la lista è composta soltanto da 11 giocatori. Allargando la statistica a 200 minuti, il totale sale a 13. Gasperini, nonostante una percezione diffusa di cambiamenti continui in termini di uomini, in realtà è spesso rimasto fermo sulle proprie scelte e quando i giocatori partivano idalla panchina il copione non cambiava. Masiello, Toloi, Zukanovic e Konko per 3 o 4 maglie; Spinazzola o Dramè; Grassi in campo nell’ultima mezz’ora e Paloschi per Pinilla. O viceversa. In panchina, con zero o quasi minuti giocati ci sono Caldara, Stendardo, Migliaccio e Cabezas (esterno ecuadoriano classe 1997), che non hanno visto il campo nemmeno con il binocolo. Anche Petagna, unica punta in gol, ha racimolato la miseria di 34 minuti in due partite.

 

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D’Alessandro, Kessie e Gomez sono gli uomini chiave. Il tecnico Gasperini è in bilico, a Pescara con il Crotone dovrebbe confermare il 3-4-3 visto mercoledì con il chiaro intento di giocarsi tutte le carte con il modulo da lui preferito, ma è ormai palese come il destino di questa squadra sia legato a doppio mandato ale prestazioni di Gomez, Kessie e D’Alessandro. In fase offensiva parliamo di giocatori che possono far male, tutti e tre hanno difetti in questo momento (Kessie l’età, Gomez la mancanza di lucidità negli ultimi metri e D’Alessandro la freddezza sotto porta), ma la rinascita passa dai loro piedi. Per il resto la squadra deve pensare solo a coprire bene fino al fischio finale. Ad oggi non si vedono altre certezze visto che Pinilla è un’incognita, Paloschi è in ritardo e in mezzo al campo Kurtic (impalpabile) e Carmona (in fase di recupero della condizione) non sono ancora risultati essere decisivi al pari di altri compagni più attenti, vogliosi e pronti alla battaglia. A Pescara bisognerà lottare come dei matti ma tutto questo è nel Dna del popolo atalantino. Dunque elmetto in testa e zaino in spalla, pronti a combattere.

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