Sentenza che fa giurisprudenza

La Cassazione conferma: giusto il licenziamento del bidello bergamasco che non puliva

L'uomo riteneva che spazzare aule e corridoi di una scuola della città non rientrasse tra le sue mansioni, ma la Suprema Corte ha dato ragione al Ministero

Attualità Bergamo, 29 Giugno 2021 ore 11:45

Di pulire le aule e spazzare i corridoi, lui, non ne voleva proprio sapere. Non rientrava tra le sue competenze, sosteneva, che riguardavano invece solamente «l'accoglienza e la sorveglianza degli alunni e del pubblico e della custodia dei locali scolastici». Per questo, davanti alle continue rimostranze di professori e studenti circa le sue presunte inadempienze, era arrivato addirittura a minacciare una denunciare per mobbing. Invece, alla fine, C. G., bidello di una scuola di Bergamo città, è stato licenziato e anche la Cassazione ha dato ragione al Ministero.


I fatti risalgono a qualche tempo fa. Sia il Tribunale di Bergamo (in primo grado) che la Corte d'Appello di Brescia (in secondo grado) avevano confermato la giustizia del suo licenziamento, ma l'uomo non si era arreso e aveva così presentato ricorso anche alla Cassazione. La quale, il 21 giugno, ha emesso una sentenza che, come si dice in questi casi, farà giurisprudenza: «Il rifiuto della prestazione era reiterato e assolutamente ingiustificato - scrivono i giudici, come riporta l'Agi - ed è una violazione grave, influente sull’organizzazione dell’attività del plesso scolastico».

In altre parole, la Suprema Corte ha sancito che se un bidello non pulisce, il Ministero dell'Istruzione ha tutto il diritto di licenziarlo. Nel caso di specie a maggior ragione, dato che i giudici della Cassazione sottolineano come i compiti di pulizia assegnati a C. G. fossero «quelli di minore impegno: spazzare il pavimento, spolverare e pulire i banchi di sole quattro aule». Ma l'uomo si è sempre difeso affermando di non avere agito «in modo intenzionale», perché riteneva che le pulizie non fossero di sua competenza, dovendosi lui occupare solo «dell’accoglienza e della sorveglianza degli alunni e del pubblico e della custodia dei locali scolastici» in base alle norme che disciplinano il settore.

C. G. si era talmente convinto di tutto questo che vedeva i numerosi rimproveri nei suoi confronti, molti anche ricevuti per iscritto, come un accanimento contro di lui e si era «convinto ancor più della bontà della sua posizione». La legge, però, non gli ha dato ragione.