Quarta settimana di guerra

Cento morti in un giorno Israele martella la Striscia

Cento morti in un giorno Israele martella la Striscia
26 Luglio 2014 ore 20:00

Un’altra giornata da incubo nella Striscia di Gaza, con cento morti e oltre 500 feriti. Falliti i tentativi di mediazione e rotta la tregua umanitaria, la quarta settimana di conflitto tra Hamas e Israele ha registrato un’escalation di violenza. I raid israeliani si sono intensificati con pesanti bombardamenti via terra, aria e mare, forse in risposta  alla morte, lunedì, di dieci soldati israeliani. Nei bombardamenti Israele ha messo fuori uso l’unica centrale elettrica della Striscia, che ha sospeso l’attività a causa di un enorme incendio provocato da un contenitore di combustibile. La centrale forniva fino a due terzi del fabbisogno energetico di Gaza e secondo l’amministrazione comunale, adesso si potrebbero fermare molte delle pompe ad acqua della zona. Tra gli obiettivi colpiti gli uffici finanziari di Hamas, la casa dell’ex premier del governo a guida Hamas, Ismail Haniye, che è stata rasa al suolo, e abitazioni di decine di altri esponenti di punta del movimento islamista.

Il bilancio totale delle vittime palestinesi è di 1.191 morti e 6.500 i feriti. Dalla parte israeliana, sono 53 i soldati uccisi, cui si aggiungono due civili. Nella notte fra lunedì e martedì, cinque soldati israeliani sono stati uccisi, investiti da un missile anticarro esploso da un commando sbucato da uno dei tunnel scavati sotto il confine.

Nonostante l’offensiva, continua la pioggia dei razzi sparati da Gaza verso il sud e il centro di Israele e gli sforzi per il cessate il fuoco rimangono infruttuosi. Del resto, la delegazione palestinese ha chiesto una tregua umanitaria di almeno 48 ore come condizione per andare al Cairo e discutere dell’accordo definitivo sul cessate-il-fuoco.

LUNEDì 28 LUGLIO

Nonostante la tregua non dichiarata, in vigore dalla mezzanotte di domenica 27 luglio, i razzi di Hamas sono ricominciati a piovere sul territorio israeliano, nella regione di Eskelon e in quella di Ashkelon. Israele ha quindi annunciato la ripresa dei raid sulla Striscia: i bombardamenti sono di minore intensità rispetto ai giorni scorsi ma le esplosioni continuano a colpire.

Il bilancio più grave arriva dal campo profughi di Shati. Un drone israeliano ha sorvolato la zona e, secondo fonti palestinesi, ha lanciato un proiettile su un campetto, al bordo della spiaggia, dove in quel momento giocavano vari bambini. Sono state uccise almeno 10 persone, di cui sette bambini. L’attacco ha lasciato anche decine di feriti. Un missile israeliano ha inoltre centrato un ambulatorio in disuso nelle vicinanze dell’ospedale di al-Shifa, l’unico ancora funzionante in città e il principale di Gaza: ci sarebbero almeno due morti e numerosi feriti. In entrambi i casi Israele nega l’attacco e parla di «missili falliti sparati dai terroristi di Gaza». Sempre in mattinata era stato colpito a morte da una salva di cannone sparata da un tank israeliano un altro bambino palestinese, di 4 anni, nelle vicinanze del campo profughi di Jabalya, a nord di Gaza. Sul fronte israeliano si registrano tre morti causati da un colpo di mortaio lanciato da Gaza verso Eshkol, nel sud di Israele.

Nel pomeriggio di lunedì 28 luglio i primi ministri e presidenti Renzi, Cameron, Hollande, Obama e la Cancelliera Merkel si sono consultati telefonicamente e al termine l’Eliseo ha diffuso una nota nella quale spiega che «hanno convenuto di raddoppiare gli sforzi per ottenere il cessate il fuoco», e che «il peggioramento della situazione fa solo il gioco degli estremisti».

L’intervento dei cinque è giunto poche ore dopo che il Consiglio di sicurezza dell’Onu, riunitosi d’urgenza nella notte tra domenica e lunedì a New York, aveva adottato una dichiarazione unanime in cui chiedeva un «cessate il fuoco umanitario immediato e senza condizioni» a Gaza. Il segretario Onu Ban Ki-moon aveva provato di nuovo a invocare la tregua «nel nome dell’umanità». Non ci sarebbero luoghi sicuri dove nascondersi, ha detto Ban: «ogni scuola e ogni rifugio è diventato un obiettivo». In una nota diffusa dal suo portavoce, il segretario sottolineava come «israeliani e palestinesi» abbiano la «responsabilità di porre fine alle ostilità per avviare un dialogo serio e affrontare le cause all’origine del conflitto».

Pronta la risposta del premier israeliano Netanyahu, che ha criticato la risoluzione del Consiglio di sicurezza perché «non tiene conto della sicurezza di Israele: la risoluzione riferisce dei bisogni di un gruppo terrorista omicida che attacca civili israeliani e non ha risposta per i bisogni di sicurezza di Israele». Hamas intanto ha fatto sapere che Israele ha colpito «solamente una frazione» dei tunnel esistenti e ha annunciato che ne verranno «scavati molti altri».

La telefonata di Obama. Sempre domenica, il presidente degli Stati Uniti Obama aveva chiesto a Netanyahu «un cessate il fuoco umanitario immediato e incondizionato»; è «un imperativo strategico», gli ha detto in una conversazione telefonata. Nei giorni scorsi, il governo israeliano aveva nuovamente respinto la proposta del segretario di stato Usa John Kerry per la tregua, confermando, invece, la sua adesione alla mediazione egiziana, definita «l’unica possibile».

La risposta di Netanyahu ai media americani. Per Netanyahu, «Hamas inganna il suo popolo. Noi diciamo ai palestinesi di andarsene, Hamas dice loro di rimanere. Perché? Hamas è responsabile di questi morti». I palestinesi, accusa Netanyahu stavolta alla Cbs, stanno usando i loro civili come scudi umani in risposta alla campagna militare su Gaza. Ma lo sforzo per la sicurezza di Israele non si fermerà di fronte alle preoccupazioni per le morti di civili che Hamas accatasta a favore di telecamera.
Il primo ministro israeliano alla Cbs dice di comprendere che il consenso dell’opinione pubblica mondiale può allontanarsi dal suo Paese ad ogni morte di un civile palestinese, ma aggiunge che le buone relazioni internazionali non possono prevalere sulla sicurezza di Israele. Intanto, Netanyahu incassa il consenso interno: secondo un sondaggio del Jerusalem Post, l’86.5% del campione sostiene che Israele non può accettare un cessate il fuoco perché «Hamas continua a lanciare missili, non si è arreso, non sono stati trovati tutti i tunnel». Solo il 9,7% si è espresso a favore della tregua poiché «sono stati raggiunti i risultati, soldati sono morti ed è ora di fermarsi».

La tregua umanitaria. La prima tregua era scattata, alle ore 7 (ora italiana) della mattinata del 26 luglio, la tregua di dodici ore nella Striscia di Gaza. Il cessate il fuoco era mirato a permettere alla popolazione civile palestinese di ottenere cibo e acqua, agli ospedali di procurarsi farmaci e alle organizzazioni umanitarie di fornire assistenza. In un comunicato dell’Oxfam di qualche giorno fa, si leggeva: «Le scorte di molti farmaci di base sono finite e personale medico e pazienti non riescono ad accedere agli ospedali e alle cliniche a causa degli attacchi».

La seconda tregua era stata proposta da Hamas nella giornata del 27 luglio: Hamas avrebbe rispettare una tregua nella Striscia di Gaza dalle 14 locali (le 13 italiane). Ma poco dopo quell’ora ci sono stati nuovi lanci di razzi verso Israele. Le sirene sono risuonate nel sud del Paese e l’esercito ha riferito che tre razzi sono caduti in zone aperte, senza causare danni. La tregua coincideva con l’inizio della festività islamica di Id al-Fitr e la cui durata dovrebbe essere di 24 ore.

 

 

 

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