Attualità
Connette Brumano e Morterone

«Perché dico sì alla "strada dei bergamini" che unisce Valsassina e Valle Imagna»

È quella che sale alla Costa del Palio. Il Consiglio regionale ha stanziato fondi per ampliarla e metterla in sicurezza

«Perché dico sì alla "strada dei bergamini" che unisce Valsassina e Valle Imagna»
Attualità Val Brembana e Imagna, 15 Gennaio 2022 ore 09:05

di Antonio Carminati

C’era un tempo in cui, lungo le praterie montane della Costa del Palio, durante il periodo estivo dell’alpeggio le vacche brulicavano a migliaia come le mosche il mese di agosto. Da maggio a settembre le contrade e i pascoli sulle terre alte si ripopolavano: bovine e bergamini ritornavano a riempirsi i polmoni di aria fresca, frizzante, libera, dopo oltre sei mesi di clausura nelle cascine della Bassa. La Valle Imagna era una delle rotte di transito per le caroàne delle famiglie bergamine dirette ai monti con i loro armenti: dopo aver lasciato alle spalle le sponde dell’Adda, poi del Brembo, infine dell’Imagna, si accingevano a conquistare l’ultima e più faticosa meta, quella della rata da Locatello a Fuipiano e i pascoli soprastanti, superando un dislivello di oltre seicento metri in pochi chilometri; come tanti drappelli di Alpini, desiderosi di conquistare la vetta sulla quale esercitare l’atteso presidio.

La Valle dei silenzi eterni

Il villaggio di Morterone era un crocevia importante di relazioni e di esperienze vicine e lontane, che lassù s’incontravano, e l’estesa valle omonima, ricca di contrade rurali e insediamenti umani sparsi, racchiusa nell’avvallamento tra la Costa del Palio e la Culmine di San Pietro, cessava improvvisamente di essere la “Valle dei silenzi eterni” - come la definì Don Piero Arrigoni, parroco partigiano di Morterone - per diventare un ambito privilegiato dove tessere importanti relazioni sociali ed economiche. La chiesetta della Culmine dava anch’essa il benvenuto all’avvio della nuova stagione dell’alpeggio riaprendo i suoi battenti per esercitare le funzioni proprie della parrocchia bergamina estiva, per anni guidata da monsignor Figini, già rettore del Seminario vescovile di Venegono: lo avevano soprannominato il “Parroco dei Bergamini” e la domenica mattina non iniziava la Messa fin quando non arrivavano anche gli alpeggiatori di Mus-ciàda, la località più distante sull’alpe.

Proprio lassù, la fine di giugno, la fèsta di San Piéro ospitava una sorta di fiera bergamina, dove allevatori e commercianti, mulattieri e stagionatori s’incontravano per stabilire il prezzo degli stracchini e del loro trasporto a valle, soprattutto nelle casére della Valsassina, per tutta la stagione. La montagna era in fermento, costituiva un forziere di interessi e pullulava di persone, non solo di vacche. Non c’era pascolo che non fosse presidiato da una famiglia, lungo l’esteso areale bergamino disposto in quota tra l’Alta Valle Imagna, la Valsassina e la Valle Taleggio.

Il bergamino Pietro Invernizzi, proveniente da Fuipiano, durante una transumanza. Selino Basso, 1927 (foto Paul Scheuermeier

In relazione alla loro collocazione sulle alture, le famiglie di allevatori di vacche e di abili casari convergevano, soprattutto nei giorni di festa, sui vari villaggi di Brumano, Fuipiano, Morterone, Ballabio, Cassina, Barzio, Avolasio, Vedeseta, sino a raggiungere i Piani di Artavaggio e i pascoli tra Pasturo, Introbio e Valtorta, arricchendo le relazioni con quegli abitanti stabili. Le alture erano meta privilegiata per l’incontro tra le persone, elementi naturali di connessione tra i gruppi sociali distribuiti nelle contrade sui versanti opposti delle montagne, spazio non solo per il lavoro, ma anche di svago e di festa, soprattutto quando gruppi di giovani si radunavano la domenica presso alcune principali cascine di monte, le quali si trasformavano in palcoscenico per la diffusione di canti di montagna e religiosi, che si trasmettevano e dialogavano da un versante all’altro. Incontri propedeutici alla costruzione di relazioni durature, che spesso portavano anche al matrimonio, alla condivisione di ambienti, condizioni sociali e situazioni familiari, alla trasmissione di esperienze, conoscenze e abilità personali.

La montagna ha sempre rappresentato lo spazio di vita della comunità rurale: un ambito dove si vive insieme e non da soli, uno spazio di cooperazione. Proprio lassù, ai piedi della tribulìna della Costa del Palio, i parroci di Morterone e Brumano s’incontravano regolarmente e, inginocchiati ai piedi dell’effigie della Madonna, si confessavano a vicenda. Ambienti e situazioni d’altri tempi richiamano alla memoria una sorta di isola culturale caratterizzata dalla medesima tradizione socio-economica e insediativa, accomunata da architetture e attività rurali omogenee, culla della civiltà dello stracchino, epicentro di una cultura casearia di prim’ordine, che ha saputo contraddistinguere il mercato lombardo dei formaggi e non solo.

L’abbandono delle terre alte

Questo tempo, così vicino e nel contempo così lontano, è durato sino a tutta la prima metà del Novecento, quando sulla Costa del Palio prevalevano aree e pascolo ed estese faggete, prima che i rimboschimenti artificiali con conifere estranee all’ambiente avessero radicalmente trasformato il volto dei luoghi e la struttura stessa di pascoli e boschi. Il crollo della civiltà rurale, il venir meno della transumanza dei bergamini, le nuove dinamiche emergenti connesse alla centralità del mondo cittadino e industriale rispetto a quello rurale e dell’artigianato locale hanno prodotto una situazione diffusa di abbandono delle terre di monte e delle attività che ne avevano caratterizzato l’esistenza nei secoli, mentre lo spopolamento ha determinato una complessa situazione di depauperamento degli ambienti umani. (...)

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