La discussione sull'eutanasia

5 domande dopo la morte di Dj Fabo

5 domande dopo la morte di Dj Fabo
01 Marzo 2017 ore 05:30

Il luogo è nella zona industriale di Pfaffikon, a venti chilometri da Zurigo. Da Milano, dove dj Fabo è partito domenica, dista 240 chilometri. È una piccola casetta azzurra circondata da un parco con un laghetto. È lì che ogni anno decine di persone arrivano per morire. Arrivano da tutta Europa, non solo dall’Italia, perché in Svizzera la legge permette il suicidio assistito, che è altra cosa dall’eutanasia attiva: il farmaco letale nel primo caso viene assunto dal diretto interessato in piena coscienza. Fabo, che era paralizzato e non avrebbe potuto deglutire la pillola, ha deciso il proprio destino premendo un pulsante con i denti: il pulsante ha attivato un’endovena con la dose di pentabarbital di sodio. I media, con un certo semplicismo, come spesso accade in questi casi, hanno letto la vicenda a senso unico. In realtà le cose non sono così pacifiche, visto che c’è la vita e la fine vita di mezzo. Quali sono le cinque domande che il dramma di dj Fabo mette sul tavolo?

  1. Quella di Fabo non è eutanasia, come era accaduto per un altro caso che aveva diviso l’Italia, quello di Eluana Englaro. Per Eluana si era trattato di una sospensione delle cure. Per il dj invece si è trattato di una volontaria decisione di mettere fine alla propria vita. Ma il suicidio può essere davvero reso lecito con legge di uno Stato? È una domanda che non riguarda solo l’Italia, visto che in Europa solo la Svizzera ha una legislazione che lo permette.
  2. I media hanno molto enfatizzato la battuta di Fabo contro lo Stato italiano, che lo ha costretto ad andare a morire all’estero. Ma non sarebbe giusto dire che il compito dello stato è quello innanzitutto di aiutare la gente a vivere? E uno stato “buono” è quello che si preoccupa di permettere ai suoi cittadini di morire o, come ha detto Fulvio de Nigris, che dirige il centro studi sul coma degli Amici di Luca onlus (uno che di queste situazioni se ne intende), «uno Stato/famiglia» che si faccia carico dei bisogni di chi si trova a vivere simili condizioni?
  3. Ora è in dirittura d’arrivo una laboriosissima legge sul testamento biologico in cui si permette alle persone di rendere esplicita la propria volontà di sospensione delle cure in caso di malattia irreversibile o di stati vegetativi. Questo fatto bloccherà il percorso della legge che non contiene nessun accenno né al suicidio assistito né all’eutanasia attiva?
  4. Qualche tempo fa Marco Giusti, persona gravemente disabile, aveva scritto il testo per una canzone poi musicata e interpretata da Marco Spaggiari. Il testo, se si pensa alle condizioni di chi l’ha scritto, fa molto pensare: «La strada è lunga ma le persone che ho a fianco sono tante, sono loro che compongono passo dopo passo il mio percorso ed allora non è più importante se la strada comincia a salire perché a spingermi c’è sempre qualcuno…». Premesso che ci sono situazioni gravi e difficilmente sostenibili per le quali soluzioni non ci sono, non è meglio difendere l’idea di una società in cui ci sia sempre qualcuno che aiuti a spingere anche quando la strada si inerpica?
  5. La fidanzata Valeria è sempre stata al fianco del suo compagno in questo lungo calvario e quindi ha condiviso anche questa sua scelta. La sua è una figura certamente esemplare, per le dignità con cui ha accettato e vissuto questa situazione. Eppure ieri su Facebook ha scritto: «Vorrei che questa notte non finisse mai». Cosa intendeva con questa frase così piena d’amore e di dolore?
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