È stato accolto dall'Uruguay

«13 anni da incubo a Guantanamo»

«13 anni da incubo a Guantanamo»
Cronaca 10 Giugno 2015 ore 15:24

Di storie di persone detenute per molto tempo in carcere e poi rivelatesi innocenti se ne sentono, purtroppo, tante. Ma passare 13 anni nel carcere di massima sicurezza di Guantanamo senza nemmeno un’accusa sarebbe davvero eccessivo. Eppure, è proprio quello che è successo a cinque tunisini, strettamente legati all’Italia, che dal 2002 fino a pochi giorni fa sono rimasti prigionieri del Governo americano con l’accusa di terrorismo e legami con al Qaeda. Accusa che, dopo tutti questi anni, si è rivelata del tutto infondata.

L’inizio della storia. A rendere noti i dettagli di questa drammatica vicenda è Abdul Bin Mohammad Abbas Ouerghi, oggi cinquantenne, uno dei cinque uomini tunisini ad aver vissuto questo calvario. Abdul racconta della sua gioventù, passata a vendere abiti usati in Tunisia assieme al padre, mentre alcuni dei suoi numerosi fratelli, ben 17, erano andati in Italia a cercar fortuna. All’inizio degli anni Ottanta raggiunge un parente muratore in Veneto, e inizia a fare lo stesso mestiere: nel cassetto, però, il sogno di fare il cuoco. I primi anni passano tranquilli, Abdul lavora e manda regolarmente parte dello stipendio ai genitori in Tunisia, fino a che non comincia a frequentare giri poco raccomandabili, che nel 1992 gli costano un arresto per spaccio. Scarcerato, arriva a Milano nel 1997, dove frequenta la famosa moschea di viale Jenner: un’esperienza che lo aiuta ad avvicinarsi alla fede musulmana con convinzione, e a non ripetere più gli errori del passato. Decide poi di trasferirsi in Afghanistan, dove si sposa e inizia finalmente la tanto agognata carriera fra i fornelli.

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L’arresto. Ma durante la permanenza afghana viene arrestato dai militari americani, con l’accusa di terrorismo e di legami con al Qaeda: siamo nel dicembre del 2001, l’attentato alle Torri Gemelle è stato appena compiuto e gli Usa cercano i colpevoli della strage. Secondo gli americani, Abdul, una volta abbandonata l’Italia non si sarebbe diretto in Afghanistan, ma avrebbe preso parte ad un campo di addestramento di al Qaeda in Pakistan, vicino a Jalalabad. Terminato l’addestramento, sempre secondo i servizi segreti Usa, Abdul si sarebbe unito al Gruppo Combattente Islamico, vicino, appunto, ad Al Qaeda. Fino alla cattura. Ma Abdul è completamente spaesato, poiché di quanto riferito non c’è nulla, ma proprio nulla di vero. Chiede prove della sua colpevolezza, non gliene viene mostrata nemmeno una: «Sei un terrorista, punto e basta». Accusati e arrestati con le medesime modalità anche altri quattro suoi amici tunisini. Siamo nel febbraio 2002.

 

 

La detenzione a Guantanamo. Tutti e cinque vengono immediatamente trasferiti al campo di prigionia di Guantanamo, a Cuba, il carcere di massima sicurezza statunitense riservato ai detenuti ritenuti più pericolosi a livello internazionale. Qui, Abdul viene interrogato e torturato, sempre senza mai ricevere nemmeno la più piccola prova della sua colpevolezza. Arrivano persino alcuni agenti segreti italiani, che cercano di estorcergli informazioni a proposito di cellule terroristiche nel nostro Paese. Ma Abdul non ne sa proprio nulla. Dopo quattro anni, gli dicono che avrebbero anche potuto liberarlo, ma nessuno lo avrebbe voluto: in Tunisia sarebbe stato nuovamente incarcerato, in Italia non intendono accoglierlo. Quindi, tanto vale che rimanga lì.

La liberazione grazie a Mujica. A dare finalmente una svolta a questa clamorosa ingiustizia ci pensa José Mujica, leader dell’Uruguay, che si dice disponibile ad ospitare Abdul e i suoi quattro compagni, poiché, secondo le parole dello stesso Mujica, «Abdul è un essere umano vittima di un sequestro atroce. Ha bisogno di aiuto e per una sola ragione, ineludibile: l’umanità». Nel febbraio 2015, dunque, i cinque tunisini vengono finalmente liberati, e gli Usa certificano che in effetti non c’era alcun motivo che giustificasse la detenzione se non un sospetto.

 

 

La nuova vita in Uruguay. Oggi Abdul e gli altri vivono in un modesto quartiere di Palermo, città uruguayana, in un appartamento che dispone di una piccola stanza per ciascuno. Il Governo assicura loro 500 pesos al mese (meno di 17 euro), poco anzi pochissimo, il minimo indispensabile per comprare pane e cibo in scatola per tutto il mese. Ma almeno sono liberi. Frequentano un corso di spagnolo per tentare di integrarsi al meglio nel nuovo Paese, uno di loro ha persino trovato una fidanzata. Abdul è riuscito a trovare un lavoro presso un piccolo ristorante, dove prepara tipicità tunisine e italiane. Il più sfortunato dei cinque passa pressoché tutte le sue giornata in ospedale, per un forte problema agli occhi causato dalle scariche elettriche subite durante le tortura a Guantanamo. Finalmente libertà, ma i segni di quei 13 anni, almeno nella memoria, non se ne andranno mai: «Non potete capire l’ingiustizia che ho subito, che tuttora continuo a subire», dice Abdul. «Gli Stati Uniti ci hanno rubato 13 anni di vita, e adesso fanno come se nulla fosse accaduto». Da Washington, infatti, hanno già fatto sapere che non intendono pagare nemmeno il minimo risarcimento: «La storia è chiusa, non avrete un centesimo». Ma Abdul e i suoi quattro amici (Ahmed, Mohammed, Ali, Abu) non intendono darsi per vinti, promettendo intense battaglie legali: «Non può finire così, rivogliamo indietro la nostra vita».