di Wainer Preda

Quando percorri i suoi camminamenti puliti, costeggiati da fiori e piante ben curate, il frastuono della città sembra così lontano. Eppure c’è solo un muro a dividere quest’oasi di pace dal trafficatissimo viale Giulio Cesare. Poi, si apre una porta di legno e ti trovi proiettato in un altro secolo. Milletrecento. Tardo Medioevo. Epoca di Dante, cent’anni prima di Savonarola, per intenderci. E allora sembra di vedere i monaci percorrere in preghiera il chiostro piccolo, uno dei tanti gioielli di questo luogo. Attraversare le sette arcate del chiostro grande. E poi passare, in fila, attraverso un’altra piccola porta che conduce alla chiesetta di San Nicolò. Otto banchi. Intima. Avvolgente. Con gli affreschi di Bertolo De Zorsi, detto il “Maestro dei Celestini”. La pianta a croce greca. La volta a capriate che poggia sugli archi. Il pavimento nero in ardesia. E poi gli stucchi, i marmi, gli intagli e le sculture. È zeppa di tesori artistici la chiesa dei Celestini a Bergamo. Di Simone Cesareo. Di Andrea Camuzio. Del Trecento, del Seicento, del Settecento.

Fanno da corredo a un capolavoro architettonico che mette i brividi. Il monastero che porta lo stesso nome, nell’omonima via, trasversale di Borgo Santa Caterina. Il suo silenzio, alieno alle brutture del mondo, la settimana scorsa è stato turbato da una notizia oltremodo terrena. L’ha pubblicata Bergamonews, facendo gridare allo scandalo mezza città. Diceva: il monastero è in vendita. E chiosava paventando il rischio di una speculazione edilizia.

«Quando l’abbiamo letto, siamo rimaste molto amareggiate», racconta la suora responsabile amministrativa della struttura. «Ma quale speculazione edilizia? Mai nessuno ha pensato una cosa simile. Il convento ha vincoli architettonici e storici garantiti dalla Soprintendenza. Non si può toccare in alcun modo. Così è, e così rimane. Quindi, sgombriamo il campo da equivoci: qui non potranno essere costruiti case, palazzi o palazzine di alcun genere. È vincolato persino il prato».

6 foto Sfoglia la gallery

Per la prima volta le suore decidono di superare, a fatica, la proverbiale riservatezza. Lo fanno parlando con un giornale. Il nostro. E di questo ringraziamo. Lo fanno per chiarire la loro posizione. Per evitare le speculazioni, stavolta mediatiche, moltiplicatesi nelle ultime settimane. Con voce bassa, davanti a un tavolo di legno poggiato sul pavimento lucido e una sedia modesta, la religiosa spiega che il problema è un altro. «Questo è un immobile bellissimo. Ma purtroppo il nostro Istituto, le Suore Sacramentine, non è più in grado di mantenerlo. Ci sono delle manutenzioni urgenti da fare, non più procrastinabili. E ahinoi servono tantissimi soldi, che non abbiamo. La copertura è certamente l’intervento più urgente. Tutto il tetto, tranne quello della chiesa restaurata qualche anno fa, è da rifare. Poi ci sono gli impianti che si sono fermati un paio di volte quest’inverno perché i tubi sono ammalorati e vanno sostituiti. Gli scuri sono pericolanti. Solo per questi tre interventi, abbiamo stimato, servirebbe un milione di euro. Capite che l’Istituto non ha risorse per intervenire. Ma non intervenire significa creare un danno a questo bene meraviglioso». In più ci sono i costi di gestione: luce, gas e così via. Nonostante una vita priva di eccessi, le spese sono rilevanti. «La bolletta del gas di dicembre per esempio, assomma a undicimila euro». Per le 10 suore che vivono qui mettendo in comune la loro pensione per coprire le spese, assolutamente insostenibili.

Da qui il tentativo di trovare altre vie. «Sono anni che pensiamo come fare, per evitare che il monastero cada in rovina. Ci siamo chieste se il bene possa essere venduto. O se possa restare intestato all’istituto, ma mantenuto e goduto da un soggetto terzo che possa contribuire alla ristrutturazione. Oppure se ci possa essere la possibilità che la proprietà resti dell’istituto, ma si trovi qualche formula, con una o più fondazioni e il vincolo che il bene rimanga destinato a un certo utilizzo. Ci sono tante opzioni sul tavolo, ma al momento non è stata fatta alcuna scelta».

Certo, di qui sono passati diversi interessati. Per vedere, visitare, osservare l’immobile. È venuto anche Antonio Percassi, di cui i giornali hanno parlato in settimana. «È evidente che, qualora ci fosse la volontà di vendere, Percassi è fra gli operatori che hanno maggiore disponibilità economica. Ma non c’è un accordo, con nessuno, al momento. E tanto meno un progetto. I suoi tecnici sono semplicemente venuti in visita all’immobile. Come peraltro altri».

Tutti si sono trovati di fronte un pezzo di storia. La chiesa e il monastero hanno 700 anni. Fa impressione solo a pronunciarlo. A quel tempo il Borgo si chiama ancora Plorzano. Il cardinale bergamasco Guglielmo Longhi acquista i terreni e lo fa costruire. È il 1309. Centottant’anni dopo viene eretto il campanile tronco che caratterizza il complesso. Una torre meravigliosa. Straordinario esempio d’armonia delle forme. In pietra da taglio. Formata da conci orizzontali di piccole dimensioni. Da seicento anni, tutte le mattine splende al sole. E dona una luce calda, dorata, a tutto il monastero. (...)

Continua a leggere su PrimaBergamo in edicola fino al 7 aprile, oppure in versione digitale cliccando QUI