La macchina del fango

Il procuratore Chiappani: «Le fughe di notizie sulle indagini sono un fatto gravissimo»

Assurdi i processi sommari sui giornali: «Gli inquirenti sono troppe volte complici. Un danno per le persone ma anche per le inchieste»

Il procuratore Chiappani: «Le fughe di notizie sulle indagini sono un fatto gravissimo»
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di Paolo Aresi

«Sulla mia scrivania, alla Procura di Lecco, avevo un testo di Alessandro Manzoni, la Storia della Colonna Infame. Era sempre lì, in vista. Perché noi magistrati dobbiamo tenere ben presente questo pericolo. Non solo il rischio di sbagliare, ma anche quello di essere portati a prendere decisioni sull’onda dell’opinione pubblica o di aspetti emotivi, o politici. Il magistrato deve ricordarsi in ogni momento che deve cercare di essere imparziale, per quanto umanamente possibile».

Antonio Chiappani, procuratore della Repubblica di Bergamo, parla nel suo studio di piazza Dante, dentro all’austero edificio della Procura, l’ex tribunale. Parla della situazione della Giustizia a Bergamo, della vicenda che ha coinvolto preti e laici della Caritas e di altre associazioni e cooperative. Un’indagine strana. Molti degli accusati sono stati sbattuti sulle prime pagine dei giornali un anno fa, senza avere neppure ricevuto un avviso di garanzia.

Nei giorni scorsi, per molti di loro è stata chiesta l’archiviazione dell’indagine da parte del sostituto procuratore Fabrizio Gaverini. Semplicemente perché i fatti non sussistevano. Gli indagati non avevano ricevuto l’avviso di garanzia perché non c’erano ragioni sufficienti per inviarglielo; quando poi le indagini si sono fatte più stringenti, le accuse ipotizzate sono crollate. Quindi, nulla di fatto. Né sfruttamento del lavoro nero, né truffa ai danni dello Stato. Niente. Eppure il loro nome è stato infangato a più riprese, persino sui tg nazionali.

Signor procuratore, come è possibile una cosa del genere? Qualcuno della Procura ha informato un giornale, addirittura gli ha passato le intercettazioni telefoniche?

«Non mi sono occupato di questa indagine perché sono arrivato qui sette mesi fa. So che era in atto e che per molte persone coinvolte è stata chiesta l’archiviazione dal sostituto procuratore Gaverini, che aveva ereditato l’indagine da un altro pm».

Sì, si può dire che la Giustizia abbia seguito il suo corso. Ma il danno alle persone resta gravissimo, a causa delle notizie apparsa sui media.

«Lo so, me ne rendo conto. È un problema grave che non riguarda di certo soltanto questa indagine. Siamo arrivati all’assurdo per cui tanti processi sommari si fanno sui giornali. C’è una curiosità quasi morbosa per avere queste informazioni».

Di chi è la responsabilità?

«L’opinione pubblica sembra affamata di questo genere di notizia, altrimenti i giornalisti non si impegnerebbero a fondo per ottenere informazioni riservate. E gli inquirenti purtroppo a volte si fanno complici. Troppe volte. C’è la caccia al sensazionalismo da una parte, alla notorietà dall’altra. Oppure ci sono altre mire. Guardi che cosa è successo nel caso Palamara, riguardante gli incarichi e le nomine nelle procure e al Csm, con relativa fuga di notizie. Le carte finirono prima ai giornali che all’Associazione nazionale magistrati. Sono diversi i casi di fuga di notizie, pensiamo anche alla vicenda recente corvi-Amara su cui ora indaga la Procura di Perugia».

Nel caso delle indagini sulla Caritas bergamasca e dintorni sono stati messi in prima pagina degli innocenti, con grave danno per loro.

«Lo capisco, è una cosa grave. Ma questo modo di procedere, queste fughe di notizie sono un danno grave anche per noi. In questo modo si possono rovinare delle indagini che invece dovrebbero procedere senza fare rumore, per non inquinare le possibili prove. E poi in questo modo si scredita la magistratura, si diminuisce la fiducia del cittadino nelle istituzioni».

Ma vengono avviate delle inchieste interne ai giudici per scoprire eventuali responsabilità?

«Certamente vengono avviate. Le indagini fino a un certo punto sono coperte dal segreto di ufficio, comunicarle ai giornali e poi pubblicarle è illegale secondo l’articolo 326 del codice penale, è un reato. Un fatto gravissimo. Le persone sulle quali si assumono informazioni vengono iscritte nel registro degli indagati per tutelarle, per dare loro la possibilità di difendersi. Nel momento in cui l’iscrizione nel registro viene resa pubblica da giornali o tv, è peggio di una sentenza, come importanza mediatica. Per questo motivo la fuga di notizie è un problema grave. La magistratura deve tornare a essere impermeabile rispetto a certe suggestioni, lusinghe, movimenti di opinione, interessi privati o politici».

La Procura di Bergamo sta indagando nella cosiddetta “Inchiesta Covid”.

«Certo, ed è un’inchiesta molto impegnativa. E sappiamo bene che, a qualsiasi conclusione arriveremo, saremo criticati, la decisione non verrà accettata da molti. Noi dobbiamo verificare che cosa sia successo a proposito di chiusure e zone rosse proposte, mancate e via dicendo in quei primi giorni della pandemia in Bergamasca. Ma l’opinione pubblica non deve confondere: ci sono responsabilità sociali, scientifiche, politiche. E poi penali: possono esserci stati degli errori, ma un errore scientifico, strategico, politico non può venire considerato, di norma, una responsabilità penale. Comunque decideremo, non avremo il consenso. Noi magistrati dobbiamo ricordarcelo sempre: non lavoriamo per il consenso, ma per la verità, la giustizia, per quel che possiamo».

A proposito di verità, a Bergamo la gente dice che la Procura indaga su Caritas e sul caso Ubi Banca, coinvolgendo persone stimate in città, e che non si fa abbastanza sul fronte della malavita organizzata.

«Attenzione, l’indagine su Ubi Banca è molto importante, non è un gioco. Ci sono regole della Consob e della legge bancaria e, secondo l’accusa, queste norme per certi aspetti non sono state rispettate creando un danno alla banca di mezzo miliardo di euro. Questa è l’accusa, poi vedremo. Comunque non si tratta di un dettaglio. Se le regole non vengono rispettate, si rischia la giungla».

Ma la malavita organizzata?

«È un problema enorme. Prima di tutto una cifra, generale: la Procura si trova ad affrontare circa trentamila richieste di intervento all’anno tra denunce, esposti da privati o da organi di polizia. Abbiamo diciotto sostituti procuratori per le indagini. Soltanto lo scorso anno a Bergamo abbiamo avuto cento procedimenti per bancarotta... Indaghiamo su tante cose, tantissime, magari da fuori non sembra. Ebbene, in questa situazione, la malavita organizzata ci preoccupa moltissimo perché l’impressione è che il tessuto sociale bergamasco, come nel resto di Lombardia, non sia più impermeabile rispetto a certe situazioni». (...)

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