Ma perché?

L'insensato accanimento di Letizia Moratti verso i medici di medicina generale

Per la seconda volta in pochi mesi, la vicepresidente di Regione ha detto che lavorano poco. È preoccupante che non capisca la gravità della situazione

L'insensato accanimento di Letizia Moratti verso i medici di medicina generale
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di Andrea Rossetti

A un politico non si chiede certo di essere simpatico. L’empatia però aiuta. Così come la furbizia. Quella sana, che consente di evitare scivoloni mediatici e polveroni polemici. Ecco, possiamo dire che queste skills non rientrano nel curriculum politico di Letizia Moratti, vicepresidente e assessore al Welfare di Regione Lombardia. Lo dimostra il fatto che, negli ultimi cinque mesi, Moratti è riuscita a “inciampare” per ben due volte su uno dei problemi principali della Sanità lombarda attuale: la carenza di medici di base.

«Lavorano poche ore»

Venerdì 25 febbraio, durante l’inaugurazione della Casa di Comunità di Borgo Palazzo, chiamata in causa dal sindaco Giorgio Gori sulla questione, Moratti non ha negato il problema, ma non ha perso occasione per sottolineare come, a suo parere, più che di carenza si dovrebbe parlare di scarsa organizzazione. Perché i medici di base, dice la vicepresidente, sono tanti ma lavorano meno ore dei medici ospedalieri. E qui starebbe il nodo della questione. Un punto di vista che la Moratti aveva già avuto modo di esporre l’ottobre scorso, sempre durante una visita a Bergamo, quando disse: «Il numero di ore che lavorano i medici di medicina generale è profondamente diverso rispetto alle ore di chi lavora all’interno delle strutture sanitarie e quindi questo crea questa percezione di carenza che non è una carenza data dal numero ma data dall’organizzazione».

Ovviamente, in entrambi i casi i sindacati, l’Ordine professionale e i singoli rappresentanti si sono premurati di ribattere che le cose non stanno proprio così. Con invidiabile autocontrollo e cortesia - che non tutti noi avremmo avuto nei loro panni -, i medici bergamaschi hanno nuovamente invitato Moratti a passare una giornata nei loro ambulatori, per vedere effettivamente quale sia la situazione. Perché sì, è vero, ci sono medici di base che forse lavorano poco (come capita un po’ in tutte le categorie professionali), ma è anche vero che la maggior parte di loro si fa in quattro, tentando di abbinare l’attività primaria, cioè la cura dei pazienti, alla sempre maggiore mole di incombenze burocratiche e amministrative di cui devono - spesso incomprensibilmente - occuparsi.

Il quadro della situazione

Ma da dove arriva la convinzione della Moratti? Perché la vicepresidente è dell’idea che i medici di base lavorino poco? Che l’Italia abbia molti medici di medicina generale non è una falsità: in rapporto alla popolazione, sono di più di quanti ce ne sono in altri Paesi. Ed è anche vero che il loro contratto nazionale prevede un’operatività ambulatoriale di quindici ore a settimana se hanno 1.500 assistiti, dieci ore a settimana se hanno mille assistiti e cinque ore a settimana se hanno cinquecento assistiti. Entrambe queste informazioni, però, se così fornite non sono complete. I medici di base, infatti, sono tanti perché storicamente, nel nostro sistema sanitario, sono il primo, e spesso l’unico, punto di assistenza territoriale. Tolti gli ospedali e i relativi pronto soccorso, non esistono altri “soggetti” a cui una persona possa rivolgersi per un problema. E volendo evitare il sovraccarico delle strutture ospedaliere è ovvio che tutto ricada sui medici. Ciò comporta per loro, di conseguenza, un impegno in termini di ore di lavoro che va ben oltre le quindici, dieci o cinque ore a settimana che passano in ambulatorio a contatto diretto con i pazienti. C’è la reperibilità telefonica, le ricette, le impegnative, le visite domiciliari...

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